Giugno 20, 2011

Lettera aperta a Christian Rocca su David Sylvian, le sperimentazioni e la critica musicale italiana

Caro Christian Rocca,

cercherò di girarci pochissimo intorno, di non fare convenevoli che risulterebbero solo ruffiani, e di arrivare subito al dunque: la tua Gommalacca di domenica 19 giugno è a suo modo una lezione. Riguardante come non si dovrebbe mai scrivere di musica, tanto meno sui giornali, tanto meno nell’inserto culturale tra i più prestigiosi (il più prestigioso?) della stampa italiana.

Il perché è presto detto: si parla di un artista, nella fattispecie David Sylvian, che si conosce poco o, e credo sia questo il tuo caso, che si è conosciuto bene e che ora non si conosce più. Perché qui non è in discussione il fatto legittimo che i suoi ultimi dischi non ti piacciano – hanno incontrato pochissimi favori di critica, soprattutto nel circuito mainstream, e non è un mistero che la svolta sperimentale abbia lasciato i più con l’amaro in bocca. La questione è: stroncare tutta una parte della carriera di Sylvian con argomentazioni tipo “inascoltabile”, “a malapena se ne salvano un paio”, “delusione inevitabilmente insopportabile” non è degno né dell’artista né dell’intelligenza di chi ne vorrebbe parlare.

Definisci Blemish un lavoro sufficiente e appena appena ascoltabile, ma forse ti è sfuggito un piccolo particolare: quel disco è realizzato per la quasi totalità insieme a uno dei musicisti più importanti di tutto il secolo scorso, il chitarrista Derek Bailey, il papà dell’improvvisazione libera, un personaggio che dello studio di nuove tecniche musicali per la chitarra da applicare all’improvvisazione – come la definiva lui – “non idiomatica” ha dedicato tutta la sua vita (i tizi di una piccola casa editrice di Pisa, la ETS, hanno di recente ristampato il suo fondamentale testo “Improvvisazione – sua natura e pratica in musica”, te lo consiglio). E rappresentava Blemish il tentativo di conciliare un certo tipo di cantautorato (sofisticato, del quale Sylvian era divenuto nel frattempo uno dei migliori interpreti) con il mondo, sconosciuto al grande pubblico, dell’improvvisazione europea. Una collaborazione di quelle che passeranno alla storia, e che proprio per questo motivo andrebbe valutata con maggiore spirito critico anziché trattata con sufficienza sulle pagine del Domenicale del Sole 24 Ore (e soprattutto all’interno di una paginata dedicata al MiTo).

Recensendo Died in the Wool avresti poi dovuto almeno citare Manafon, del quale il nuovo lavoro è una rielaborazione, un cut and paste, degli stessi materiali audio, con la collaborazione del compositore Dai Fujikura e dei produttori Jan Bang e Erik Honoré. Questo lavoro, che tu inserisci nella categoria degli “inascoltabili” è, se possibile, addirittura un passo in avanti rispetto a Blemish. Per la sua realizzazione è stato coinvolto un intero mondo musicale forse a te sconosciuto, forse a te non gradito, ma che anche qui si incontra con quello della “popular music” (secondo le definizioni di Richard Middleton prima e Franco Fabbri dopo) per la prima volta, delineando nuovi scenari nel lungo corso musicale di Sylvian che, partito dal glam-punk dei primissimi Japan ha esplorato gradualmente tutti i mondi dell’avanguardia musicale, da quella più pop a quella più astratta alla quale sembra essere approdato ora. Keith Rowe (fondatore degli AMM e pioniere della tabletop guitar applicata all’improvvisazione elettroacustica), Evan Parker (che pure ha pubblicato in passato per ECM, etichetta che spesso citi e tributi), John Tilbury, John Butcher, Sachiko M, e Christian Fennesz sono solo alcuni dei nomi che, improvvisando, hanno fornito il tessuto musicale sopra il quale Sylvian ha scritto e cantato i suoi testi.
Una scelta produttiva, questa, che all’epoca dell’uscita del disco fu pure molto criticata per la sensazione di poca coesione che dava all’intero lavoro: ricordo che suThe Wire Ian Penman fu spietato in fase di recensione e che anche qui da noi i pareri furono discordi (quasi sempre sottolineando, tra l’altro, che la cosa che meno funzionava era proprio la vocalità di Sylvian, che quasi sembrava sporcare l’ottimo lavoro musicale prodotto dai musicisti sopracitati). Insomma, si è letto di tutto, ma sempre in senso critico. Nessuno, per fare un esempio, ha scritto nemmeno sul più piccolo dei siti web che era come se il disco fosse “composto da un’unica noiosa canzone, senza musica, senza melodia, senza niente” o lasciato intendere che l’ex cantante dei Japan avesse la vena compositiva inaridita o, peggio ancora, si fosse bevuto insieme agli anni Ottanta (vi prego, una moratoria sul cliché del decennio “da bere”!) anche la musicalità, l’estro, l’eccentricità.
Ecco, sarebbe bastato sapere che i nomi coinvolti nella realizzazione del disco della melodia spesso non sanno che farsene, dato che il loro obiettivo principale – te la faccio facile –  è sfuggire agli idiomi musicali conosciuti e concentrarsi piuttosto sull’aspetto timbrico. Dopodiché si sarebbero potuti criticare la scelta, il nuovo corso di Sylvian, la pochezza del disco – tutti giudizi legittimi e rispettabili, se solo argomentati con coscienza e criterio.

L’impressione è invece quella della nostalgia come arbitro unico nel giudicare un lavoro musicale. Qualcosa del tipo: fino a che lo seguivo io, grande musica; siccome poi non l’ho più capito (e forse nemmeno l’ho più seguito tanto bene), spero sempre che Sylvian rifaccia un Gone to Earth o un Secrets of the Beehive, musica con la quale sono cresciuto, con la quale la mia coscienza di ascoltatore si è formata (o consolidata, non saprei), che aiuta a ricreare intorno a me un ambiente familiare, lontano da azzardi e/o sperimentalismi che, non capendo, non ho nemmeno gli strumenti per giudicare.
Una tecnica, questa, che trova sempre più spazio nella stampa italiana, dove si parla del caro e vecchio passato (tutti a spellarci le mani per il nuovo di Paul Simon o di chi vuoi tu) o della novità basata sull’immediato passato, dal gusto tanto retro’ da sfiorare il camp. Quando però un Sylvian (o un Neil Young con Le Noise, che pure mi sembra ti sia piaciuto) fanno qualcosa di diverso, sperimentano, osano, cercano di uscire dalla gabbia nella quale sono stati intrappolati per troppo tempo (o che hanno sempre rifiutato, come nel caso di Sylvian), ecco tutti storcere la bocca, dire “inascoltabile”, rimpiangere i bei tempi che furono. E senza spirito critico, beninteso.
Se vado a sentire un concerto di un esponente del Gruppo Wandelweiser, poi difficilmente scriverò che si è ascoltato ben poco e che per la maggior parte del tempo c’era silenzio. Cerco piuttosto di contestualizzare, ma dal punto di vista di chi conosce perché altrimenti è fin troppo facile prendere fischi per fiaschi, o ridurre sempre tutto a pezzulli autoreferenziali che soffocano la critica della grande stampa.

Ecco, caro Christian, forse ti sembrerò un po’ presuntuoso (fin dal darti del tu) e ti chiederai perché sprecare del tempo io a scrivere e tu a leggere. Probabilmente perché ti apprezzo talmente tanto per il tuo lavoro da giornalista, conoscitore come nessun altro (tanto meno le anime belle di certa stampa italiana) degli Stati Uniti, per credere che tu possa davvero scrivere una serie di banalità dopo l’altra parlando di musica. Un passatempo che immagino non essere un obbligo, né di vitale importanza per le tue finanze. Potresti sempre farti assegnare da Napoletano una column nella quale sbugiardare settimanalmente Vittorio Zucconi, o ricominciare a recensire Repubblica e altra stampa italiana come ai bei tempi del Foglio. Avresti materiale in abbondanza, noi ci divertiremmo un sacco a leggerti e il mondo te ne sarebbe (ancor di più) grato.

Con immutata stima.

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