Agosto 25, 2019

Bisogno di luce perenne.

Paola Mastrocola, in una delle sue «Paginette» per la Domenica del Sole 24 Ore, discute di scrittura «internettiana» e di smània che a tutti noi prende di dover dire la nostra sui social network — o sui blog («Malati di scrittura internettiana», Il Sole 24 Ore, 25.8.2019 p. 30). Appunto qui di seguito un passaggio della sua riflessione, utile a me e a chi mi legge:

È questo bisogno di luce perenne intorno che m’incuriosisce, il bisogno di essere “seguiti”. Non riusciamo più a dire niente senza voltarci a vedere chi c’è dietro. Camminiamo con la testa perennemente voltata. Parliamo per vedere quanti ci ascoltano. Forse non ci importa nemmeno più quel che diciamo, ma solo la fila dietro, il fiammifero in più. La conseguenza è che finiamo per adeguare quel che diciamo al consenso altrui: diciamo quel che la gente vuole sentire, scriviamo i libri che la gente vuole leggere, votiamo il partito che la gente (o meglio, la “nostra” gente) vota. Seguiamo l’onda, il main stream. Il pensiero libero, originale, indipendente, per sua stessa natura, non ha seguaci. Dunque, non esiste.

Sia chiaro, a tutti fa piacere suscitare apprezzamento, ammirazione. Registrare una reazione positiva a quel che stiamo facendo, sul lavoro, per esempio. Lavoriamo meglio, se qualcuno ci dice bravo.

Ma anche lavorare e basta, senza chiedersi a chi “piace”, avrebbe un suo fascino. Anche essere non visti, non cliccati, non postati, non inoltrati. Anche l’invisibilità è un valore. Inestimabile. Andare per la propria strada, per la strada che riteniamo giusta in base ai nostri ideali, alle convinzioni che abbiamo maturato nel tempo, ai principi morali a cui abbiamo deciso di attenerci e, anche, alle nostre passioni. Così il maestro diceva a Dante: «Perché l’animo tuo tanto s’impiglia che l’andare allenti? Che ti fa ciò che quivi si pispiglia? Vien dietro a me, e lascia dir le genti; sta come torre ferma, che non crolla già mai la cima per soffiar di venti».

Luglio 7, 2019

Romanzi audiovisivi

Il critico Gianluigi Simonetti, sulla Domenica (7.7.2019, p. 23), analizza i due libri che, fino all’ultimo, si sono contesi il premio Strega: Fedeltà di Marco Missiroli (Einaudi) e M. Il figlio del secolo di Antonio Scurati (Bompiani), con quest’ultimo ad avere poi trionfato tra la «cinquina» nella serata finale:

Romanzi in apparenza diversissimi: M massimalista, epico, frammentario, sovraccarico stilisticamente e politicamente impegnato; Fedeltà minimalista, sentimentale, fluido, prevalentemente colloquiale (con qualche accensione metaforica), sostanzialmente cattolico. Eppure romanzi simili, nel loro concentrarsi sull’efficacia del racconto, e nella sudditanza di fondo a modelli audiovisivi: romanzi che crescono ispirati dai film e dalle serie, per diventare a loro volta soggetti di altri film e di altre serie, al termine di un ciclo produttivo il cui il momento letterario finisce con l’essere un mezzo più che un fine. Romanzi che parlano, da sponde lontane (e da riconoscibili ma opposti brand), allo stesso pubblico: un pubblico informato e connesso, genericamente smart, che di letteratura vera e propria non sa e non vuol sapere, perché ha imparato a rimpiazzarla con le ’storie’ (o con le ’narrazioni’, come dicono i più sofisticati). Quali storie? Quelle della televisione intelligente e del cinema d’autore, del giornalismo-spettacolo e della recita politica, delle tendenze (e delle paranoie) glamour, dei social network.

È questa materia a cui la narrativa letteraria deve trovare il modo di adeguarsi, consapevole di poter arrivare’ a un pubblico non solo di nicchia tanto prima e meglio quanto più lo stile del romanzo, che disgraziatamente è fatto ancora di parole, risulterà lubrificato, saporito, amabile. Di qui l’imposizione di due filtri privilegiati: la chiarezza standard e amichevole (come in Missiroli) o la speziatura violenta e pittoresca (come in Scurati). Di qui, anche, la ricerca attenta di temi (meno conta il come, più conta il cosa si racconta): può andar bene una quotidianità democratica, che seduca attraverso identificazioni tempestive (come in Missiroli), ma bene anche un’eccezione totalitaria, che seduca attraverso un’emergenza sancita dalla grande storia (come in Scurati). Il bello dello Strega alla fine è proprio questo: ci permette di vedere al lavoro la ’macchina’ del romanzo contemporaneo, il cui scopo è quasi sempre comunicativo più che estetico, e rassicurante più che critico (anche quando mima la denuncia civile, o cerca la polemica politica).

Marzo 31, 2019

Anche qui si è iniziato a leggere con Topolino.

Se non fosse che ci teniamo al nostro Paese, sarebbe quasi il caso di dire che la nostra classe dirigente non si merita Topolino. Ma in realtà non è così. Sarebbe il caso di sognare un premier che Topolino e Paperino li cita per spiegare e divulgare e non per sfottere l’avversario politico di turno. Finché questo non accadrà non aspettiamoci grossi cambiamenti all’orizzonte. La speranza piuttosto può arrivarci da dietro. Da chi ogni mercoledì va in edicola a comprare il Topolino, che tra qualche anno voterà e che magari tra qualche anno ancora avrà voglia di mettersi in gioco per cambiare qualcosa.
Non ce lo meritiamo noi, ma se lo meritano loro. Vi aspettiamo ragazzi, e scusateci.

Federico Vergari via minima&moralia

Febbraio 18, 2019

Autarchia musicale.

Sulla proposta di legge che vorrebbe introdurre anche in Italia, così come già in Francia, una quota del 30% di musica italiana nella programmazione radiofonica, interviene risolutivamente Gino Castaldo dalle colonne di Repubblica: [18.02.2019, p.1]:

Basta dare un’occhiata al sito EarOne che mostra le classifiche dell’airplay radiofonico, ovvero della frequenza con cui i pezzi vengono mandati in onda, e si scopre che nella ultima classifica settimanale, ben dieci su venti sono italiani. Si potrebbe giustamente pensare che in questa settimana c’è stata la spinta dell’effetto Sanremo, ma se si va alla settimana precedente la quota scende di appena un punto: nove su venti sono italiani. Per maggiore sicurezza andiamo a guardare la media annuale. Nella top 100 dell’intero 2018 ci sono ben 49 pezzi italiani, quasi il 50%. Anche le classifiche discografiche e di streaming parlano di una netta supremazia della musica italiana su quella straniera, segno di un momento felice che avrebbe bisogno di politiche accorte, più che di scelte forzatamente autarchiche.

Gennaio 20, 2019

Referendaria

Nel dibattito sull’importanza di riformare l’istituto del referendum propositivo, che ha echi non solo per via della Brexit ma anche per le istanze portate avanti dal governo giallo-verde, copio un passaggio dell’articolo di Sergio Fabbrini apparso sul Sole 24 Ore [20.01.2019, p. 1]:

Come può il singolo cittadino risolvere il dilemma relativo alla permanenza o meno del proprio Paese in un’unione sovranazionale? Problemi complessi non possono avere risposte semplici, basate sulla scelta binaria del “sì o no” (che è propria del referendum). È stato un atto di irresponsabilità — e non di democrazia — affidare ai cittadini britannici il compito di decidere questioni che vanno al di là del loro buon senso. E sarebbe un atto altrettanto irresponsabile il ricorso ad un secondo referendum (che non risolverebbe alcunché). Il referendum è uno strumento fondamentale di partecipazione popolare, ma il suo compito è quello di integrare,  non di sostituire, la rappresentanza politica. Spetta ai rappresentanti politici prendere decisioni su materie irriducibili alla semplificazione, assumendosene quindi la responsabilità di fronte ai propri elettori. È singolare che in Italia, nonostante l’esperienza britannica, esponenti della maggioranza (come il ministro grillino delle Riforme) propongano una riforma costituzionale incentrata sul referendum propositivo. Come se il popolo potesse legiferare su ogni cosa.

Gennaio 18, 2019

Prima o poi ci si affeziona, ai fallimenti.

Ricordo quando acquistai Nocturama di Nick Cave & The Bad Seeds. Era il giorno dell’uscita — o forse il fine settimana immediatamente successivo — e io ero a Berlino. A ripensare oggi ai legami del gruppo con la capitale tedesca, quasi da non crederci. Allora non ci pensavo.

Cosa ci facessi a Berlino a ridosso dell’uscita di Nocturama è presto detto, se considerate che nel 2003 avevo 19 anni. E a quell’età a Berlino, a inizio millennio per giunta, ci si va per un motivo solo: la gita di fine anno della quinta liceo. Avevo addocchiato quel grande negozio di dischi nelle vicinanze di Alexanderplatz già nei giorni precedenti — quello di avere dei radar per le librerie o i negozi di dischi , grandi o piccoli essendo entrambi, è una delle poche doti di cui meno vanto. Non appena il professore ci concesse il classico momento liberi tutti («ci troviamo qui tra quarantacinque minuti esatti, non fate scherzi»: in quarantacinque minuti sarebbe stato difficile portarsi a letto la biondina della classe accanto, incubo di tutti i professori che accompagnano studenti di liceo in gita, altro che le droghe) — non appena arrivò il via libera, mi fiondai dunque nel negozio per acquistare Nocturama, ancora oggi l’unico souvenir da Berlino in mio possesso.

Nel 2003 non c’era possibilità che ascoltassi un disco acquistato a Berlino prima di fare ritorno a casa. Avrei potuto portarmi dietro il lettore portatile, ma era ancora il tempo in cui prendere un aereo per una gita scolastica voleva dire accettare alcuni dogmi tra i quali il divieto di utilizzo di un discman durante il volo perché avrebbe potuto disturbare le frequenze radio delle comunicazioni con la torre di controllo: e chi ero io per mettere in discussione l’incolumità non solo della mia classe, ma anche di quella a fianco nel corridoio, in gita insieme a noi?
Nel 2003 non c’era poi la possibilità – per un italiano in gita a Berlino – di leggere la recensione di un nuovo disco prima di averlo ascoltato. Soprattutto, in quell’anno i dischi si compravano ancora, e vien da sorridere — per la tenerezza — a pensare all’industria discografica dell’epoca, reduce dagli sberloni di Internet, che cercava di correre ai ripari nei modi che tutti conosciamo: da lì a qualche mese un oggetto chiamato iPod, dove i più ci caricavano gli mp3 scaricati illegalmente, sarebbe diventato di massa lanciando la biglia d’acciaio sul piano inclinato della fruizione musicale come la conosciamo oggi.

Nocturama al primo ascolto apparve un disco strano. Arrivava dopo il culmine di una rarefazione musicale di Cave e dei Bad Seeds che da The boatman’s call aveva portato alla misticità di quello che oggi viene unanimemente considerato il capolavoro assoluto della seconda (o terza) fase dei Bad Seeds, No more shall we part . Fin dall’inizio si avvertiva l’aria di un cambiamento di rotta, e non solo perché era ormai ufficiale la fine di uno tra i sodalizi musicali migliori (e all’apparenza più forti) della musica degli ultimi 30 anni, quello tra Cave e Blixa Bargeld (vedi, Berlino?); nel corso del disco la mutazione prendeva corpo, per esplodere in tutto il suo splendore nella conclusiva “Babe, I’m on fire” con i suoi 15 minuti di violento e tribale blues sostenuto da un giro di basso ipnotizzante e dalle scariche dell’Hammond. Addio Blixa, ora ci tocca quello con la barba. E sarebbero poi venuti i Grinderman e l’ultima fase di Cave e di tutta la banda. Un gruppo ancora capace di dire la sua, intendiamoci, ma un’altra cosa.

Nocturama contiene una delle mie canzoni preferite dei Bad Seeds: “He wants you”. Credo che anche Nick Cave e i suoi fan lo pensino, perché il brano è perennemente presente in tutte le playlist che si scovano qua e là per la rete e – a memoria – è l’unico brano del disco ad apparire nella raccolta celebrativa di qualche anno fa Lovely creatures. Una canzone che, da sola, è in grado di sostenere tutto il disco.
Ma Nocturama è anche l’album più bistrattato tra quelli incisi dai Bad Seeds. Critica e fan per una volta compatti nel decretare il fallimento del lavoro in una discografia sin lì impeccabile. Nick Cave lo sa, e se ne dispiace.

Da quando è riuscito a superare l’ultimo dei tanti ostacoli della sua vita, la perdita del figlio Arthur, Nick Cave ha ripreso a dialogare. Anzi, ha forse aumentato la portata del suo dialogo, non essendo mai stato così loquace — nella maniera di Nick Cave, quindi con grande dose di sarcasmo. Da qualche mese gestisce una newsletter, The Red Hand Files, dove a cadenza più o meno regolare risponde a chiunque gli scriva. A volte si limita a commenti telegrafici, altre volte le risposte sono lunghe e serie, e sempre le risposte finiscono riprese da tutti i siti di informazione musicale del pianeta.

Oggi ha risposto a cinque fan provenienti da altrettante diverse parti del mondo (Stati Uniti, Portogallo, Australia e Somalia). Gli chiedevano conto di Nocturama:

Personally, I like Nocturama. I like that it is out there, moving around the place and spoiling things. I like it that someone may accidently play it at a party and people start throwing up in the ashtrays. I like it that everyone stands upwind from it. I especially like it that of the sixteen records the Bad Seeds have produced we only have one Nocturama, whereas with some bands half their records are Nocturamas, and with most bands all of their records are Nocturamas.

I think that in the end we all need our Nocturamas. Your Nocturama may, indeed, be the most important thing you ever do. Failure fortifies us. It moves us forward. It strips everything back to its essential nature and leaves us clean and pure, ready to begin again. You don’t create something as problematic as Nocturama without a certain risk and a little courage and the temerity to fail. I love this troubled record for that. It may just be my favourite.

Ed è da quando ho aperto la mail che non smetto di ascoltare il disco, ripetendomi quanto sia bello — ora come allora.

Gennaio 12, 2019 Dicembre 31, 2018

Le vite dei librai indipendenti

Photo by Eli Francis on Unsplash

Tra i tanti libri che ho ricevuto in regalo per Natale, ha attirato la mia curiosità un testo di cui non avevo mai sentito parlare, seppur una breve ricerca in rete mi ha restituito un gran numero di pagine, recensioni, storie e dibattiti intorno ad esso. Si tratta di Una vita da libraio, di Shaun Bythell, pubblicato nel 2017 e tradotto in italiano nella collana Stile Libero Extra di Einaudi. A metà tra il memoir e il diario puro, il libro racconta un intero anno della vita quotidiana del suo autore, proprietario della più grande libreria indipendente di testi usati della Scozia, The Bookshop a Wigtown, nella regione del Galloway (sud ovest della Scozia, affacciata sul Mare d’Irlanda).

Aveva già provato Orwell a descrivere le peripezie — quasi tutte in negativo — del commesso di una libreria di testi usati nel suo saggio Ricordi di libreria (da noi raccolto nell’antologia Letteratura palestra di libertà, Mondadori). E qui Orwell viene richiamato da Bythell all’inizio di ogni capitolo — uno per ogni mese dell’anno — come spunto per riflettere sui tanti argomenti che costellano la vita delle libreria indipendenti, in particolare quelle che trattano testi di seconda mano: dagli snob a caccia delle prime edizioni, agli «appassionati di libri» (che, secondo le statistiche e anche secondo Bythell sono quelli che alla fine escono a mani vuote dai negozi), fino al reparto di libri per bambini e alla irresistibile tentazione di questi ultimi di scompigliare gli scaffali perfettamente ordinati dai commessi.

Le riflessioni e i racconti di Bythell toccano anche i problemi con la sopravvivenza che le librerie indipendenti devono affrontare, schiacciate dalla concorrenza online e di Amazon in particolare — visto come il nemico assoluto, tanto che Shaun ad un certo punto con un fucile da caccia spara ad un vecchio modello di Kindle acquistato allo scopo su e-bay per 10 sterline e ne appende le spoglie in negozio: qui siamo solidali, ma da consumatori refrattari a qualsiasi rigurgito luddista anche molto poco comprensivi –, ormai prepotentemente subentrati nelle abitudini di acquisto di qualsiasi amante dei libri e della lettura a scapito dei titolari dei negozi. Sebbene resistano sparuti personaggi che, con sorpresa più volte qui e là disseminata da Bythell nel testo, continuano a preferire il contatto umano con le librerie (in questo senso irresistibile il personaggio di Mr Deacon, che fa capolino più volte nel testo).

Una lettura divertente, scorrevole ma non sciatta (come dev’essere per chi tratta libri nel suo quotidiano) e piena di passaggi esemplari e famigliari agli amanti dei libri. Uno su tutti, la differenza tra il commerciante di libri e il bibliotecario, riassunta in un memorabile passaggio (pp. 284-285 dell’edizione italiana):

Una signora si è guardata intorno per una decina di minuti, poi si è avvicinata e mi ha detto di essere una bibliotecaria in pensione. Forse pensava che avessimo qualcosa in comune? Macché. Noi librai detestiamo i bibliotecari. Il problema è che per spuntare un buon prezzo da un libro usato bisogna che sia in condizioni decenti, mentre lo sport preferito dei bibliotecari è prendere un libro in perfetto stato e riempirlo di timbri ed etichette adesive, dopodiché, senza nemmeno cogliere l’ironia della cosa, lo avvolgono in una copertina di plastica per proteggerlo dal pubblico. Ai libri affidati alle poco amorevoli cure di una biblioteca toccherà infine l’onta di vedersi strappato il risguardo anteriore, mentre sul loro frontespizio si abbatterà un timbro con la scritta «Scartato», e per finire verranno offerti in vendita ai comuni cittadini a prezzi stracciatissimi. Un libro passato attraverso il sistema bibliotecario vale meno di un quarto delle copie che non hanno subito quella sorte.

Leggendo Una vita da libraio si scoprono anche un sacco di altre cose, da appuntare qui per uso futuro. Wigtown è una cittadina la cui vita economica si è sempre retta su una cooperativa casearia e su una distilleria di whisky. Chiuse entrambe in quinquennio di crisi (tra il 1989 e il 1993), l’economia locale di Wigton si è poi reinventata anche grazie al libro: le numerose librerie presenti (Wigtown è città del libro in Scozia) hanno trainato l’apertura di nuovi esercizi commerciali e la sinergia tra la comunità e il libro ha dato vita ad uno dei festival letterari più importanti del Regno Unito, il Wigtown Book Festival, che si svolge in autunno con uno spin-off primaverile e una serie di eventi collaterali sparsi su tutto l’anno, per molti dei quali il Bookshop di Bythell è uno dei centri nevralgici. Nato su base associativa e volontaria, il Festival si è nel tempo imposto come una vera e propria impresa. Ci dev’essere una lezione da apprendere da qualche parte, lascio alla sensibilità di ciascuno comprenderla.

Dicembre 26, 2018

I libri di quest’anno

Photo by Patrick Tomasso on Unsplash

Ogni tanto mi ricordo di avere questo spazio e, anche quest’anno, lo utilizzo per parlare delle mie letture.

Ho letto molto; quasi quanto lo scorso anno, sebbene in quell’occasione fossi certo che non ce l’avrei fatta: «Prevedo già di non riuscire ad eguagliarlo», concludevo allora. Sono però riuscito, ancora una volta, a non trasformare quello che era nato come un fioretto in una assurda gara con me stesso – senza premio, per giunta. Ho letto principalmente per piacere, alimentando quella spirale per cui quando inizi a leggere (e a farlo seria(l)mente), la lettura diventa una abitudine cui non puoi rinunciare. Una specie di vizio.

Ho letto molti romanzi, ho letto qualche saggio (forse qualcuno in più rispetto all’anno scorso) e ho persino acquistato – ma senza conteggiarlo nei libri letti, dove sono del tutto assenti i libri da comodino – un testo di poesia: Poesie erotiche di Patrizia Valduga (Einaudi), dopo averne letto in modo entusiasta da più parti.

Credo di aver letto meno autori italiani, e certamente ho letto meno novità. È che, ad un certo punto, ci si rende conto che gli scaffali delle librerie sono anche – soprattutto – quelli che contengono il catalogo. Per cui ho tenuto ben lontano Matrigna della Ciabatti (Solferino) – dopo che già il mancato premio Strega dello scorso anno mi aveva lasciato perplesso – e ho preferito prendere in mano Paul Auster (Follie di Brooklyn, Einaudi), o riscoprire certi libri che erano ispirati (anche) dal luogo in cui li stavo comprando – è successo in estate, e ne ho parlato diffusamente qui.

Nel conteggiare i libri letti (il cui elenco, in aggiornamento fino alla fine dell’anno, è disponibile qui), ho introdotto una novità: conteggiare anche il prezzo. E la vertigine che mi prende ogni volta che guardo il totale della colonna (che non ho reso pubblica, per ovvie ragioni), mi conferma due cose: non solo la mia innata tendenza ad avere le cosiddette «mani bucate», ma anche la fortuna di potermelo in qualche modo permettere, senza dover sacrificare troppo di altro (la musica, ancora una volta). Al momento in cui scrivo, sto leggendo il libro numero 65 (Nemici. Una storia d’amore di Isaac B. Singer, Adelphi) e, pur mancando ancora qualche giorno alla chiusura dell’anno, lo ritengo un numero più che sufficiente e appagante – e, ancora una volta: probabilmente l’anno prossimo leggerò di meno, ma la sentenza alla prossima notarella.

I libri che mi sono piaciuti di più – o che mi hanno colpito maggiormente, per motivi vari – li elenco qui, un po’ alla rinfusa: Niente di personale di Roberto Cotroneo (La nave di Teseo), Una variazione di Kafka di Adriano Sofri (Sellerio), Gli inconvenienti della vita di Peter Cameron (Adelphi) per rimanere a quelli usciti durante l’anno; tra le delusioni, non perché siano libri brutti in sé ma perché l’aspettativa era altissima, ci sono Asimmetria di Lisa Halliday e L’educazione di Tara Westover (entrambi Feltrinelli), mentre devo ancora capire che farne de L’animale che mi porto dentro di Francesco Piccolo (Einaudi). Tra i ripescaggi, svetta W. Somerset Maughan, tra i tanti con Acque Morte e In villa (entrambi Adelphi).

Se dovessi però dire quale, dei libri letti tra quelli pubblicati nel 2018, mi ha entusiasmato al punto da decretarlo il mio libro dell’anno, direi sicuramente le mille pagine di Filippo Ceccarelli con il titolo di Invano. Il potere in Italia da De Gasperi a questi qua. Il tomo non è solo una storia dell’Italia repubblicana fino ai giorni nostri (sebbene Ceccarelli conceda giustamente pochissimo spazio alle vicende attualissime, come dev’essere per un libro in grado di reggere il test del tempo), ma è anche un divertentissimo romanzo di formazione sul potere italiano, sui suoi tic, sulle sue abitudini, sulla sua sfrontatezza e sul fatto che – non importa qui se sia un bene o un male – non ritornerà più in quelle forme. Ceccarelli, e per chi lo legge o lo ha letto per anni sulle pagine della Stampa prima e di Repubblica poi non è certo un mistero, non è solo un notista politico, ma è anche un grande giornalista di costume; e le sue storie, le sue narrazioni sono condite dai dettagli politicamente più inutili ma umanamente più interessanti. Ciò che ha fatto la storia di certo giornalismo italiano, talvolta meno cronistico e talvolta meno letterario – Alberto Arbasino e Michele Masneri, per citare i due probabili estremi temporali tra i quali Ceccarelli si colloca.

Dicembre 7, 2018

Non troverete i Greta Van Fleet

Nella sbornia disintermediata, dove tutto è alla portata di tutti, e tutti consumiamo in maniera a-critica, giova mettere ogni tanto un po’ di ordine.

Quasi fine anno e spuntano da ogni dove resoconti, listoni del meglio, del peggio o, più spesso, di ciò che si porta e di cui si deve parlare per non dare l’impressione di vivere su Marte. Lo ha fatto anche The Wire, che è l’unica rivista musicale cartacea che abbia ancora un senso seguire in maniera assidua, non fosse altro che perché è l’unica a provare una visione della musica di oggi e di domani, senza troppe concessioni a quella che è stata la musica di ieri.

Il suo rewind finale è ormai un classico. Cui si aggiunge, da qualche anno, anche quello delle ristampe: un modo per celebrare musica sempre nuova, perché ripescata da un passato per lo più inosservato.

Ho messo insieme, in due playlist di Apple Music (ma la speranza è che qualcuno abbia fatto lo stesso anche su Spotify e su altri servizi), i due listoni di cui sopra.

E buon ascolto.