Una lettera dalla quarantena.

L’avevo iniziata come una vera lettera: io scrivevo e un destinatario avrebbe ricevuto, in forma privata. Poi mi sono fatto prendere la mano, e mi rendevo conto di aver superato lo scopo della lettera man mano che scrivevo e rifinivo. Ha preso infine la forma di un post, che pubblico qui sotto. Sono certo che il destinatario non se ne avrà – alcuni riferimenti li capirà solo lui – e, del resto, nulla di privato è stato svelato.

Caro ____,

siamo ormai giunti all’alba della quarta settimana di lavoro da casa – smart working, lo chiamano: ti ricordi quando, in uno scambio di battute, io lo canzonai come «dumb working» e tu replicasti con «not working»? Eppure ce l’abbiamo fatta: diligentemente, lavoriamo ognuno da casa propria. Più lenti del solito e con la straniante sensazione di alzare gli occhi dal pc e avere davanti il divano di casa, o la televisione, anziché un collega, la finestra sul parchetto o – lo ammetto, mi manca – quella con la vista sulla Madonnina. Nessuno di noi sta però prendendo alla leggera tutto questo, o concedendosi una «siesta» prolungata, come qualcuno da oltre la Manica maligna.

Non so se ciò sia dovuto allo spirito di sacrificio o a quel senso di dovere che è in ognuno di noi, persino quando fatichiamo nel tenerlo nascosto; so, però, che questo lavorare a distanza ha come scopo anche quello di farci sentire ancora parte di una comunità, di una consuetudine, della (pessima, invero) abitudine di alzarci tutte le mattine dal letto e cominciare a vivere. Se una cosa questo maledetto virus ha insegnato ai lavoratori, forse è quella di riscoprire che la nostra quotidianità non è solo uno stipendio a fine mese, ma l’ingranaggio – senza dare al termine l’accezione negativa che solitamente si porta appresso, soprattutto quando viene adoperato in contesti di lavoro – in un meccanismo che produce qualcosa: non solo per chi ne beneficerà, ma anche per noi stessi, per il nostro ruolo nel mondo che, certo, non è limitato al lavoro, sebbene in questi giorni di reclusione, dove tutto è ricondotto al tinello di casa, è sempre più difficile tenere separate le tante sfere che compongono la nostra vita.

C’è però preoccupazione, inutile negarlo. Ogni giorno che passa sembra allontanarsi sempre di più la luce in fondo al tunnel, e la domanda “quando potremo tornare alla vita di prima?” ha da tempo perso di ogni significato e speranza: e sociologi e intellettuali si interrogano e ci avvertono che no, quando sarà non avremo più la vita di prima, il virus non è solo uno spartiacque temporale tra un “prima” e un “dopo” ma è, soprattutto, uno spartiacque nelle nostre vite.

David Grossman, scrittore che non ho mai particolarmente amato, ha scritto nei giorni scorsi un bell’articolo su Repubblica. Forse un po’ troppo gonfio di quella retorica che oggi ci vorrebbe poco umani e dopo il virus improvvisamente tutti più umani; ma in periodi come questi è facile fare retorica e ancor più facile crogiolarsi dentro le sue vampate. In quell’articolo Grossman ha scritto che

per molti l’epidemia potrebbe trasformarsi in un evento cardine, fatidico per il prosieguo della vita. Quando si attenuerà, la gente finalmente potrà uscire di casa dopo una lunga quarantena e scoprire nuove e sorprendenti possibilità, generate forse dal contatto con il fondamento stesso della nostra esistenza. Magari la morte tangibile e il miracolo della salvezza scuoteranno donne e uomini. Molti perderanno i loro cari, il lavoro, la fonte di guadagno, la dignità. Ma quando l’epidemia finirà, non è da escludere che ci sia chi non vorrà tornare alla sua vita precedente. Chi, potendo, lascerà un posto di lavoro che per anni lo ha soffocato e oppresso. Chi deciderà di abbandonare la famiglia, di dire addio al coniuge, o al partner. Di mettere al mondo un figlio, o di non volere figli. Di fare coming out. Ci sarà chi comincerà a credere in Dio e chi smetterà di credere in lui.

Non so se quando l’epidemia sarà passata io non vorrò più ritornare alla mia vita di prima. Lo starci oggi così legato mi fa pensare di sì. Mi preoccupa di più sapere che la vita di prima non ci sarà più, e forse lì sta la tentazione di dare un taglio a tutto. Per il momento contiamo solo i giorni che scorrono o quelli che ci separano dai termini sin qui imposti da decreti legge e ordinanze, ma non le macerie che si accumulano, e rimandiamo la vera conta a quando l’emergenza sarà finita. Ma queste macerie sono evitabili o, piuttosto, il prezzo da pagare per poter riemergere quanto prima? Qualcuno ci sta pensando, qualcuno fa progetti su quella che sarà la nuova normalità – la vita sociale ed economica, soprattutto – o abbiamo già rimandato al dopo?

Di prezzi da pagare – dicono – ce ne saranno molti. E in parte già ne paghiamo. Non mi pare di secondaria importanza, a chi stia a cuore, il tema della libertà, nemmeno di fronte alla malattia e nemmeno davanti al sacro primum vivere… Una libertà che, nei fatti, stiamo tutti già sacrificando, chiusi nelle nostre case. E una libertà che, da più parti, si vorrebbe ancora più sacrificata, seppur nel quadro democratico che ci contraddistingue da chi ha (forse) superato l’emergenza avendo calpestata la libertà sempre e non soltanto nello stato di crisi. Che sia giusto usare i dati raccolti dai nostri telefoni per limitare il contagio è un tema stupido (o no?) da porsi quando il contagio non accenna a diminuire. Ma poi cosa succede se questa misura rimane anche dopo? È facile prendere, e accettare, certe imposizioni nei periodi di crisi; difficile dismetterle e farne a meno a crisi finita, quando ormai lo spazio pubblico si è ingrossato e quello privato ridotto di conseguenza.

E così non so più a cosa credere, io che mi ritenevo una persona libera e forse mi accorgo ora che confondevo la libertà con il menefreghismo o, se non proprio, almeno con l’atteggiamento di chi è facile fare i libertari quando si gode già di un’enorme libertà. Prendi l’economia: chi mi ha insegnato -e io ho appreso con passione ed entusiasmo – la superiorità del libero mercato sulle regole, sulle imposizioni, sui lacci & lacciuoli dello Stato oggi tentenna e invoca invece lo Stato come l’unico in grado di intervenire con il suo sostegno, il suo aiuto, la sua supplenza e le sue regole per controllare il mercato. E non so più a cosa credere, o chi ascoltare, se valga la pena mettere in dubbio tutto quello che ho pensato fino ad oggi – magari pecco di presunzione, ma provo a tenere duro – o se forse è meglio un bel bagno di realtà e passare, per non dare l’impressione di troppo cinismo, dall’essere libertari nella vita personale e liberisti in quella economica a non dico proprio statalisti e ortodossi ma almeno keynesiani: ci crederemo poco, noi liberisti, ma almeno ci porteremo bene in società.

Questa confusione di identità e di credi vale anche nella sfera più personale e religiosa, dove il non credente e il credente, il critico della Chiesa e il papaboy restano egualmente incantati e attratti da una foto che è già materia per i libri di storia, quella in cui il Papa prega da solo in una piazza S. Pietro mai stata così deserta. In breve tempo un colpo di spugna cancella anni di coscienza: dall’individualismo sfrenato alla riscoperta della socialità, che tanto ci manca quanto più ci viene interdetta. Fino al conforto della religione: da io a Dio.

Ma sto divagando, me ne rendo conto. È che le parole mi sgorgano come desidero facciano sempre, e invece di solito niente. Devono essere state le letture accumulate in questi giorni: varie e bulimiche, una curiosità che sembra non soddisfarsi mai: Arbasino ci ha lasciati ma non le sue scorribande, le sue interminabili vacanze, le sue descrizioni, i tic e gli chic ma mai il moralismo; e le superbe concupiscenze librarie di Giorgio Manganelli, dove è bello perdersi godendo semplicemente della costruzione delle frasi e della musicalità delle parole e fa niente se sono scritti, ritagli, recensioni e non c’è una storia, non c’è un insegnamento: la lettura non sempre deve intrattenere o educare, può essere goduta solo per il gusto della lettura, per l’estetismo del momento («l’arte per il gusto dell’arte»: espressione abusata sempre nei contesti sbagliati). Mi sembra di avere un flusso di parole che si accumula nella testa e lì si rimescola, mai fermo e mai sedimentato, e si trasforma in qualcosa che spinge per uscire. Un prurito alle mani e uno sfogo liberatorio di lettere e pensieri – forse il vero senso di questa lettera, che sta assumendo sempre più i toni di un pedante flusso di coscienza.

I libri, ecco. O i film, i dischi, i tour virtuali dei più grandi musei del mondo. Ci ripetiamo stancamente che tutto questo ci salverà dal tedio che la quarantena forzata porta con sé. Abbiamo abbonamenti a ogni possibile piattaforma streaming per i film e la musica, e Amazon ci consegna ancora qualche libro per rimpinguare le scorte della pila di quelli da leggere. Anche se la sensazione è che si legga come prima, e cioè poco o niente, e semmai la copertina è utile per un post su Instagram, che immortala e consegnerà ai posteri il diario di questa epidemia. Con l’inganno presto svelato: chi oggi vorrebbe che lo stato tracciasse i nostri spostamenti già trasmette la sua vita da recluso come fosse un reality; e in questo reality c’è la rubrica sui libri, che poi restano per giorni intonsi sul comodino del letto – l’ultimo fermo immagine che chiude la diretta della sera – con il segnalibro sempre allo stesso punto (e le case editrici che pure glieli regalano, questi libri soprammobili!) perché la condivisione del primo caffé del mattino, della preparazione del pranzo, e lo yoga del pomeriggio e l’aperitivo in videoconferenza consumano tutto il tempo che abbiamo a disposizione – persino quello in più che questo stato di emergenza ci ha regalato. Ma forse è giusto così, abbiamo abbassato talmente tanto la soglia del pudore da non considerare più tutto questo nemmeno voyeurismo, e quanto alla mistificazione della realtà i calli sono già grossi e duri sulle nostre mani; resta solo il problema della soglia voyeuristica, a quel punto alzatasi talmente da essere diventata pornografia tout court.

Ma ecco, caro ___, che in conclusione provo a rientrare nel vero argomento che mi ha spinto a scriverti. Cosa sarà di noi, dopo. Del nostro lavoro, delle macerie che dovremo raccogliere, dello stato delle cose – e della conta dei morti, no feriti non ce ne sono: la chiamano guerra, questa epidemia, ma non fa feriti, solo caduti. Non lo so cosa sarà, e forse dovremmo inventarci qualcosa se ciò che c’era prima non regge più. Ecco, solo per dirti che, nel caso, ritienimi ancora dei tuoi. Per ricostruire insieme, se necessario persino meglio di prima.

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Gli amministratori locali, le disposizioni e noi.

Senza che questo suoni come una polemica, tanto inutile quanto più l’emergenza del coronavirus restringe sempre più la nostra quotidianità e ci obbliga a rispettare le norme senza commentarle.

Mettetevi però nei panni di un amministratore pubblico. Di un Sindaco e della sua giunta, da più parti definiti – non a torto – come i primi avamposti nei confronti della cittadinanza e come gli ultimi a mollare il colpo in tempi di emergenza, dovendo sempre stare in trincea a controllare i propri territori. Non vale nemmeno la massima di Flaiano per cui la situazione è grave ma non seria. La situazione, oggi, è grave e seria. Ma se alla gravità dobbiamo far fronte nei modi che ormai tutti stiamo imparando a conoscere – rispetto delle norme, stare in casa e non uscire ché non va tutto bene come ripetiamo in un mantra ormai sempre più stanco – sulla serietà siamo purtroppo rimasti da soli.

Saltiamo a piedi pari gli ultimi quindici-venti giorni e andiamo direttamente a ciò che è successo nelle ultime ore.

Le regioni del Nord Italia, le più colpite, con la Lombardia in testa, da giorni chiedono al governo una ulteriore stretta rispetto alle misure fin qui messe in atto. Di fatto, ciò che Lombardia, Veneto, Piemonte ed Emilia Romagna chiedono sono misure ancor più restringenti, con la sola salvaguardia delle filiere che garantiscono i servizi essenziali per i cittadini, generi alimentari in testa.
Il governo però nicchia. Comprensibilmente, aggiungo io: non è facile prendere a cuor leggero una decisione che, contemporaneamente, mette sotto torchio la nostra economia ancor più di quanto fatto finora e, soprattutto, corre il rischio di minare al già fragile equilibrio sociale della popolazione, che ad ogni mezzo annuncio delle istituzioni risponde con immotivate e incomprensibili file fuori dai supermercati, dettate però da un allarme psicologico che non tutti riescono a tenere a bada.

Superata l’ora di cena dell’ennesimo sabato di quarantena, la Lombardia decide per lo scatto in avanti. Per una forzatura, se stiamo agli inviti del governo a non fare passi unilaterali e a mantenere un coordinamento tra lo stato e gli enti locali. E stabilisce che siano chiuse le attività artigianali di servizio (definizione incontestabile: ma quanti sanno cosa significa?), i cantieri e gli studi professionali, che siano evitati gli assembramenti di più di due persone nei luoghi pubblici (pena una multa da 5 mila euro), che le uniche attività commerciali aperte siano quelle di vendita di generi alimentari, le farmacie, i tabacchi e le edicole. Dopo l’annuncio, la pubblicazione di un’ordinanza, firmata dal Presidente Fontana.

Passano un paio d’ore e i telegiornali, chiamati in edizione straordinaria, annunciano che Conte avrebbe fatto alcune dichiarazioni alle 22.45. E qui il Presidente del Consiglio annuncia la chiusura anche delle attività produttive, tenute aperte nell’ordinanza Regionale seppur con grandi inviti ad adottare prudenza. Allo scatto in avanti Lombardo ha quindi risposto il Governo con un sorpasso a destra.

Si badi bene – e ritorna l’invito fatto in apertura a non considerare questa mia una polemica – quello di Conte è però solo un annuncio. Che suona quasi come un’accusa di lesa maestà: come si permettono i governatori di prendere decisioni autonome rispetto a quelle del Governo?
Se ci fermassimo solo al contenuto dell’annuncio, non sarebbe però un problema: gli italiani stanno dimostrando di accettare le norme e le regole stringenti e, sebbene il dibattito sulla chiusura delle attività produttive continuerà nei prossimi giorni, accetteranno anche questa decisione, pur in tutta la scompostezza che ci caratterizza come popolo e che dobbiamo comprendere anche in periodo di crisi, ché non può essere solo vanto di varia creatività quando vogliamo spendere il nostro «modello Italia».

Il fatto è che non c’è altro, oltre l’annuncio. Al momento in cui scrivo – e sono passate dodici ore dall’intervento di Conte – non esiste il decreto con le misure; nemmeno una bozza che circola pazza nelle chat dei governatori locali o riportata dagli organi di stampa con accusa di «fuga di notizie».

E torniamo agli amministratori locali. Che in tutto questo devono comunicare ai cittadini le nuove disposizioni – temporanee e salvo il nuovo decreto, in arrivo ma che non arriva – e organizzare il lavoro sulla base di una comunicazione del sabato sera del Presidente del Consiglio, che inverte l’ordine naturale delle cose: perché prima si fa il decreto, e poi lo si illustra agli italiani. Perché gli annunci non dispongono, non sono operativi, non entrano in vigore.

È prassi che i consigli dei ministri deliberino titoli e slide da mostrare in conferenza stampa, delegando agli uffici legislativi la successiva scrittura del foglio bianco. Ma qui non si tratta di una misura buona da spendersi nell’immediato. Qui si tratta del presente – e del futuro, ce ne accorgeremo nei prossimi mesi – di una intera nazione, lasciata nell’incertezza della validità di un dispositivo verbale e nella confusione con altri dispositivi come le ordinanze regionali, che almeno una firma e una finestra di decorrenza la recano. Se per una volta, anziché rincorrere le fughe e intestarsi la sovranità delle decisioni in un tiro alla fune tra Stato e Regioni, tutti dimostrassimo un po’ più di rispetto per le regole – anche legislative e deliberative -, nella situazione di emergenza in cui ci troviamo solo l’Italia avrebbe da guadagnare. Che in un momento come questo – mi sia permesso cari Presidente del Consiglio e della Regione – sarebbe già gran cosa.

Poi, quando tutto sarà finito e speriamo il prima possibile, torneremo a fare la voce grossa, a farci i dispetti, a scattare in avanti e a subire sorpassi a destra (o a sinistra).

Blocco note dalla quarantena / 3

• Giuliano Ferrara sul Foglio prevede – o auspica – come sarà l’Italia dopo essersi svegliata dalla «grande pennichella» della quarantena:

Di sicuro vedo nella palla magica tempi grami per gli spacciatori di certezze, per i poveri di umanità che non seppero guardare ai liberi e ai carcerati, per i preti troppo aridi – con magnifiche ma limitate eccezioni – definitivamente sostituiti dai dottori e dagli infermieri, per i litigiosi a cazzo di cane, per i no vax, per quelli che sparacchiano a caso ai neri, per gli incompetenti demagoghi antiglobalizzazione, ché senza non ci saremmo risparmiati il virus, capace di circolare magari più lento anche in tempi di scarsa comunicazione tra le persone e i villaggi, ma non avremmo avuto la mutua assistenza fulminante dei mercati e la tecnologia benigna, quella della ricerca, quella dell’intrattenimento, quella che ha reso possibile a milioni e milioni di compatrioti in tutte le patrie di godere della capacità di relazione detta smart working e della multilateralità del sistema postale integrato che non ci allontana più di tanto nel momento in cui finiscono gli abbracci, i toccamenti, le conversazioni amicali e intime.
Non parliamo degli effetti politici secondari, che sono primari, guardando al novembre prossimo americano. Non parliamone. Incrociamo le dita. Parliamo invece del torrente di alfabetizzazione spinta che potrebbe riversarsi sulle nostre abitudini: sono convinto che si vendono infinitamente meno libri perché finalmente se ne legge qualcuno in più, sono certo che l’evento del consumo culturale sciagurato e ciarliero non sarà così rimpianto, che la dimensione anche solitaria, benedetta, dell’emozione e del piacere, della gioia di raggomitolarsi in un testo avrà presa che non aveva più da tempo e non lascerà poi facilmente la presa. E forse m’illudo, forse tutto tornerà come prima, che è quello che succede sempre quando la vampata della retorica, anche quella inutile, ci suggerisce banalmente che niente sarà più come prima.

• «Soltanto gli analfabeti non adoperano il lapis» è l’incipit di un articolo pubblicato negli anni venti. Il lapis è la cannetta di grafite che sta rinchiusa nel legno di una matita; ma è stato anche, per molti anni – e, seppur in disuso sempre più frequente, qualcuno ancora lo dice – la sineddoche con cui si indica l’intera matita. La citazione è presa dalla rubrica “Frammenti” che Giorgio Dell’Arti tiene su Repubblica ed è a sua volta tratta da un libro che da tempo è nella mia wishlist: Matite. Storia e pubblicità di Giovanni Rienzi, edito da Silvana Editore. Se invece siete alla ricerca di un posto dove acquistare un po’ di (buone) matite, il negozio CW Pencils Enterprise di New York (ma spedisce in tutto il mondo) è ciò che fa per voi.

• Gianluca Marziani a proposito di Edward Hopper e della sua mostra alla Fondation Beyeler di Basilea, inaugurata ma poi anch’essa sospesa per coronavirus, e il parallelismo con la solitudine degli italiani in questi giorni:

Una coppia sul patio di un terrazzo. Una donna davanti alla bow-window della sua casa a Cape Cod. Una ragazza pensierosa sul suo letto mentre osserva la città dal’alto. Un benzinaio solitario su una via di campagna. Una donna tutta sola sul divano, una coppia silenziosa in tinello… descritte così sembrano le immagini da Instagram degli italiani che postano frammenti di vita, in realtà sono i temi ricorrenti che hanno reso magistrale la metafisica ordinaria di Hopper, la sua idea antieroica e neorealista, molto poco american way of life; un’idea in cui le solitudini garbate, la malinconia senza enfasi e la normalità dignitosa hanno offerto al mondo il lato in ombra di una Nazione ad elevata competizione selettiva. Dagli anni Quaranta ai Sessanta Hopper espresse al meglio la sua vena narrativa dal cuore filmico, il suo racconto essenziale, la sua indole da osservatore chirurgico, così simile ai tratti letterari di John Fante e Raymond Carver. Sono anni dorati per i colossi industriali a Houston e Pittsburgh, anni di crescita verticale a Chicago e New York, di crescita intellettuale nelle università di Boston, anni di grandi magazzini e invenzioni tecnologiche, di merci, automobili e lusso moderno…

Edward Hopper, “Morning sun” (1952)

• Ho riascoltato, dopo anni, Concert by the sea di Erroll Garner nell’edizione completa pubblicata qualche anno fa.

Blocco note / 2

Altre cose interessanti lette oggi sui quotidiani e sui libri.

• Il prof. Pietro Ignazi ragiona, su Repubblica, intorno ai principi fondamentali dello stato di diritto ai tempi del coronavirus e si chiede se i provvedimenti adottati dal Governo italiano «costituiscono una limitazione delle libertà fondamentali previste dalla nostra Costituzione», che all’art. 16 prevede la temporanea sospensione della circolazione delle persone, un istituto pensato dai costituenti per aree geografiche limitate ma ora esteso a tutto il territorio nazionale:

La via cinese, invocata e applicata, ha un corollario che gli esperti trascurano: è stata adottata in un sistema totalitario, in cui l’individuo non vale nulla rispetto al potere, e non in uno stato di diritto dove, oltre al bene primario della saluto, vanno salvaguardate anche le libertà individuali […] L’eccezionalità del momento è presente a tutti, e ciascuno deve fare il possibile per evitare che il contagio si diffonda. Allo stesso tempo, però, va ribadito che questa situazione deve essere limitata nel tempo e non prorogabile, qualunque cosa succeda, in quanto intacca i diritti inalienabili della persona

  Non sono convergenze, semmai “divergenze” parallele quelle tra il prof. Ignazi e Nicola Porro, che sul Giornale apre il suo articolo affermando una tesi molto simile a quelle apparsa su Repubblica: «Questo governo ha abolito, temporaneamente, le libertà civili, ma non riesce ad abolire il Tar». Sviluppo del tema è l’eccesso di burocrazia che, anche in piena emergenza da Coronavirus, sembra essere il vero virus che affligge l’Italia:

Tre imprenditori, che hanno recentemente incassato un dividendo miliardario dalla cessione di una loro azienda, hanno comprato due assistenze polmonari complete a testa: fanno sei. E le hanno donate all’ospedale Gemelli. Uno di loro ha chiesto alla ditta quando sarebbero state consegnate: il 20 marzo. Allora si è stupito del fatto che le gare Consip non avessero comprato come loro. La risposta è stata tranchant: hanno offerto condizioni economiche e di pagamento inaccettabili. La morale è che spenderemo 50 miliardi di euro di deficit in più per il Paese, ma che per i respiratori andiamo a fare le offerte come per comprare le penne a sfera per i ministeri.

  Il direttore de La Stampa Maurizio Molinari, al solito, nel suo editoriale della domenica usa invece toni ottimistici, nonostante riconosca che «in democrazia [ci sia] un limite costituzionale agli obblighi per i cittadini»:

L’Italia si sta adattando all’emergenza, facendo prevalere la passione per la vita sulla paura del virus. È un segno di energia della nostra nazione e la garanzia migliore sulla possibilità di risollevarci quando l’attacco del coronavirus sarà battuto.

  Se, come sembra, la scadenza dei versamenti fiscali prevista per domani 16 marzo subirà uno slittamento, chi ha già pagato secondo i termini ordinari non riceverà un premio, ne tanto meno un rimborso. Maria Carla De Cesari su Il Sole 24 Ore:

Il Governo ha scelto di trascinare fino all’ultimo la decisione sul rinvio la cui aspettativa – per altro – era ed è motivata dalle condizioni eccezionali. Agli occhi di molti contribuenti e professionisti la proroga all’ultima ora suona come uno schiaffo. Per altro la storia dei rinvii dei versamenti, in occasione di eventi eccezionali, riporta anche conseguenze beffarde. Occorre ricordarsi del sisma siciliano del 1990. A un certo punto il Fisco invitò a regolarizzare i pagamenti, ma quanti resistettero furono premiati: la legge Finanziaria del 2003 stabilì infatti che i debiti con l’Erario potevano essere chiusi a un prezzo di saldo, versando il 10 per cento. Chi aveva pagato tutto, per la legge, non aveva diritto al rimborso. Il contenzioso è tuttora in corso. Non sarà questo il caso, ma è bene tener presente che gli onesti e quanti sono ligi alle regole non vanno tartassati, nemmeno per un effetto perverso o involontario della legge.

  Sono sempre interessanti i fermo-immagine riflessivi di Gianfranco Ravasi nel suo «Breviario» su La Domenica del Sole 24 Ore. Oggi il tema è «Non esagerare» e lo sviluppa a partire dal motto Ne quid nimis, «nulla di troppo»:

La verità di questo monito ha raggiunto il suo apice, ma al negativo, nei nostri giorni ove impera l’esagerazione a tutti i livelli, soprattutto nel linguaggio dei politici, non tanto per lodare quanto piuttosto per offendere, criticare, detestare, ingannare. Basti solo avviarsi su uno dei viali della rete informatica per essere travolti da una serqua di insulti, attacchi, falsità. eccessi di ogni genere. Ormai trafitta a morte non è solo la prudenza ma anche la dignità stessa di chi offende e non solo dell’offeso. [Baltasar] Gracián [nel suo Oracolo manuale] concludeva: “L’esaltare è un ramo del mentire” e, a maggior ragione, lo è il denigrare, l’infamare, l’infangare.

  Oggi pomeriggio ho concluso la lettura di I baffi, romanzo distopico di Emmanuel Carrère scritto nel 1986 e oggi riproposto da Adelphi, come tutti gli altri titoli dello scrittore francese:

Nell’eccitazione della sera prima non se n’era granché reso conto, eppure era ovvio: doveva scomparire. Non necessariamente dal mondo, ma di sicuro dal suo, dal mondo che conosceva e che lo conosceva, perché le condizioni della vita in quel mondo erano ormai compromesse, incancrenite dall’effetto di una mostruosità incomprensibile che gli toccava rinunciare a comprendere oppure affrontare tra le mura di un ospedale psichiatrico. Non era pazzo, il manicomio gli ispirava orrore, per cui restava la fuga.

Blocco note.

Cose interessanti lette oggi sui quotidiani e sui libri.

• Uno strepitoso Andrea Camilleri, in un’intervista postuma su «Robinson» di Repubblica, che alla domanda di Francesco De Filippo e Maria Frega circa l’utilità delle invenzioni tecnologiche, e in particolare quelle delle grandi aziende del tech, risponde: «Si è inventato Internet, c’è cosa più bella della comunicazione? Eppure guarda cosa sono riusciti a fare della rete: una fogna, o poco meno.»

• Per i tabagisti e i viziosi, lo scrittore Francesco Palmieri in una doppia pagina nell’inserto culturale del Foglio, “Il fumo dall’epopea alla gogna”:

Forse nulla meglio del fumo rappresenta il transito dall’epoca che rimetteva la civile convivenza all’educazione individuale a una che la delega alla legge uguale per tutti. Forse nessuno meglio dei pervicaci fumatori ha constatato il mutamento velocissimo del mondo, utilizzando per parametro più il proprio vizio che il lunario dei governi, delle mode e delle incipienti tecnologie.

e, continua, descrivendo le marche di sigarette come indice sociologico-culturale e storia del nostro Novecento:

Quella vita fa, e la sua ostinata rimanenza, furono germinate dal senso di abbondanza e meraviglia conseguibili persino dagli adolescenti dinanzi al muro multicolore dei pacchetti. S’ergeva alle spalle dei tabaccai, dove s’accatastavano decide di opzioni in un’epoca che ne offriva generalmente poche. Si sceglieva una marca piuttosto che un’altra per provare sapori e distinguersi grazie alle sigarette: come se fossero segni astrologici, ma questi erano solo dodici e quelle molte di più. La virilità antiquata delle Nazionali, la passabile medietas delle MS (gialle, rosse o blu), il glamour americano delle Marlboro, delle Lucky Strike o delle Chesterfield, il coraggio necessario per le Pall Mall (specie senza filtro), la sobrietà teutonica delle HB, la raffinatezza delle Dunhill, la femminilità delle Astor, la scelta pseudosalutista delle Milde Sorte pubblicizzate addirittura da Adriano Panatta e da Gustavo Thoeni, l’avveniristico filtro delle Gallant, la trasgressione al mentolo con le dozzinali Pack oppure con le ricche St. Moritz dalla fascia dorata, costose ma di un lusso che una volta l’anno si poteva sfoggiare. Magari a Capodanno. Magari per il compleanno.

Nei giorni di penuria si potevano acquistare le sigarette “sciolte”, ossia sfuse, anche una sola o due o tre, che il tabaccaio allungava avvolte nella plastica. Al capo opposto del benessere e dell’approvvigionamento, la stecca da dieci pacchetti corrispondente a un momentaneo tesoro da porre al sicuro.

La scelta di quel segno zodiacale, quasi una sorta di tatuaggio, poteva pur essere compiuta poiché mossi più dalla seduzione del pacchetto che dal gusto del tabacco. Il rosso e oro delle Roy (pronuncia: roi), il nero e oro delle John Player Special, l’azzurro pallido delle Gauloises con l’elmo alato e il pacchetto corto, la bianchezza delle Kent (candido anche il filtro). Scelte che furono elemento distintivo, il tratto mobile nella breve biografia di chi, cambiando intenti o ragazza, cambiava anche marca di sigarette e qualche volta genere di musica, letture, attività sportive. S’avanzava tutti dinanzi a uno sciame di conoscenti o di parenti anziani, naturalmente quasi sempre fumatori ma di marche dai sapori reputati disgustosi o impossibili, tabacchi d’altri tempi. “Sai che è morto il benzinaio? Chi quello che fumava le Colombo? No, quello delle Stop senza filtro”. Una zia esibiva le Multifilter, il nonno le Presidente, i poveri più poveri le Alfa senza nemmeno il cellophane. Altro che segni zodiacali. Si tracciò sui tipi di sigarette la dettagliata carta astrale dell’umanità in un’Italia che oggi è nel ricordo piccola e circostante. “Che sigarette fumi? No grazie, preferisco le mie. Prova una di queste”: sanno di nicotina certe stereotipe battute del secondo Novecento, assieme a parole divenute desuete quali “Minerva, svedesi, cerini, Bofil”.

• «È ormai difficile incontrare un cretino che non sia intelligente e un intelligente che non sia cretino. Ma di intelligenti c’è sempre stata penuria; e dunque una certa malinconia, un certo rimpianto tutte le volte ci assalgono che ci imbattiamo in crediti adulterati, sofisticati. Oh i bei cretini di una volta! Genuini, integrali. Come il pane di casa. Come l’olio e il vino dei contadini.» Leonardo Sciascia, Nero su nero, Adelphi.

La pericolosa cultura del tetto agli sconti sui libri.

via Unsplash

Stando alla definizione data dalle statistiche, sono un lettore forte. Leggo oltre 50 libri l’anno e — anche se è difficile ammetterlo, soprattutto per le mie tasche — su di me gli sconti applicati al prezzo dei libri hanno scarso effetto. Se un libro è scontato sono come ovvio più propenso all’acquisto; ma, in una scala da 1 a 10 delle variabili che mi fanno valutare l’acquisto, lo sconto applicato si posiziona all’ultimo posto, come può testimoniare chiunque sia affetto dalla medesima compulsione.

È di questi giorni la notizia che il Senato ha approvato la legge per la promozione e il sostegno della lettura. Con effetto retroattivo al 1° gennaio 2020 questa legge, oltre a prevedere pomposi specchietti per le allodole come l’istituzione di una annuale capitale italiana della lettura o dell’albo delle librerie di qualità, fissa nel 5% (dall’attuale 15%) il limite degli sconti che le librerie possono applicare sul prezzo di un libro.

È sempre sbagliato che lo stato disciplini ex lege le abitudini d’acquisto degli italiani. E diventa surreale quando, per promuovere la lettura rilanciando la vendita di libri, diminuisce la possibilità di fare sconti. Dice: l’intento è quello di aiutare le piccole librerie di qualità (pare che «piccolo» e «qualità» siano diventati sinonimi: io quando li sento accostati metto le mani alla rivoltella) e difenderle dai colossi del web o dalle catene di proprietà dei grandi editori, gli unici a potersi permettere di applicare sconti del 15% senza eccessiva riduzione di margini. Ma il risultato dell’intervento è dannoso. Facendosi scudo di una nobile intenzione, lo stato droga il mercato provando — per altro inutilmente — a mettere fuori gioco un attore per favorirne un altro. Un intervento anti-concorrenziale mascherato da promozione della lettura. È la trasposizione su carta di un altro grande mantra dei nostri tempi, quello che vorrebbe la grande distribuzione colpevole di aver ammazzato il piccolo commercio di vicinato, con i rappresentanti di quest’ultimo che implorano al legislatore un intervento punitivo nei confronti del concorrente più grande. Ma ci arrivo più avanti.

Non è la prima volta che un governo fissa il tetto agli sconti sui libri. C’è però da segnalare che oggi la più grande associazione di editori librari italiani, l’AIE (Associazione Italiana Editori, al cui interno siedono tutti i grandi attori del libro), si dice contraria. Per voce del suo presidente Ricardo Franco Levi ha infatti affermato che il nuovo tetto agli sconti «peserà sulle tasche dei consumatori e delle famiglie per 75 milioni di euro» e che l’intero dispositivo «non è ciò che serve al mondo del libro, la prima industria culturale del paese».

Leggendo il comunicato dell’AIE ammetto di essere sobbalzato sulla sedia. Ricardo Franco Levi, che oggi critica con una certa comprensibile veemenza questa nuova legge, fu però l’ispiratore di quella che nel 2011 fissò nel 15% il tetto massimo di sconto che le librerie — di ogni tipo, anche online — potevano applicare al prezzo dei libri. Qualcosa che già allora criticai e che nascondeva di fatto le stesse motivazioni dietro la legge di oggi. Soltanto che Levi nel 2011 per difendere la sua scelta usava argomenti opposti a quelli usati oggi, ed erano argomenti molto simili a quelli che si leggono nei commenti delle altre associazioni di categoria che, a differenza dell’AIE, sono invece favorevoli a questa ulteriore limitazione alla libertà di sconto — giuro che stavo per scrivere «di impresa» — e che, manco a dirlo, sono quelle che raggruppano gli editori e le librerie indipendenti (altro supposto sinonimo di «qualità» ai giorni nostri). Il risultato della legge Levi è presto detto: solo nel 2019 sono stati venduti 9 milioni di libri in meno rispetto al 2011. Non è difficile immaginare quale sarà il trend con il tetto degli sconti ancora più ridotto.

Non c’è bisogno di scomodare la sociologia dei consumi o le teorie economiche per definire questa nuova legge, al pari di quella del 2011, come qualcosa tra l’inutile e il dannoso. Poiché il vero scopo nascosto dell’intervento non è quello di promuovere genericamente la lettura, bensì di salvaguardare le piccole librerie, bisognerà allora cominciare con l’ammettere che il problema di queste ultime — così come il problema del salumiere, del panettiere o del pasticciere — non è la oggettiva possibilità per il web o per la grande distribuzione di applicare sconti più alti rispetto a quelli che la piccola bottega riesce a fare senza mettere a rischio la sua sopravvivenza. Se si pensa infatti che, all’interno di un quadro di regole uguali per tutti, il piccolo possa competere con il grande nel suo stesso campo, la battaglia è persa in partenza. Persino se a Davide fosse data la facoltà di scontare e a Golia imposto invece un prezzo al pubblico maggiore, Golia vincerebbe. Il vero problema che deve affrontare il piccolo commerciante per raggiungere uno status qualitativo e perciò commercialmente appetibile, a prescindere dalla metratura del suo punto vendita, è piuttosto un problema culturale, superabile solo con le proprie forze e senza applaudire ad uno stato che s’impiccia di faccende che non gli competono e regolamenta a suon di leggi e decreti un mercato che dovrebbe regolarsi da sé con logiche di domanda e offerta e sviluppo della concorrenza. Se rimaniamo al libro — ma il ragionamento è estendibile a qualsiasi categoria merceologica — l’unico vantaggio competitivo che rimane al commerciante (e che né le grandi catene né il web avranno mai) è quello del servizio. Il cliente-lettore trarrà più piacere a fare i suoi acquisiti in una libreria dove egli percepisce la cura del prodotto e il suo essere acquirente è valorizzato; una libreria che operi una selezione umana e non basata su un algoritmo; che offra presentazioni ed eventi collaterali legati al libro (e, possibilmente, non al caffé o allo spritz annacquato); infine, che sia aperta in orari in cui le persone sono meglio disposte ad acquistare, perché il tempo a disposizione è sempre meno e quel poco che resta è preferibile trascorrerlo con uno scambio interpersonale e non tra uomo e macchina (lo capite da voi, vero?, che la maggior parte degli acquisti su Amazon vengono fatti in fretta e furia in orario di lavoro). Al contrario, se il cliente-lettore si reca in una libreria dove non c’è cura, i libri non sono selezionati né facilmente rintracciabili, la domenica mattina la saracinesca è abbassata, da dietro la cassa non viene mostrata la minima disponibilità e al posto dei libri si vendono gadget o addirittura i voucher per gli acquisti su Amazon (visto anche questo), è facile che questi, pur disposto a spendere investendo nella qualità di un servizio la maggior differenza rispetto al prezzo applicato da Amazon, uscirà dalla porta per non tornare più. Ed è ciò che è accaduto in moltissime librerie di paese.

È semplice. Ma capirlo pare impossibile: per il legislatore di oggi e per quello di ieri che, disperandosi, legifera in senso anti-concorrenziale e anti-mercato; soprattutto, per il negoziante-elettore, che di questa cultura è sia sobillatore che sobillato.

Il rischio dell’inopportuno

Io non ho idea di quanto costi pubblicare ogni mese una rivista come Vogue nella sua edizione italiana. Posso solo immaginare che si tratti di una cifra molto alta, soprattutto in tempi di vacche magre nel mondo dell’editoria periodica. Così come non conosco l’impatto ambientale causato dal mettere insieme i servizi fotografici di una rivista come Vogue Italia; ma, anche in questo caso, credo sia molto — ma qui faccio ancora più fatica a quantificare: da quando ci è preso l’uzzolo di misurare l’impatto ambientale di pressoché ogni cosa, esistono tante diverse scale di inquinamento, ognuna piegata alla bisogna di chi le difende o le attacca.

So però che Vogue Italia è una rivista che, da sempre, è fieramente legata alle immagini e alle fotografie e che dalle sue parti sono passati i migliori fotografi e stylist. Lo so da lettore, con un passato persino di abbonato. Provare a raccontare la moda — cioè una delle più alte forme d’arte — sostituendo alle fotografie i disegni può essere sì un azzardo interessante — David Hockney ha affermato che il dipinto, rispetto alla fotografia, è il modo migliore di rappresentare la realtà perché obbliga l’autore ad una maggior visione: e quante realtà oggi possono dirsi altrettanto importanti rispetto alla moda?). Ma questo azzardo è tanto più rischioso se compiuto in nome di un ritrovato ecologismo (dei conti economici, verrebbe da dire con un po’ di malizia) che carezza il pelo dell’opinione pubblica nel verso giusto, quando in passato lo stesso pelo era accarezzato — soprattutto da riviste come Vogue Italia — nella direzione provocatoriamente riflessiva, più che in quella compiacente, per l’opinione pubblica.

Ma passi. Dunque il segno dei tempi è anche questo, e mai vorremmo che di questo passo si avverasse una recente visione, tra il serio e il faceto, di David Brooks che, immaginando di osservare a ritroso dal 2030 questo secondo decennio appena iniziato, arriva a inserire la battaglia per i diritti degli animali come «una delle principali cause morali del decennio» (siamo comunque sulla buona strada: una corte inglese considera il veganesimo un credo filosofico e, in quanto tale, equiparabile ad una religione). Passi e arriviamo al dunque: Emanuele Farneti, che di Vogue Italia è direttore avendo preso in mano il timone che per ventotto anni fu di Franca Sozzani, ha annunciato che, per la prima volta nella storia del giornale della scuderia Condé Nast, il numero in edicola dal prossimo 7 gennaio sarà interamente realizzato senza fotografie, sostituite da disegni. «Mostrare i vestiti senza fotografarli», per non impattare sull’ambiente evitando il coinvolgimento di centocinquanta persone, venti voli aerei e poco meno di viaggi in treno, macchine sempre pronte a portare in giro le persone, luci accese per almeno dieci ore al giorno, spreco di cibo dai servizi di catering e plastica varia. Tanto, scrive Farneti nel suo editoriale, è necessario per mettere insieme il numero di settembre della rivista, il più celebre e venduto (anche agli inserzionisti pubblicitari).

vogue italia milo manaraDunque un azzardo artisticamente interessante, ma piegato al sentir comune dell’opinione pubblica e del politicamente corretto. A preoccupare non è tanto la scelta ecologista, e nemmeno il fatto che Vogue Italia di gennaio sarà per la prima volta avvolto da un cellophane compostabile al 100% a gettare scompiglio (a quanto pare anche in Condé Nast hanno iniziato a ricevere via posta le riviste straniere, da tempo avvezze alla pratica). Ciò che preoccupa è che, tra le 7 differenti copertina d’artista con cui Vogue Italia andrà in edicola, ne spicca una in cui Milo Manara raffigura, nel suo classico stile, la modella Olivia Vinten con guanti rossi di lattice e una frusta di pelle in mano. Pare che la copertina abbia scatenato un dibattito interno alla redazione, scrive il New York Times. Non fatichiamo a crederci: il lattice e la frusta di pelle rischiavano di mandare in rovina il numero ecologista. Ma il punto non era nemmeno quello; il punto era, nelle parole dello stesso direttore Farneti, l’opportunità di «riportare l’erotismo in copertina di una rivista femminile». O, più semplicemente, la paura di mettere in copertina ciò che l’opinione pubblica ormai giudica inopportuno, per magari poi finire al centro di uno scontro su Twitter, accompagnati dall’apposito cancelletto diventato emblema di ogni moderna protesta e suggello di scomunica sull’altare del politicamente corretto.

Misurare il mondo

david hockney road to york sledmere
David Hockney, The road to York through Sledmere (1997)

Noi crediamo che la fotografia sia la realtà definitiva, ma non è cosi, perché la macchina fotografica vede il mondo in termini geometrici. Noi no. In parte vediamo le cose geometricamente, ma anche psicologicamente. Se guardo il ritratto di Brahms sulla parete là in fondo, mentre lo guardo diventa più grande della porta. Quindi non è poi così vero che misuriamo il mondo in modo geometrico.

David Hockney a Martin Gayford. A bigger message. Conversazioni con David Hockney (Einaudi, collana «Saggi», 2009, p. 52)