Separare il fumo dall’arrosto (ovvero, della morte di Amy Winehouse)

L’ultimo prima di lei, in ordine cronologico, è stato Kurt Cobain. E a pensarci bene, tra i due corre più di qualche similitudine. Entrambi tossici, entrambi giovani (tutti e due morti a 27 anni, lei avrebbe compiuto i 28 il prossimo settembre), entrambi di poco talento, se si vuole essere davvero obiettivi. E già, perché domani scriveranno che Amy Winehouse era una tra le più talentuose del suo tempo, una cantante eccezionale, un’interprete sopraffina, una voce che chissà quando ne risentiremo un’altra così — perché poi, quando non si sa più dove andare a parare, si tira fuori la storiella della “voce così”, buona per tutte le stagioni e soprattutto ottima per inquadrare il soggetto anche in chi non lo conosce nemmeno per sbaglio, continuando per altro a non conoscerlo affatto.

La grande cantante, in realtà, di suo ha fatto ben poco. Ha scritto i brani di “Back to Black”, è vero, poi li ha dati in mano a Mark Ronson che ne ha cercato di fare il disco di punta del revival bianco del suol nero, uno degli ultimi deliri di retromania durante i quali si re-impacchetta il passato dopo avergli dato una spruzzata di compressore. Ma basta citare una che la “gran voce” l’aveva veramente anche se poi le è andata così così, Joss Stone, per capire che forse quella scena (se di scena vogliamo parlare) aveva ben altri e più degni rappresentanti. Di Amy Winehouse sono rimasti i video privati, partoriti dalla pruriginosa stampa anglosassone che con le celebrità (meglio se malconce) ha sempre avuto un rapporto morboso nel quale a guadagnarci era sempre lei. E quei video sembrano essere gli unici reali prodotti artistici della nostra, tanto che vedendoli l’impressione è che lei si aggrappasse disperatamente a questi mezzi per poter riaffermare il proprio status, o anche solo per dire semplicemente “ricordatevi di me”.

È triste e anche un po’ banale dirlo: da domani sarà una faccia sulle magliette. Insieme a Jimi Hendrix, Janis Joplin, Jim Morrison, Sid Vicious e Kurt Cobain (non ce ne vogliano i dimenticati). Dell’ultimo ho già detto, con gli altri il paragone è addirittura imbarazzante.

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