La giusta strada

If you turn and veer onto a different path, even though these people who all think the same thoughts, and say the same things, and behave the same way, may look at you, and may scoff at you and may even threaten you, carry on — as uncertain and crooked as the path may be. Keep moving, because though this path may not be the easiest path, or even the best path, it will be the most interesting, the most instructive, even the most enlightened path. It is your path, where you get to be who you want to be, say what you want to say, and love what you want to love — your path — and you can take much comfort from that, because you may be the one who shudders, you may be the one who spins and glows, you may be the one who shines, you may even be the one who bursts into flames, but even still, there you are and all along you go — your path, your path.

(via The Red Hand Files)

Le regione del rusco

Questa sconfinata regione, la regione del rusco, del boulot, del job, insomma del lavoro quotidiano, è meno nota dell’Antartide, e per un triste e misterioso fenomeno avviene che ne parlano di più, e con più clamore, proprio coloro che meno l’hanno percorsa. Per esaltare il lavoro, nelle cerimonie ufficiali viene mobilitata una retorica insidiosa, cinicamente fondata sulla considerazione che un elogio o una medaglia costano molto meno di un aumento di paga e rendono di più; però esiste anche una retorica di segno opposto, non cinica ma profondamente stupida, che tende a denigrarlo, a dipingerlo vile, come se del lavoro, proprio od altrui, si potesse fare a meno, non solo in Utopia ma oggi e qui: come se chi sa lavorare fosse per definizione un servo, e come se, per converso, chi lavorare non sa, o sa male, o non vuole, fosse per ciò stesso un uomo libero. È malinconicamente vero che molti lavori non sono amabili, ma è nocivo scendere in campo carichi di odio preconcetto: chi lo fa, si condanna per la vita a odiare non solo il lavoro, ma se stesso e il mondo.

Primo Levi, La chiave a stella, 1978, Einaudi, Torino.

Il muro della nostra rovina.

Molte delle discussioni pubbliche sui rischi per la salute derivanti dalle reti wireless sono inscindibili da quest’idea di magico e sovrannaturale. La connessione non si vede, eppure funziona. E se non si vede, se non è incarnata da un filo, elemento fisico che le dà forma con chiarezza, siamo certi che tutto questo non sarà pericoloso? Che non creerà danni alla nostra salute?

Come ogni aspetto che allude al sovrannaturale, la nuova normalità di essere connessi senza esserlo fisicamente non poteva passare sotto silenzio e benché non esistano a oggi evidenze scientifiche a indicare che le frequenze utilizzate per le reti senza fili possano causare danni biologici agli esseri umani, questa idea si è fatta strada con convinzione fra molti. Forse non sarà vero, però — pensano — è verosimile. E il verosimile che si sostituisce al vero è oggi un piccolo mattone del muro della nostra rovina.

Massimo Mantellini, Dieci splendidi oggetti morti. Einaudi, 2020, p. 104.

Subito.

Essenziale è comprare molti libri che non si leggono subito. Poi, a distanza di un anno, o di due anni, o di cinque, dieci, venti, trenta, quaranta, potrà venire il momento in cui si penserà di aver bisogno esattamente di quel libro — e magari lo si troverà in uno scaffale poco frequentato della propria biblioteca. Nel frattempo, può darsi che quel libro sia diventato irreperibile, e difficile da trovare anche in antiquariato, perché di scarso valore commerciale (certi paperback sembrano sapersi dissolvere rapidamente nell’aria)  anche perché è diventato una rarità e vale molto di più. L’importante è che ora si possa leggere subito. Senza ulteriori ricerche, senza provare a trovarlo in biblioteca. Operazioni laboriose, che conculcano l’estro del momento.

Roberto Calasso, Come ordinare una biblioteca, Adelphi, Milano, 2020.

Hocus pocus

Se togliamo il riferimento al film Disney del 1993, nel linguaggio italiano l’equivalente dell’espressione «hocus pocus» potrebbe essere il «sin sala bim» del mago Silvan. Eppure, nel mondo anglosassone, «hocus pocus» è un modo di dire parecchio usato e dall’origine incerta. Il Cambridge Dictionary, nella sua versione online, lo descrive come un trucchetto usato per ingannare qualcuno e, in seconda accezione, come un termine nonsense impiegato per nascondere qualcosa (per rafforzare il significato, la frase esemplificativa del suo impiego è: «molto di quello che dicono i politici è un hocus pocus»). Per qualcuno l’origine dell’espressione è però da far risalire ad una parodia della cattolica liturgia eucaristica, dove il latino «hoc est enim corpus meum» (questo è il mio Corpo) è stato contratto e maccheronizzato appunto in «hocus pocus» («hoc est corpus»).

Super Mario Bros è una delle cose più terribili che ci porteremo dietro dagli anni Novanta, periodo in cui ebbe un successo planetario. Fece la fortuna della Nintendo, certo; e fu l’incubo dei genitori, strattonati dai figli nel reparto videogiochi dei grandi supermercati per comprare quei modelli di console su larga scala, che si agganciavano alla televisione tramite la presa scart (e, per i più sfortunati possessori di apparecchi dell’era precedente, con faticosi magheggi con la presa dell’antenna) e garantivano interi pomeriggi chiusi nella cameretta (sempre per i più sfortunati: nel salotto) con patatine, amici e schiamazzi. Un incubo bidimensionale, dalla grafica incerta, dove due fratelli idraulici (e prima o poi bisognerà che qualcuno scriva anche un trattattello su Luigi, il fratello minore tenuto in disparte col suo cappellino verde – nonché sul fatto che ai due furono dati i più tipici nomi da emigrati a Little Italy) combattevano nemici tra i condotti delle fognature di New York.
Come per tutti i fenomeni popolari, il marketing impazzò. Astucci, cartelle e intero corredo scolastico griffati Mario Bros; linea di abbigliamento; modi di dire. Inevitabile che, ad un certo punto arrivasse anche il film. Fu nel 1993, per la regia di Rocky Morton e Annabel Jankel e con protagonisti Bob Hoskins e Dennis Hopper. Fortuna vuole che la pellicola sia durata il tempo di una stagione, tanto che non la ripropongono più nemmeno per i gli studenti rimasti a casa per il mal di pancia da scuola.

Ai Roxette il binomio brano-film è sempre piaciuto. Se è vero che nel 1990 avevano già all’attivo due dischi da studio e un certo seguito sia in Europa che negli Stati Uniti, fu però l’inclusione della canzone It must have been love nella colonna sonora del film “Pretty woman” a garantire loro il successo planetario. E pensare che il brano era già uscito, piuttosto in sordina e solo nella loro Svezia, nel 1987 con il sottotitolo di “Christmas for the broken hearted”: strappalacrime canzone natalizia per cuori solitari.

Per Gessle dei Roxette, sia detto una volta per tutte, è uno dei migliori songwriter di pop music di sempre, come dimostra la sua enorme carriera prima con i Gyllene Tider, poi con i Roxette e persino da solista (e ancora ricordo quando, atterrato a Stoccolma Arlanda, il suo faccione sopra il logo dell’ufficio del turismo mi diede il benvenuto in Svezia). Pensando di ripetere il bis di It must have been love, Per Gessle aveva accettato di buon grado l’invito della Disney di comporre il tema del film “Hocus Pocus”. E i Roxette lo avevano già praticamente inciso quando, all’ultimo, la Disney si rivolse alle En Vogue e dirottò Almost unreal, questo il titolo della canzone, su un altro progetto cui stava lavorando con la sua sussidiaria Hollywood Pictures: il film “Super Mario Bros”.

Non è questione di ciambelle che a volte vengono senza buco, o del rischio di riproporre una formula nella speranza — quasi sempre vana — che questa si ripeta. È, piuttosto, che It must have been love era diventato un classico istantaneo e, soprattutto, che “Super Mario Bros” non era assolutamente, e sotto ogni punto di vista, “Pretty woman”. Sta di fatto che Almost unreal, come canzone sui titoli di coda del film, ottenne sì un discreto e immediato successo, ma non sopravvisse alla stagione, se non tra i fan dei Roxette. Nessuno del grande pubblico oggi si ricorda del brano e, forse con qualche colpa, nessun servizio di telegiornale l’ha messa lo scorso dicembre, quando è mancata Marie Fredriksson.

Poi ognuno ha i suoi piaceri proibiti. C’è chi pensa che “Super Mario Bros” sia un film infinitamente superiore a “Pretty woman”; e chi, probabilmente, ritiene Almost unreal migliore di It must have been love. Chi scrive si astiene dal fare commenti sulle pellicole ma nega l’adombrata superiorità del brano sull’altro. I Roxette sono uno di quei gruppi che sanno di primavera e l’immaginario costruito da Per Gessle pesca molto da lì. Dev’essere anche per il fatto — un po’ luogo comune, in verità — dei rigidi inverni svedesi e delle loro splendide primavere. I Roxette sono, per chi scrive, la quintessenza del pop spensierato nonché grande ascolto solitario nei momenti di decompressione. Fuori dal giro che conta, non vengono citati nemmeno per essere bistrattati, forse perché sotto sotto sono uno di quei nomi che covano un certo rispetto anche nel mondo ombelicale, snob e solipsistico della critica musicale.

Se però avete una sensibilità che si strugge al ricordo dei flirt estivi di quando eravate ragazzini, o ugualmente sentite ancora quella fitta allo stomaco pure da adulti, vi sfido a non provare un tuffo al cuore ogni volta che, in Almost unreal, Marie canta: «I love when you do that hocus pocus to me».

(Il video, ecco, è una delle cose più orribili mai viste).

Compact disc: storia di una tecnologia e della dignità artistica di un formato.

Tra i differenti livelli di immedesimazione che un lettore può provare rispetto al testo che sta leggendo, il meno frequente è quello di una adesione pressoché totale ai fatti narrati. Capita con i romanzi, ma è però più probabile che accada leggendo un saggio o comunque un testo non-fiction. In questo caso, infatti, l’esperienza narrata dall’autore ha più probabilità di sovrapporsi a quella vissuta dal lettore in relazione all’oggetto dell’indagine. Quando succede, due possono essere le reazioni in chi legge: l’abbandono immediato del libro (non mi sta raccontando nulla in più rispetto a quello che già conosco, avendolo vissuto) o, in antitesi, la lettura analitica con penna e blocco degli appunti.

Quest’ultima reazione è quella che mi è capitata leggendo uno dei volumetti della collana Object Lessons, edita dalla casa editrice Bloomsbury: una serie dedicata ad oggetti che hanno avuto — o hanno ancora — un ruolo nella nostra vita quotidiana, raccontati perlopiù da giornalisti o studiosi e con un taglio accademico quanto basta, essendo la collana pensata per un pubblico vasto. Il libriccino in questione, scritto dal musicista e studioso musicale inglese Robert Barry, è dedicato al Compact Disc.

Io e Barry condividiamo qualche cosa. Innanzitutto, siamo parte della stessa generazione. Abbiamo poi in comune una certa predisposizione per la musica e per gli argomenti ad essa correlati (molti i riferimenti incrociati durante la lettura nei quali mi sono anche io imbattuto). Infine, cosa più importante, rispetto al compact disc abbiamo vissuto le medesime esperienze: le nostre famiglie hanno acquistato un lettore cd nei primi anni Novanta e fino a quel momento le nostre esperienze di ascolto musicale erano relegate alle musicassette anziché ai dischi in vinile (e lo sarebbero state per qualche tempo ancora); abbiamo frequentato entrambi per la prima volta i grandi negozi di musica del centro – il Virgin Megastore di Milano nel mio caso, il negozio HMV di Brighton nel suo — nei medesimi anni acquistando perlopiù i medesimi dischi in compact disc; siamo stati entrambi testimoni, e non potevamo che esserlo se non altro per età, del periodo di dominio del mercato musicale da parte del compact disc a scapito dei due formati fino a quel momento di massa, l’LP e la musicassetta.

Robert Barry ha la capacità di condensare in poco più di 130 pagine la storia, le tecnologie e il destino di quella che è stata l’ultima grande invenzione tecnologica nel campo della riproduzione musicale. Un formato che a ragione egli descrive come «il portale tra due mondi»: quello della musica fisica e il mondo della musica liquida. Certo che il cd sta con i piedi ben saldi nel primo, se pensiamo al senso tattile di avere tra le mani un oggetto fisico. Contenitore a parte, la fisicità della musica con il compact disc è però sparita: nella sua riproduzione non vi è alcun processo meccanico che preveda un contatto fisico tra due elementi (la testina sul nastro, la puntina sul disco); inoltre, la codifica informatica (banalmente, la riduzione della musica ad una sequenza di 0 e 1) ha dato origine alla musica “liquida” come noi la conosciamo oggi e come generazioni di nuovi ascoltatori la conoscono da sempre.

Eppure, nel compact disc c’è ancora qualcosa che solo quelli della nostra (mia e di Barry) generazione riescono a comprendere: la musica, infatti, possiede ancora un suo contesto meta-musicale:

the cluster of text and graphics adorning a jewel case booklet — a sheet of paper with a tendency to grow fatter than any LP inner sleeve — demonstrate that our listening is never just about the music and is always open to influence from a range of competing discourses, that the ear can never entirely be separated from the eye.

A differenza che con i dischi a 33 giri, la fisicità e il contesto di informazioni che oggi mancano nella musica liquida nel compact disc non esistono a scapito della comodità. Milioni di ascoltatori non devono più interrompere – né a livello uditivo né fisicamente – l’ascolto di un’opera per cambiare facciata. Sebbene, ammette Barry, il CD abbia contribuito ad allontanare l’ascoltatore dalla musica: non avere più l’impedimento di alzarsi ogni 20 minuti ha aumentato la distanza fisica tra l’ascoltatore e la fonte musicale, fino a fargli dimenticare completamente l’ascolto, assorbito come è – come siamo – in altre attività.

La storia del compact disc è anche — come sovente capita — una storia industriale e tecnologica. Due, in questo caso, i mondi coinvolti. Da una parte, l’industria della computazione e della digitalizzazione, con la musica ridotta ad una sequenza binaria che contiene un dato discretizzato; dall’altra il mondo della fisica e dell’ingegneria applicate allo studio della luce, il laser che “legge” la sequenza di dati. Ma sono state due anche le aziende che, percorrendo strade parallele ben narrate da Barry, hanno stabilito lo standard: furono infatti l’olandese Philips e la giapponese Sony, memori anche della difficile battaglia per imporre lo standard video (VHS contro Betamax), a definire le regole di codifica del compact disc contenute nel cosiddetto «Red book».

Un risultato al quale giunsero, come detto, da percorsi diversi e da concezioni diverse. La Philips – che nel frattempo aveva commercializzato anche il Laserdisc, rivelatosi poi un flop – puntava su un disco ottico dal diametro di 11,5 pollici, per un totale di 60 minuti di musica. Un numero come un altro e, sottolinea Barry, molti di questi valori non avevano dietro un grande studio ma erano poco più che casuali. Una misura che comunque alla Sony non piaceva. Fu Norio Ohga – che della Sony assunse la presidenza nel 1982 – ad insistere per portare il diametro a 12 pollici: anche in questo caso, un dato poco più che casuale ma supportato dal fatto che questa estensione consentiva al compact disc di contenere per intero tutta la Nona Sinfonia di Beethoven in una particolare direzione di Herbert von Karajan, compagno di studi dello stesso Ohga nel suo periodo berlinese.

Nel libro si parla però di molto altro. Il compact disc ha infatti esteso di molto la durata di un’opera discografica, aprendo a numerosi artisti possibilità fino a quel momento inesplorate per limiti di durata e impedimenti tecnologici. Ed è a sua volta diventato uno strumento musicale per molti musicisti d’avanguardia, in un modo non molto diverso da come il disco in vinile – e il giradischi – lo sono stati tanto per le avanguardie (Cartridge musicdi John Cage, gli esperimenti dell’artista-musicista Christian Marclay, il musicista giapponese Otomo Yoshihide definito «turntabllist») che per la popular music (la pratica dello scratch inventata casualmente da Grand Wizzard Theodore e portata poi al successo da tipi come Afrika Bambaataa).

Non essendo “scratchabile”, altri erano i trucchi per utilizzare il compact disc come strumento. In primis, gli errori prodotti dalla sua lettura (e, soprattutto, i trucchi nel tempo adottati per forzare il sistema di correzione degli errori interno allo standard), che hanno ispirato non solo il movimento glitch ma anche compositori come Yasunao Tone (classe 1935) che ha ben documentato l’utilizzo del compact disc come strumento musicale nel suo disco “Solo for wounded”. E poi il compact disc ha permesso alla musica di creare una nuova estetica fino ad allora sconosciuta. Per la prima volta – e contraddicendo Cage per il quale il silenzio, in realtà, non esiste – il compact disc ha permesso la riproduzione del silenzio più puro: quello digitale, non presente in natura e derivato non dalla registrazione di un evento reale ma, come per tutta la musica dall’avvento della sua codifica in digitale in poi, dalla rappresentazione di un modello che non ha origine nella realtà. Si dice infatti che con la digitalizzazione della musica si passa dal regime della registrazione (di un evento o di una serie di eventi) a quello del campionamento e della generazione di modelli della realtà che in verità non hanno un’origine (l’iperrealtà).

Non è un libro per nostalgici questo di Robert Barry, e posto che il revival del compact disc sembra ancora di là da venire. È piuttosto un’analisi tecnologica, storica sociologica e, perché no?, musicologica della nascita e dell’impatto che un formato di riproduzione musicale ha avuto non solo sull’industria, ma anche sulla creatività. Ed è un racconto della dignità – di uso e di consumo – che il compact disc ancora possiede. Con buona pace di chi considera il compact disc solo un pezzo di plastica con un buco al centro: del resto, non si può dire lo stesso anche del vinile, il cui ritorno fingiamo di vedere come una mossa pensosa anziché come una speculazione?

 

Una lettera dalla quarantena.

L’avevo iniziata come una vera lettera: io scrivevo e un destinatario avrebbe ricevuto, in forma privata. Poi mi sono fatto prendere la mano, e mi rendevo conto di aver superato lo scopo della lettera man mano che scrivevo e rifinivo. Ha preso infine la forma di un post, che pubblico qui sotto. Sono certo che il destinatario non se ne avrà – alcuni riferimenti li capirà solo lui – e, del resto, nulla di privato è stato svelato.

Caro ____,

siamo ormai giunti all’alba della quarta settimana di lavoro da casa – smart working, lo chiamano: ti ricordi quando, in uno scambio di battute, io lo canzonai come «dumb working» e tu replicasti con «not working»? Eppure ce l’abbiamo fatta: diligentemente, lavoriamo ognuno da casa propria. Più lenti del solito e con la straniante sensazione di alzare gli occhi dal pc e avere davanti il divano di casa, o la televisione, anziché un collega, la finestra sul parchetto o – lo ammetto, mi manca – quella con la vista sulla Madonnina. Nessuno di noi sta però prendendo alla leggera tutto questo, o concedendosi una «siesta» prolungata, come qualcuno da oltre la Manica maligna.

Non so se ciò sia dovuto allo spirito di sacrificio o a quel senso di dovere che è in ognuno di noi, persino quando fatichiamo nel tenerlo nascosto; so, però, che questo lavorare a distanza ha come scopo anche quello di farci sentire ancora parte di una comunità, di una consuetudine, della (pessima, invero) abitudine di alzarci tutte le mattine dal letto e cominciare a vivere. Se una cosa questo maledetto virus ha insegnato ai lavoratori, forse è quella di riscoprire che la nostra quotidianità non è solo uno stipendio a fine mese, ma l’ingranaggio – senza dare al termine l’accezione negativa che solitamente si porta appresso, soprattutto quando viene adoperato in contesti di lavoro – in un meccanismo che produce qualcosa: non solo per chi ne beneficerà, ma anche per noi stessi, per il nostro ruolo nel mondo che, certo, non è limitato al lavoro, sebbene in questi giorni di reclusione, dove tutto è ricondotto al tinello di casa, è sempre più difficile tenere separate le tante sfere che compongono la nostra vita.

C’è però preoccupazione, inutile negarlo. Ogni giorno che passa sembra allontanarsi sempre di più la luce in fondo al tunnel, e la domanda “quando potremo tornare alla vita di prima?” ha da tempo perso di ogni significato e speranza: e sociologi e intellettuali si interrogano e ci avvertono che no, quando sarà non avremo più la vita di prima, il virus non è solo uno spartiacque temporale tra un “prima” e un “dopo” ma è, soprattutto, uno spartiacque nelle nostre vite.

David Grossman, scrittore che non ho mai particolarmente amato, ha scritto nei giorni scorsi un bell’articolo su Repubblica. Forse un po’ troppo gonfio di quella retorica che oggi ci vorrebbe poco umani e dopo il virus improvvisamente tutti più umani; ma in periodi come questi è facile fare retorica e ancor più facile crogiolarsi dentro le sue vampate. In quell’articolo Grossman ha scritto che

per molti l’epidemia potrebbe trasformarsi in un evento cardine, fatidico per il prosieguo della vita. Quando si attenuerà, la gente finalmente potrà uscire di casa dopo una lunga quarantena e scoprire nuove e sorprendenti possibilità, generate forse dal contatto con il fondamento stesso della nostra esistenza. Magari la morte tangibile e il miracolo della salvezza scuoteranno donne e uomini. Molti perderanno i loro cari, il lavoro, la fonte di guadagno, la dignità. Ma quando l’epidemia finirà, non è da escludere che ci sia chi non vorrà tornare alla sua vita precedente. Chi, potendo, lascerà un posto di lavoro che per anni lo ha soffocato e oppresso. Chi deciderà di abbandonare la famiglia, di dire addio al coniuge, o al partner. Di mettere al mondo un figlio, o di non volere figli. Di fare coming out. Ci sarà chi comincerà a credere in Dio e chi smetterà di credere in lui.

Non so se quando l’epidemia sarà passata io non vorrò più ritornare alla mia vita di prima. Lo starci oggi così legato mi fa pensare di sì. Mi preoccupa di più sapere che la vita di prima non ci sarà più, e forse lì sta la tentazione di dare un taglio a tutto. Per il momento contiamo solo i giorni che scorrono o quelli che ci separano dai termini sin qui imposti da decreti legge e ordinanze, ma non le macerie che si accumulano, e rimandiamo la vera conta a quando l’emergenza sarà finita. Ma queste macerie sono evitabili o, piuttosto, il prezzo da pagare per poter riemergere quanto prima? Qualcuno ci sta pensando, qualcuno fa progetti su quella che sarà la nuova normalità – la vita sociale ed economica, soprattutto – o abbiamo già rimandato al dopo?

Di prezzi da pagare – dicono – ce ne saranno molti. E in parte già ne paghiamo. Non mi pare di secondaria importanza, a chi stia a cuore, il tema della libertà, nemmeno di fronte alla malattia e nemmeno davanti al sacro primum vivere… Una libertà che, nei fatti, stiamo tutti già sacrificando, chiusi nelle nostre case. E una libertà che, da più parti, si vorrebbe ancora più sacrificata, seppur nel quadro democratico che ci contraddistingue da chi ha (forse) superato l’emergenza avendo calpestata la libertà sempre e non soltanto nello stato di crisi. Che sia giusto usare i dati raccolti dai nostri telefoni per limitare il contagio è un tema stupido (o no?) da porsi quando il contagio non accenna a diminuire. Ma poi cosa succede se questa misura rimane anche dopo? È facile prendere, e accettare, certe imposizioni nei periodi di crisi; difficile dismetterle e farne a meno a crisi finita, quando ormai lo spazio pubblico si è ingrossato e quello privato ridotto di conseguenza.

E così non so più a cosa credere, io che mi ritenevo una persona libera e forse mi accorgo ora che confondevo la libertà con il menefreghismo o, se non proprio, almeno con l’atteggiamento di chi è facile fare i libertari quando si gode già di un’enorme libertà. Prendi l’economia: chi mi ha insegnato -e io ho appreso con passione ed entusiasmo – la superiorità del libero mercato sulle regole, sulle imposizioni, sui lacci & lacciuoli dello Stato oggi tentenna e invoca invece lo Stato come l’unico in grado di intervenire con il suo sostegno, il suo aiuto, la sua supplenza e le sue regole per controllare il mercato. E non so più a cosa credere, o chi ascoltare, se valga la pena mettere in dubbio tutto quello che ho pensato fino ad oggi – magari pecco di presunzione, ma provo a tenere duro – o se forse è meglio un bel bagno di realtà e passare, per non dare l’impressione di troppo cinismo, dall’essere libertari nella vita personale e liberisti in quella economica a non dico proprio statalisti e ortodossi ma almeno keynesiani: ci crederemo poco, noi liberisti, ma almeno ci porteremo bene in società.

Questa confusione di identità e di credi vale anche nella sfera più personale e religiosa, dove il non credente e il credente, il critico della Chiesa e il papaboy restano egualmente incantati e attratti da una foto che è già materia per i libri di storia, quella in cui il Papa prega da solo in una piazza S. Pietro mai stata così deserta. In breve tempo un colpo di spugna cancella anni di coscienza: dall’individualismo sfrenato alla riscoperta della socialità, che tanto ci manca quanto più ci viene interdetta. Fino al conforto della religione: da io a Dio.

Ma sto divagando, me ne rendo conto. È che le parole mi sgorgano come desidero facciano sempre, e invece di solito niente. Devono essere state le letture accumulate in questi giorni: varie e bulimiche, una curiosità che sembra non soddisfarsi mai: Arbasino ci ha lasciati ma non le sue scorribande, le sue interminabili vacanze, le sue descrizioni, i tic e gli chic ma mai il moralismo; e le superbe concupiscenze librarie di Giorgio Manganelli, dove è bello perdersi godendo semplicemente della costruzione delle frasi e della musicalità delle parole e fa niente se sono scritti, ritagli, recensioni e non c’è una storia, non c’è un insegnamento: la lettura non sempre deve intrattenere o educare, può essere goduta solo per il gusto della lettura, per l’estetismo del momento («l’arte per il gusto dell’arte»: espressione abusata sempre nei contesti sbagliati). Mi sembra di avere un flusso di parole che si accumula nella testa e lì si rimescola, mai fermo e mai sedimentato, e si trasforma in qualcosa che spinge per uscire. Un prurito alle mani e uno sfogo liberatorio di lettere e pensieri – forse il vero senso di questa lettera, che sta assumendo sempre più i toni di un pedante flusso di coscienza.

I libri, ecco. O i film, i dischi, i tour virtuali dei più grandi musei del mondo. Ci ripetiamo stancamente che tutto questo ci salverà dal tedio che la quarantena forzata porta con sé. Abbiamo abbonamenti a ogni possibile piattaforma streaming per i film e la musica, e Amazon ci consegna ancora qualche libro per rimpinguare le scorte della pila di quelli da leggere. Anche se la sensazione è che si legga come prima, e cioè poco o niente, e semmai la copertina è utile per un post su Instagram, che immortala e consegnerà ai posteri il diario di questa epidemia. Con l’inganno presto svelato: chi oggi vorrebbe che lo stato tracciasse i nostri spostamenti già trasmette la sua vita da recluso come fosse un reality; e in questo reality c’è la rubrica sui libri, che poi restano per giorni intonsi sul comodino del letto – l’ultimo fermo immagine che chiude la diretta della sera – con il segnalibro sempre allo stesso punto (e le case editrici che pure glieli regalano, questi libri soprammobili!) perché la condivisione del primo caffé del mattino, della preparazione del pranzo, e lo yoga del pomeriggio e l’aperitivo in videoconferenza consumano tutto il tempo che abbiamo a disposizione – persino quello in più che questo stato di emergenza ci ha regalato. Ma forse è giusto così, abbiamo abbassato talmente tanto la soglia del pudore da non considerare più tutto questo nemmeno voyeurismo, e quanto alla mistificazione della realtà i calli sono già grossi e duri sulle nostre mani; resta solo il problema della soglia voyeuristica, a quel punto alzatasi talmente da essere diventata pornografia tout court.

Ma ecco, caro ___, che in conclusione provo a rientrare nel vero argomento che mi ha spinto a scriverti. Cosa sarà di noi, dopo. Del nostro lavoro, delle macerie che dovremo raccogliere, dello stato delle cose – e della conta dei morti, no feriti non ce ne sono: la chiamano guerra, questa epidemia, ma non fa feriti, solo caduti. Non lo so cosa sarà, e forse dovremmo inventarci qualcosa se ciò che c’era prima non regge più. Ecco, solo per dirti che, nel caso, ritienimi ancora dei tuoi. Per ricostruire insieme, se necessario persino meglio di prima.

Photo by Atharva Tulsi on Unsplash

Gli amministratori locali, le disposizioni e noi.

Senza che questo suoni come una polemica, tanto inutile quanto più l’emergenza del coronavirus restringe sempre più la nostra quotidianità e ci obbliga a rispettare le norme senza commentarle.

Mettetevi però nei panni di un amministratore pubblico. Di un Sindaco e della sua giunta, da più parti definiti – non a torto – come i primi avamposti nei confronti della cittadinanza e come gli ultimi a mollare il colpo in tempi di emergenza, dovendo sempre stare in trincea a controllare i propri territori. Non vale nemmeno la massima di Flaiano per cui la situazione è grave ma non seria. La situazione, oggi, è grave e seria. Ma se alla gravità dobbiamo far fronte nei modi che ormai tutti stiamo imparando a conoscere – rispetto delle norme, stare in casa e non uscire ché non va tutto bene come ripetiamo in un mantra ormai sempre più stanco – sulla serietà siamo purtroppo rimasti da soli.

Saltiamo a piedi pari gli ultimi quindici-venti giorni e andiamo direttamente a ciò che è successo nelle ultime ore.

Le regioni del Nord Italia, le più colpite, con la Lombardia in testa, da giorni chiedono al governo una ulteriore stretta rispetto alle misure fin qui messe in atto. Di fatto, ciò che Lombardia, Veneto, Piemonte ed Emilia Romagna chiedono sono misure ancor più restringenti, con la sola salvaguardia delle filiere che garantiscono i servizi essenziali per i cittadini, generi alimentari in testa.
Il governo però nicchia. Comprensibilmente, aggiungo io: non è facile prendere a cuor leggero una decisione che, contemporaneamente, mette sotto torchio la nostra economia ancor più di quanto fatto finora e, soprattutto, corre il rischio di minare al già fragile equilibrio sociale della popolazione, che ad ogni mezzo annuncio delle istituzioni risponde con immotivate e incomprensibili file fuori dai supermercati, dettate però da un allarme psicologico che non tutti riescono a tenere a bada.

Superata l’ora di cena dell’ennesimo sabato di quarantena, la Lombardia decide per lo scatto in avanti. Per una forzatura, se stiamo agli inviti del governo a non fare passi unilaterali e a mantenere un coordinamento tra lo stato e gli enti locali. E stabilisce che siano chiuse le attività artigianali di servizio (definizione incontestabile: ma quanti sanno cosa significa?), i cantieri e gli studi professionali, che siano evitati gli assembramenti di più di due persone nei luoghi pubblici (pena una multa da 5 mila euro), che le uniche attività commerciali aperte siano quelle di vendita di generi alimentari, le farmacie, i tabacchi e le edicole. Dopo l’annuncio, la pubblicazione di un’ordinanza, firmata dal Presidente Fontana.

Passano un paio d’ore e i telegiornali, chiamati in edizione straordinaria, annunciano che Conte avrebbe fatto alcune dichiarazioni alle 22.45. E qui il Presidente del Consiglio annuncia la chiusura anche delle attività produttive, tenute aperte nell’ordinanza Regionale seppur con grandi inviti ad adottare prudenza. Allo scatto in avanti Lombardo ha quindi risposto il Governo con un sorpasso a destra.

Si badi bene – e ritorna l’invito fatto in apertura a non considerare questa mia una polemica – quello di Conte è però solo un annuncio. Che suona quasi come un’accusa di lesa maestà: come si permettono i governatori di prendere decisioni autonome rispetto a quelle del Governo?
Se ci fermassimo solo al contenuto dell’annuncio, non sarebbe però un problema: gli italiani stanno dimostrando di accettare le norme e le regole stringenti e, sebbene il dibattito sulla chiusura delle attività produttive continuerà nei prossimi giorni, accetteranno anche questa decisione, pur in tutta la scompostezza che ci caratterizza come popolo e che dobbiamo comprendere anche in periodo di crisi, ché non può essere solo vanto di varia creatività quando vogliamo spendere il nostro «modello Italia».

Il fatto è che non c’è altro, oltre l’annuncio. Al momento in cui scrivo – e sono passate dodici ore dall’intervento di Conte – non esiste il decreto con le misure; nemmeno una bozza che circola pazza nelle chat dei governatori locali o riportata dagli organi di stampa con accusa di «fuga di notizie».

E torniamo agli amministratori locali. Che in tutto questo devono comunicare ai cittadini le nuove disposizioni – temporanee e salvo il nuovo decreto, in arrivo ma che non arriva – e organizzare il lavoro sulla base di una comunicazione del sabato sera del Presidente del Consiglio, che inverte l’ordine naturale delle cose: perché prima si fa il decreto, e poi lo si illustra agli italiani. Perché gli annunci non dispongono, non sono operativi, non entrano in vigore.

È prassi che i consigli dei ministri deliberino titoli e slide da mostrare in conferenza stampa, delegando agli uffici legislativi la successiva scrittura del foglio bianco. Ma qui non si tratta di una misura buona da spendersi nell’immediato. Qui si tratta del presente – e del futuro, ce ne accorgeremo nei prossimi mesi – di una intera nazione, lasciata nell’incertezza della validità di un dispositivo verbale e nella confusione con altri dispositivi come le ordinanze regionali, che almeno una firma e una finestra di decorrenza la recano. Se per una volta, anziché rincorrere le fughe e intestarsi la sovranità delle decisioni in un tiro alla fune tra Stato e Regioni, tutti dimostrassimo un po’ più di rispetto per le regole – anche legislative e deliberative -, nella situazione di emergenza in cui ci troviamo solo l’Italia avrebbe da guadagnare. Che in un momento come questo – mi sia permesso cari Presidente del Consiglio e della Regione – sarebbe già gran cosa.

Poi, quando tutto sarà finito e speriamo il prima possibile, torneremo a fare la voce grossa, a farci i dispetti, a scattare in avanti e a subire sorpassi a destra (o a sinistra).