Separare il fumo dall’arrosto (ovvero, della morte di Amy Winehouse)

L’ultimo prima di lei, in ordine cronologico, è stato Kurt Cobain. E a pensarci bene, tra i due corre più di qualche similitudine. Entrambi tossici, entrambi giovani (tutti e due morti a 27 anni, lei avrebbe compiuto i 28 il prossimo settembre), entrambi di poco talento, se si vuole essere davvero obiettivi. E già, perché domani scriveranno che Amy Winehouse era una tra le più talentuose del suo tempo, una cantante eccezionale, un’interprete sopraffina, una voce che chissà quando ne risentiremo un’altra così — perché poi, quando non si sa più dove andare a parare, si tira fuori la storiella della “voce così”, buona per tutte le stagioni e soprattutto ottima per inquadrare il soggetto anche in chi non lo conosce nemmeno per sbaglio, continuando per altro a non conoscerlo affatto.

La grande cantante, in realtà, di suo ha fatto ben poco. Ha scritto i brani di “Back to Black”, è vero, poi li ha dati in mano a Mark Ronson che ne ha cercato di fare il disco di punta del revival bianco del suol nero, uno degli ultimi deliri di retromania durante i quali si re-impacchetta il passato dopo avergli dato una spruzzata di compressore. Ma basta citare una che la “gran voce” l’aveva veramente anche se poi le è andata così così, Joss Stone, per capire che forse quella scena (se di scena vogliamo parlare) aveva ben altri e più degni rappresentanti. Di Amy Winehouse sono rimasti i video privati, partoriti dalla pruriginosa stampa anglosassone che con le celebrità (meglio se malconce) ha sempre avuto un rapporto morboso nel quale a guadagnarci era sempre lei. E quei video sembrano essere gli unici reali prodotti artistici della nostra, tanto che vedendoli l’impressione è che lei si aggrappasse disperatamente a questi mezzi per poter riaffermare il proprio status, o anche solo per dire semplicemente “ricordatevi di me”.

È triste e anche un po’ banale dirlo: da domani sarà una faccia sulle magliette. Insieme a Jimi Hendrix, Janis Joplin, Jim Morrison, Sid Vicious e Kurt Cobain (non ce ne vogliano i dimenticati). Dell’ultimo ho già detto, con gli altri il paragone è addirittura imbarazzante.

Keith Rowe & Radu Malfatti – Φ (erstwhile, 2011)

Questo articolo è stato pubblicato su Enquire.

Keith Rowe e Radu Malfatti sono due personaggi estremamente importanti nell’ambito delle musiche improvvisate.
Il primo, inglese di nascita ma da anni trapiantato in Francia, è stato tra i fondatori degli AMM, formazione che a partire dalla metà degli anni ’60 ha coniugato nel modo migliore l’abbraccio tra l’improvvisazione europea post-free jazz e il mondo delle musiche accademiche meno convenzionali (nella prima formazione era presente anche Cornelius Cardew). Il secondo, austriaco di Innsbruck, dopo aver per anni dato il suo contributo all’espansione dei limiti delle musiche d’avanguardia ha gradualmente abbandonato l’aspetto improvvisato (a suo dire divenuto nel frattempo idiomatico e perciò il contrario di ciò che voleva essere) e aderito al gruppo Wandelweiser, corrente musicale composta da musicisti che, partendo dalla lezione di John Cage, considerano l’elemento del silenzio come governatore delle dinamiche musicali delle loro composizioni, in opposizione ad una ininterrotta sequenza di suoni.

Lo scorso novembre Rowe e Malfatti si sono trovati a collaborare insieme per la prima volta a Vienna, negli Amann Studios, dando vita ad una due giorni di sessioni in studio culminate nella recente pubblicazione di “Φ” per l’etichetta americana Erstwhile, specializzata in EAI (Electro-acoustic Improvisation) e improvvisazione lowercase.
Tre i dischi che compongono questo lavoro e che presentano, in ordine quasi cronologico, della due giorni di lavoro. Il primo cd contiene due composizioni, scelte una ciascuno dai due musicisti. Malfatti ha proposto l’esecuzione di “Exact dimension without insistence”, scritta dal collega del gruppo Wandelweiser Jürg Frey, mentre Keith Rowe ha invece scelto un classico della musica contemporanea e delle notazioni grafiche, ovvero “Solo with an accompainment” di Cornelius Cardew. Nel secondo disco i due presentano invece l’esecuzione di loro composizioni, “nariyamu” di Malfatti e una nuova versione grafica di “Pollock ‘82” ricomposta per l’occasione da Rowe. Chiude il trittico il disco contenente il risultato dell’improvvisazione finale tra i due musicisti.

La prima cosa che colpisce all’ascolto, in apertura del primo cd, è come sia – almeno all’inizio – Malfatti ha condurre il gioco. L’esecuzione di “Exact dimension without insistence” è infatti basata su lunghi silenzi e sulla ripetizione di una sequenza di note dall’altezza ben definita, che hanno obbligato Rowe a riprendere dopo tanti anni un suono di chitarra quasi tradizionale, lontano dalle trame elettroniche e rumoristiche tipiche del suo stile, e che lo ha addirittura obbligato ad una accordatura regolare.
Con il brano di Cardew, e con Malfatti nel ruolo del solista, l’accompagnamento da cui il titolo della composizione ritorna invece ad essere su binari più consoni al musicista inglese: squarci di rumori elettronici e toni puri che sorreggono il lavoro di Malfatti al trombone.

I loro due brani continuano su questo terreno, un terreno fatto di rispettoso studio musicale, durante il quale i musicisti sono molto attenti ad ascoltarsi l’uno con l’altro prima di svolgere i propri interventi, consci soprattutto delle differenze tra le loro prospettive musicali. Ma, una volta raggiunta la perfetta conoscenza di quello che dovrà essere il loro terreno di lavoro comune, ecco che si arriva all’inevitabile collisione del terzo disco – dopo che la crescente tensione aveva dominato i due dischi precedenti. Qui siamo nel campo della libera improvvisazione, completamente slegata anche dai (labili) vincoli delle partiture grafiche. Ed è in questi solchi che si nota tutta la grandezza dei due musicisti, alle prese con le loro tecniche storiche messe al servizio di quello che sembra essere un incontro, troppe volte rimandato, tra due giganti.

A qualche minuto dall’inizio dell’improvvisazione, la radio di Keith Rowe ci colloca in una dimensione musicale totalmente estranea, e si sente in sottofondo addirittura l’attacco di “Keep on lovin’ you” degli REO Speedwagon, utilizzata (casualmente) come fosse uno nuovo strumento musicale del tutto svuotato del suo significato originale. Ma dura poco, poi ritorna ad essere una leggera ragnatela di rumori e di circuiti elettrici sopra la quale le lunghe, piene, rotonde e corpose note del trombone di Malfatti provano a posarsi.
La quantità di musica presente, e la difficoltà di ascolto che un lavoro del genere richiede, rendono questo “Φ” un disco dal fascino enorme. Rivolto a chi cerca di capire quali siano i meccanismi presenti in questo tipo di musica, a cosa servono i (lunghi) silenzi che determinano la dinamica dei brani e perché il suono, inteso come aspetto timbrico, risulta essere interessante anche quando è spoglio del ritmo, dell’armonia e della melodia.
“Φ” pone delle domande, non necessariamente delle risposte, ed è anche questo il punto di forza di uno dei lavori migliori che si sono ascoltati in questo 2011.