La pericolosa cultura del tetto agli sconti sui libri.

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Stando alla definizione data dalle statistiche, sono un lettore forte. Leggo oltre 50 libri l’anno e — anche se è difficile ammetterlo, soprattutto per le mie tasche — su di me gli sconti applicati al prezzo dei libri hanno scarso effetto. Se un libro è scontato sono come ovvio più propenso all’acquisto; ma, in una scala da 1 a 10 delle variabili che mi fanno valutare l’acquisto, lo sconto applicato si posiziona all’ultimo posto, come può testimoniare chiunque sia affetto dalla medesima compulsione.

È di questi giorni la notizia che il Senato ha approvato la legge per la promozione e il sostegno della lettura. Con effetto retroattivo al 1° gennaio 2020 questa legge, oltre a prevedere pomposi specchietti per le allodole come l’istituzione di una annuale capitale italiana della lettura o dell’albo delle librerie di qualità, fissa nel 5% (dall’attuale 15%) il limite degli sconti che le librerie possono applicare sul prezzo di un libro.

È sempre sbagliato che lo stato disciplini ex lege le abitudini d’acquisto degli italiani. E diventa surreale quando, per promuovere la lettura rilanciando la vendita di libri, diminuisce la possibilità di fare sconti. Dice: l’intento è quello di aiutare le piccole librerie di qualità (pare che «piccolo» e «qualità» siano diventati sinonimi: io quando li sento accostati metto le mani alla rivoltella) e difenderle dai colossi del web o dalle catene di proprietà dei grandi editori, gli unici a potersi permettere di applicare sconti del 15% senza eccessiva riduzione di margini. Ma il risultato dell’intervento è dannoso. Facendosi scudo di una nobile intenzione, lo stato droga il mercato provando — per altro inutilmente — a mettere fuori gioco un attore per favorirne un altro. Un intervento anti-concorrenziale mascherato da promozione della lettura. È la trasposizione su carta di un altro grande mantra dei nostri tempi, quello che vorrebbe la grande distribuzione colpevole di aver ammazzato il piccolo commercio di vicinato, con i rappresentanti di quest’ultimo che implorano al legislatore un intervento punitivo nei confronti del concorrente più grande. Ma ci arrivo più avanti.

Non è la prima volta che un governo fissa il tetto agli sconti sui libri. C’è però da segnalare che oggi la più grande associazione di editori librari italiani, l’AIE (Associazione Italiana Editori, al cui interno siedono tutti i grandi attori del libro), si dice contraria. Per voce del suo presidente Ricardo Franco Levi ha infatti affermato che il nuovo tetto agli sconti «peserà sulle tasche dei consumatori e delle famiglie per 75 milioni di euro» e che l’intero dispositivo «non è ciò che serve al mondo del libro, la prima industria culturale del paese».

Leggendo il comunicato dell’AIE ammetto di essere sobbalzato sulla sedia. Ricardo Franco Levi, che oggi critica con una certa comprensibile veemenza questa nuova legge, fu però l’ispiratore di quella che nel 2011 fissò nel 15% il tetto massimo di sconto che le librerie — di ogni tipo, anche online — potevano applicare al prezzo dei libri. Qualcosa che già allora criticai e che nascondeva di fatto le stesse motivazioni dietro la legge di oggi. Soltanto che Levi nel 2011 per difendere la sua scelta usava argomenti opposti a quelli usati oggi, ed erano argomenti molto simili a quelli che si leggono nei commenti delle altre associazioni di categoria che, a differenza dell’AIE, sono invece favorevoli a questa ulteriore limitazione alla libertà di sconto — giuro che stavo per scrivere «di impresa» — e che, manco a dirlo, sono quelle che raggruppano gli editori e le librerie indipendenti (altro supposto sinonimo di «qualità» ai giorni nostri). Il risultato della legge Levi è presto detto: solo nel 2019 sono stati venduti 9 milioni di libri in meno rispetto al 2011. Non è difficile immaginare quale sarà il trend con il tetto degli sconti ancora più ridotto.

Non c’è bisogno di scomodare la sociologia dei consumi o le teorie economiche per definire questa nuova legge, al pari di quella del 2011, come qualcosa tra l’inutile e il dannoso. Poiché il vero scopo nascosto dell’intervento non è quello di promuovere genericamente la lettura, bensì di salvaguardare le piccole librerie, bisognerà allora cominciare con l’ammettere che il problema di queste ultime — così come il problema del salumiere, del panettiere o del pasticciere — non è la oggettiva possibilità per il web o per la grande distribuzione di applicare sconti più alti rispetto a quelli che la piccola bottega riesce a fare senza mettere a rischio la sua sopravvivenza. Se si pensa infatti che, all’interno di un quadro di regole uguali per tutti, il piccolo possa competere con il grande nel suo stesso campo, la battaglia è persa in partenza. Persino se a Davide fosse data la facoltà di scontare e a Golia imposto invece un prezzo al pubblico maggiore, Golia vincerebbe. Il vero problema che deve affrontare il piccolo commerciante per raggiungere uno status qualitativo e perciò commercialmente appetibile, a prescindere dalla metratura del suo punto vendita, è piuttosto un problema culturale, superabile solo con le proprie forze e senza applaudire ad uno stato che s’impiccia di faccende che non gli competono e regolamenta a suon di leggi e decreti un mercato che dovrebbe regolarsi da sé con logiche di domanda e offerta e sviluppo della concorrenza. Se rimaniamo al libro — ma il ragionamento è estendibile a qualsiasi categoria merceologica — l’unico vantaggio competitivo che rimane al commerciante (e che né le grandi catene né il web avranno mai) è quello del servizio. Il cliente-lettore trarrà più piacere a fare i suoi acquisiti in una libreria dove egli percepisce la cura del prodotto e il suo essere acquirente è valorizzato; una libreria che operi una selezione umana e non basata su un algoritmo; che offra presentazioni ed eventi collaterali legati al libro (e, possibilmente, non al caffé o allo spritz annacquato); infine, che sia aperta in orari in cui le persone sono meglio disposte ad acquistare, perché il tempo a disposizione è sempre meno e quel poco che resta è preferibile trascorrerlo con uno scambio interpersonale e non tra uomo e macchina (lo capite da voi, vero?, che la maggior parte degli acquisti su Amazon vengono fatti in fretta e furia in orario di lavoro). Al contrario, se il cliente-lettore si reca in una libreria dove non c’è cura, i libri non sono selezionati né facilmente rintracciabili, la domenica mattina la saracinesca è abbassata, da dietro la cassa non viene mostrata la minima disponibilità e al posto dei libri si vendono gadget o addirittura i voucher per gli acquisti su Amazon (visto anche questo), è facile che questi, pur disposto a spendere investendo nella qualità di un servizio la maggior differenza rispetto al prezzo applicato da Amazon, uscirà dalla porta per non tornare più. Ed è ciò che è accaduto in moltissime librerie di paese.

È semplice. Ma capirlo pare impossibile: per il legislatore di oggi e per quello di ieri che, disperandosi, legifera in senso anti-concorrenziale e anti-mercato; soprattutto, per il negoziante-elettore, che di questa cultura è sia sobillatore che sobillato.

Il rischio dell’inopportuno

Io non ho idea di quanto costi pubblicare ogni mese una rivista come Vogue nella sua edizione italiana. Posso solo immaginare che si tratti di una cifra molto alta, soprattutto in tempi di vacche magre nel mondo dell’editoria periodica. Così come non conosco l’impatto ambientale causato dal mettere insieme i servizi fotografici di una rivista come Vogue Italia; ma, anche in questo caso, credo sia molto — ma qui faccio ancora più fatica a quantificare: da quando ci è preso l’uzzolo di misurare l’impatto ambientale di pressoché ogni cosa, esistono tante diverse scale di inquinamento, ognuna piegata alla bisogna di chi le difende o le attacca.

So però che Vogue Italia è una rivista che, da sempre, è fieramente legata alle immagini e alle fotografie e che dalle sue parti sono passati i migliori fotografi e stylist. Lo so da lettore, con un passato persino di abbonato. Provare a raccontare la moda — cioè una delle più alte forme d’arte — sostituendo alle fotografie i disegni può essere sì un azzardo interessante — David Hockney ha affermato che il dipinto, rispetto alla fotografia, è il modo migliore di rappresentare la realtà perché obbliga l’autore ad una maggior visione: e quante realtà oggi possono dirsi altrettanto importanti rispetto alla moda?). Ma questo azzardo è tanto più rischioso se compiuto in nome di un ritrovato ecologismo (dei conti economici, verrebbe da dire con un po’ di malizia) che carezza il pelo dell’opinione pubblica nel verso giusto, quando in passato lo stesso pelo era accarezzato — soprattutto da riviste come Vogue Italia — nella direzione provocatoriamente riflessiva, più che in quella compiacente, per l’opinione pubblica.

Ma passi. Dunque il segno dei tempi è anche questo, e mai vorremmo che di questo passo si avverasse una recente visione, tra il serio e il faceto, di David Brooks che, immaginando di osservare a ritroso dal 2030 questo secondo decennio appena iniziato, arriva a inserire la battaglia per i diritti degli animali come «una delle principali cause morali del decennio» (siamo comunque sulla buona strada: una corte inglese considera il veganesimo un credo filosofico e, in quanto tale, equiparabile ad una religione). Passi e arriviamo al dunque: Emanuele Farneti, che di Vogue Italia è direttore avendo preso in mano il timone che per ventotto anni fu di Franca Sozzani, ha annunciato che, per la prima volta nella storia del giornale della scuderia Condé Nast, il numero in edicola dal prossimo 7 gennaio sarà interamente realizzato senza fotografie, sostituite da disegni. «Mostrare i vestiti senza fotografarli», per non impattare sull’ambiente evitando il coinvolgimento di centocinquanta persone, venti voli aerei e poco meno di viaggi in treno, macchine sempre pronte a portare in giro le persone, luci accese per almeno dieci ore al giorno, spreco di cibo dai servizi di catering e plastica varia. Tanto, scrive Farneti nel suo editoriale, è necessario per mettere insieme il numero di settembre della rivista, il più celebre e venduto (anche agli inserzionisti pubblicitari).

vogue italia milo manaraDunque un azzardo artisticamente interessante, ma piegato al sentir comune dell’opinione pubblica e del politicamente corretto. A preoccupare non è tanto la scelta ecologista, e nemmeno il fatto che Vogue Italia di gennaio sarà per la prima volta avvolto da un cellophane compostabile al 100% a gettare scompiglio (a quanto pare anche in Condé Nast hanno iniziato a ricevere via posta le riviste straniere, da tempo avvezze alla pratica). Ciò che preoccupa è che, tra le 7 differenti copertina d’artista con cui Vogue Italia andrà in edicola, ne spicca una in cui Milo Manara raffigura, nel suo classico stile, la modella Olivia Vinten con guanti rossi di lattice e una frusta di pelle in mano. Pare che la copertina abbia scatenato un dibattito interno alla redazione, scrive il New York Times. Non fatichiamo a crederci: il lattice e la frusta di pelle rischiavano di mandare in rovina il numero ecologista. Ma il punto non era nemmeno quello; il punto era, nelle parole dello stesso direttore Farneti, l’opportunità di «riportare l’erotismo in copertina di una rivista femminile». O, più semplicemente, la paura di mettere in copertina ciò che l’opinione pubblica ormai giudica inopportuno, per magari poi finire al centro di uno scontro su Twitter, accompagnati dall’apposito cancelletto diventato emblema di ogni moderna protesta e suggello di scomunica sull’altare del politicamente corretto.

Misurare il mondo

david hockney road to york sledmere
David Hockney, The road to York through Sledmere (1997)

Noi crediamo che la fotografia sia la realtà definitiva, ma non è cosi, perché la macchina fotografica vede il mondo in termini geometrici. Noi no. In parte vediamo le cose geometricamente, ma anche psicologicamente. Se guardo il ritratto di Brahms sulla parete là in fondo, mentre lo guardo diventa più grande della porta. Quindi non è poi così vero che misuriamo il mondo in modo geometrico.

David Hockney a Martin Gayford. A bigger message. Conversazioni con David Hockney (Einaudi, collana «Saggi», 2009, p. 52)

E tanti auguri.

Vanno molto di moda i resoconti di fine anno. Adesso che ci penso, da queste parti non ho scritto granché di diverso negli ultimi mesi, e quando l’ho fatto c’erano sempre di mezzo i libri o i dischi (monotematico, con tendenza maniacale).

Dunque per gli affezionati della materia, che non posso certo deludere: questa è la reading list del 2019 (come sempre in aggiornamento fino a domani, quando conto di terminare il libro attualmente in lettura). Piena di buone letture, di letture grandiose, di pessime letture. Non molto diverso dagli alti e bassi che, con riguardo ad ogni altra cosa, caratterizzano il trascorrere di un anno, soprattutto quando li si guarda agli sgoccioli del 31 dicembre e quindi, spesso, con il giusto distacco che gli alti – e soprattutto, i bassi – richiedono per essere giudicati tali. Pero, ecco, se dovessi indicarne tre tra i migliori libri letti, fermandomi ai soli romanzi direi senza dubbio Svegliami a mezzanotte di Fuani Marino (Einaudi), Nel giardino delle scrittrici nude di Piersandro Pallavicini (Feltrinelli) e Il mio anno di riposo e oblio di Otessa Moshfeh (sempre Feltrinelli). Quanto alla non-fiction, sarò molto banale, ma Bianco di Bret Easton Ellis (Einaudi) per capacità dialettica, invettiva, provocazione e scrittura quest’anno non ha avuto eguali. Menzione particolare anche per una casa editrice che mi sono ripromesso di tenere sott’occhio di più: Nottetempo. I due romanzi letti quest’anno (La lettrice di Chechov di Giulia Corsalini e Permafrost di Eva Baltasar) sono entrambi belli e ricercati, come la migliore narrativa dev’essere.

Per i pochi lettori che fossero invece curiosi di sapere quali sono i dischi che più mi sono piaciuti in questo 2019, rimando ad una facile previsione di un paio di mesi fa e aggiungo solo una precisazione. Ho ascoltato, come al solito, tantissima musica. Non mi sono posto il problema di quanto fosse nuova, né di quanto rientrasse in questa o in quella categoria. Ma dovendo tirare inevitabilmente le somme, mi rendo sempre più conto che, di tutta la musica ascoltata quest’anno, quella che sopravviverà non è necessariamente la più emozionante, o la più godibile, o quella che ho ascoltato di più. È invece, come per tutte le cose interessanti, quella che mi ha lasciato la sensazione di tracciare una traiettoria musicale — laddove la traiettoria, come da qualche anno mi capita di percepire, è più legata al suono che non alla musica intesa come la canonica forma canzone della popular music, o come le altre canoniche altre forme delle altre musiche. E dunque, in ordine sparso, i dischi che mi sono piaciuti di più sono Oracle di Angel Bat Dawid, Reach the endless sea del nuovo progetto di Sam Shackleton a nome The tunes of negation, Lifetime di Klein, The sacrificial code di Kali Malone e Epitaph di Jay Glass Dubs.




Non tedierò nessuno con le cose che mi sono capitate durante l’anno. Le liste del tipo «cosa mi ha lasciato questo 2019» o «cosa ho imparato durante l’anno appena trascorso» hanno per me lo stesso valore delle terapie fatte in casa con l’aiuto della sezione self-help di qualunque grande libreria del centro – e sono speculari alle liste circa le attese per l’anno che si sta aprendo, puntualmente poi disattese. Non riesco più a concepire qualunque uso della rete internet — e in particolar modo i social network, dai quali mi sono definitivamente allontanato quest’anno — come il luogo dove ci si barcamena tra la positività (intesa come mostrare al mondo le proprie supposte capacità) e la negatività (intesa invece come la ricerca del compatimento mostrando, in maniera più o meno esplicita, le proprie sfighe), e purtroppo questi due poli sono in costante crescita all’interno delle bolle virtuali, e nonostante cose interessanti si continui a leggerne (o a vederne, come in certi profili Instagram) anche da quelle parti.

Preferisco raccontare quello che mi è successo oggi, in una giornata iniziata come normale ma che si è rivelata non molto distante dai concetti espressi da Mons. Nunzio Galantino nel suo — imperdibile, almeno per me — «Abitare le parole» sulla Domenica del Sole 24 Ore di ieri. Il tema era uno di quelli tipici dei periodi di festa (e dunque di vacanza), la «pausa», con iniziale citazione di Bukowski:

«Uno spazio di pausa… altrimenti le pareti ti schiacceranno». E le pareti che possono schiacciarci non sono solo quelle che stanno fuori di noi. Più subdole e non meno rovinose sono le pareti che possono soffocare la nostra voglia di vivere, impedendo al sole di illuminare angoli della nostra esistenza e frammenti della nostra vita. Soprattutto quando più forti si alternano in noi – talvolta sovrapponendosi – gioia, ansia, paura e attese. Alternanza di stati psichici provocata dal calendario con le sue scadenze e con i suoi appuntamenti. Il loro peso aumenta quando pensiamo di dare continuità e senso al nostro tempo evitando le pause; evitando cioè quei veri e propri varchi che ci permettono di prenderci cura di noi.

Questa mattina era la prima di tre giorni non festivi di vacanza che mi sono concesso dal lavoro. Almeno formalmente, perché già ieri pomeriggio e poi ancora per tutta la mattina odierna ho lavorato per finire un paio di cose che avevo lasciato in sospeso. Dunque mi sono svegliato — sul presto come mi piace fare quando sono a casa in vacanza, per godermi ogni momento — e lavorato fino a mezzogiorno. Rincasato, mia moglie mi ha proposto di andare a Palazzo Reale a visitare la collezione Thannhauser. Già che saremmo andati da quelle parti, avremmo potuto anche mangiare qualcosa insieme prima della visita. Siamo quindi andati a Milano: e a nessuno dei due è pesato fare più o meno la stessa strada che facciamo quotidianamente per recarci al lavoro. Eravamo del resto, almeno per un giorno, senza le pareti che premevano su di noi. Abbiamo pranzato — pesce, per i curiosi — e realizzato che due ore di coda per una mostra alla quale eravamo entrambi pur interessati potevano essere sacrificate in nome di una prenotazione dei biglietti e di una visita rimandata di qualche giorno pur di non congelare nel cortile di Palazzo Reale. Ci siamo dunque messi a passeggiare per il centro di Milano – una sigaretta lei, un toscano io – chiacchierando del più e del meno, fermandoci per acquistare un paio di dischi, per visitare una delle più belle tra le recenti librerie indipendenti che hanno aperto a Milano (Verso), fino chiudere con una merenda del tutto improvvisata con un cannoncino e un caffè da Panarello, in Porta Romana.
(Questa cosa del descrivere le zone di Milano con l’espressione formata da «in» e il nome del quartiere o, se venite dalla provincia, da quello della stazione della metropolitana più vicina, è uno dei tic più insopportabili della milanesità: a volte temo persino che sia un vezzo dei non milanesi).

Di ritorno da Milano siamo andati a fare la spesa. Al supermercato. Arrivando persino a pensare che fare la spesa di lunedì 30 dicembre, nel tardo pomeriggio, è uno di quei piccoli piaceri perversi che si provano solo quando non li si devono fare il sabato mattina, con la frenesia di un weekend dove si è accumulato tutto ciò che non ha trovato spazio durante la settimana. È stato proprio mentre spingevo il carrello che ho realizzato che le parole di Mons. Galantino nella sua rubrica di ieri, e tutto il concetto di pausa come elemento fondamentale per ritrovare un po’ se stessi, era quello che avevo fatto io oggi.

Credo soprattutto perché nulla di quello che ho fatto era stato programmato.

Come si dice, buon 2020.

Bisogno di luce perenne.

Paola Mastrocola, in una delle sue «Paginette» per la Domenica del Sole 24 Ore, discute di scrittura «internettiana» e di smània che a tutti noi prende di dover dire la nostra sui social network — o sui blog («Malati di scrittura internettiana», Il Sole 24 Ore, 25.8.2019 p. 30). Appunto qui di seguito un passaggio della sua riflessione, utile a me e a chi mi legge:

È questo bisogno di luce perenne intorno che m’incuriosisce, il bisogno di essere “seguiti”. Non riusciamo più a dire niente senza voltarci a vedere chi c’è dietro. Camminiamo con la testa perennemente voltata. Parliamo per vedere quanti ci ascoltano. Forse non ci importa nemmeno più quel che diciamo, ma solo la fila dietro, il fiammifero in più. La conseguenza è che finiamo per adeguare quel che diciamo al consenso altrui: diciamo quel che la gente vuole sentire, scriviamo i libri che la gente vuole leggere, votiamo il partito che la gente (o meglio, la “nostra” gente) vota. Seguiamo l’onda, il main stream. Il pensiero libero, originale, indipendente, per sua stessa natura, non ha seguaci. Dunque, non esiste.

Sia chiaro, a tutti fa piacere suscitare apprezzamento, ammirazione. Registrare una reazione positiva a quel che stiamo facendo, sul lavoro, per esempio. Lavoriamo meglio, se qualcuno ci dice bravo.

Ma anche lavorare e basta, senza chiedersi a chi “piace”, avrebbe un suo fascino. Anche essere non visti, non cliccati, non postati, non inoltrati. Anche l’invisibilità è un valore. Inestimabile. Andare per la propria strada, per la strada che riteniamo giusta in base ai nostri ideali, alle convinzioni che abbiamo maturato nel tempo, ai principi morali a cui abbiamo deciso di attenerci e, anche, alle nostre passioni. Così il maestro diceva a Dante: «Perché l’animo tuo tanto s’impiglia che l’andare allenti? Che ti fa ciò che quivi si pispiglia? Vien dietro a me, e lascia dir le genti; sta come torre ferma, che non crolla già mai la cima per soffiar di venti».

Romanzi audiovisivi

Il critico Gianluigi Simonetti, sulla Domenica (7.7.2019, p. 23), analizza i due libri che, fino all’ultimo, si sono contesi il premio Strega: Fedeltà di Marco Missiroli (Einaudi) e M. Il figlio del secolo di Antonio Scurati (Bompiani), con quest’ultimo ad avere poi trionfato tra la «cinquina» nella serata finale:

Romanzi in apparenza diversissimi: M massimalista, epico, frammentario, sovraccarico stilisticamente e politicamente impegnato; Fedeltà minimalista, sentimentale, fluido, prevalentemente colloquiale (con qualche accensione metaforica), sostanzialmente cattolico. Eppure romanzi simili, nel loro concentrarsi sull’efficacia del racconto, e nella sudditanza di fondo a modelli audiovisivi: romanzi che crescono ispirati dai film e dalle serie, per diventare a loro volta soggetti di altri film e di altre serie, al termine di un ciclo produttivo il cui il momento letterario finisce con l’essere un mezzo più che un fine. Romanzi che parlano, da sponde lontane (e da riconoscibili ma opposti brand), allo stesso pubblico: un pubblico informato e connesso, genericamente smart, che di letteratura vera e propria non sa e non vuol sapere, perché ha imparato a rimpiazzarla con le ’storie’ (o con le ’narrazioni’, come dicono i più sofisticati). Quali storie? Quelle della televisione intelligente e del cinema d’autore, del giornalismo-spettacolo e della recita politica, delle tendenze (e delle paranoie) glamour, dei social network.

È questa materia a cui la narrativa letteraria deve trovare il modo di adeguarsi, consapevole di poter arrivare’ a un pubblico non solo di nicchia tanto prima e meglio quanto più lo stile del romanzo, che disgraziatamente è fatto ancora di parole, risulterà lubrificato, saporito, amabile. Di qui l’imposizione di due filtri privilegiati: la chiarezza standard e amichevole (come in Missiroli) o la speziatura violenta e pittoresca (come in Scurati). Di qui, anche, la ricerca attenta di temi (meno conta il come, più conta il cosa si racconta): può andar bene una quotidianità democratica, che seduca attraverso identificazioni tempestive (come in Missiroli), ma bene anche un’eccezione totalitaria, che seduca attraverso un’emergenza sancita dalla grande storia (come in Scurati). Il bello dello Strega alla fine è proprio questo: ci permette di vedere al lavoro la ’macchina’ del romanzo contemporaneo, il cui scopo è quasi sempre comunicativo più che estetico, e rassicurante più che critico (anche quando mima la denuncia civile, o cerca la polemica politica).

Anche qui si è iniziato a leggere con Topolino.

Se non fosse che ci teniamo al nostro Paese, sarebbe quasi il caso di dire che la nostra classe dirigente non si merita Topolino. Ma in realtà non è così. Sarebbe il caso di sognare un premier che Topolino e Paperino li cita per spiegare e divulgare e non per sfottere l’avversario politico di turno. Finché questo non accadrà non aspettiamoci grossi cambiamenti all’orizzonte. La speranza piuttosto può arrivarci da dietro. Da chi ogni mercoledì va in edicola a comprare il Topolino, che tra qualche anno voterà e che magari tra qualche anno ancora avrà voglia di mettersi in gioco per cambiare qualcosa.
Non ce lo meritiamo noi, ma se lo meritano loro. Vi aspettiamo ragazzi, e scusateci.

Federico Vergari via minima&moralia

Autarchia musicale.

Sulla proposta di legge che vorrebbe introdurre anche in Italia, così come già in Francia, una quota del 30% di musica italiana nella programmazione radiofonica, interviene risolutivamente Gino Castaldo dalle colonne di Repubblica: [18.02.2019, p.1]:

Basta dare un’occhiata al sito EarOne che mostra le classifiche dell’airplay radiofonico, ovvero della frequenza con cui i pezzi vengono mandati in onda, e si scopre che nella ultima classifica settimanale, ben dieci su venti sono italiani. Si potrebbe giustamente pensare che in questa settimana c’è stata la spinta dell’effetto Sanremo, ma se si va alla settimana precedente la quota scende di appena un punto: nove su venti sono italiani. Per maggiore sicurezza andiamo a guardare la media annuale. Nella top 100 dell’intero 2018 ci sono ben 49 pezzi italiani, quasi il 50%. Anche le classifiche discografiche e di streaming parlano di una netta supremazia della musica italiana su quella straniera, segno di un momento felice che avrebbe bisogno di politiche accorte, più che di scelte forzatamente autarchiche.