Dovere morale di mantenerlo in vita

Fabio De Luca, vicedirettore dell’edizione italiana di Rolling Stone, interviene sul suo Tumblr sulla questione del Mucchio Selvaggio.

il Mucchio ci ha per anni – in gestione precedente – assai rotto i coglioni con una sorta di “dovere morale” di mantenerlo in vita, perché, figurarsi, solo tuuu/mi sai dare, e allora vai con gli editoriali deamicisiani, le lacrime napulitane, le sceneggiate “noi unico baluardo” e le tammurriate “tutti ci vorrebbero chiusi perché siamo l’unica voce realmente libera in questo mondo di marchettari” (all of this mentre si incassavano cospicui finanziamenti – legali e legittimi, per carità diddio – sempre nel nome della pluralità dell’informazione). Ecco, tutto ciò premesso, il Mucchio ha lanciato oggi una campagna “finale” di autofinanziamento, e nonostante uno dei temi sia il solito ricattatorio “se non ti abboni, io mmuoro”, mi pare che per una volta ci sia la capacità (almeno) di evitare la tammurriata e di trattare la situazione con un po’ di maturità e (perfino) autoironia. Il passaggio in cui si dice che bisogna salvare il Mucchio perché altrimenti tutto ciò che resterà saranno «le copie del Mucchio di tuo fratello maggiore che ti porti a vendere a un banchetto di antiquariato» è tragicamente, ma sagacemente, adeguato ai tempi.

La toppa è peggio del buco, e di molto.

La liberalizzazione degli ordini dei giornalisti che avrebbe dovuto fare Mario Monti prevedeva, a mio avviso, l’abolizione dell’intero ordine per i motivi che tutti sappiamo. Quella che si appresta a varare prevede invece che venga abolito solo quello dei pubblicisti. L’ennesimo caso in cui la toppa è peggio del buco, e di molto. E non si trova nessuno che punti il dito contro un fatto quanto meno curioso: l’ordine dei giornalisti ha regalato la tessera a Monti. Fosse capitato a Berlusconi?

Il Kindle e le professoresse d’italiano.

Chi è suppergiù della mia età conserverà sicuramente il ricordo di certi temi del liceo. Nei quali la professoressa di italiano ci chiedeva un parere su quella che allora sembrava un’ipotesi molto più che remota: il libro elettronico. Si era in un’epoca in cui il computer ancora non era uno strumento presente in tutte le case, la connessione internet era un lusso di pochi (ai quali la si scroccava spesso e volentieri) e la musica, per dire dell’altro bene culturale che ha subìto un’enorme trasformazione negli ultimi vent’anni, era venduta ancora sui cd, mentre erano pochissimi quelli che la scaricavano illegalmente (nemmeno Napster, a memoria, era ancora apparso).

Il libro elettronico, quindi, era visto dalla professoressa come un pericolo culturale più che un pericolo concreto. Non voleva da noi studenti un parere sulle modalità di lettura differenti da quelle tradizionali, o un’opinione su come sarebbe dovuto essere il device sul quale leggere questo tipo di testi. No, la professoressa voleva solamente assicurarsi che anche noi scongiurassimo il pericolo; voleva che ci schierassimo nei nostri temi apertamente contro quella possibilità solo paventata, della quale non si vedeva nemmeno l’ombra, ma che prima o poi (all’epoca, molto poi) sarebbe finalmente apparsa a minare millenni di cultura. E noi, studenti già poco avvezzi alla lettura dei libri su carta, volentieri stavamo al gioco. Giù dunque a scrivere inutili righe sul piacere tattile della carta, sul suo odore, sull’immenso patrimonio librario e sulla funzione educativa e culturale che la stampa aveva avuto; tutti elementi, questi, che sapevamo la professoressa vedeva minati dalla digitalizzazione dei testi e contro la cui (presunta) scomparsa anche noi diligentemente ci schieravamo. L’idea di prendere in considerazione, con un minimo di spirito critico, i vari stadi evolutivi che nel corso dei secoli la stampa aveva affrontato, dai blocchi di legno a Gutenberg, dalla litografia fino alla tipografia, non ci sfiorava minimamente — figuariamoci quindi se qualcuno osava anche solo pensare che il libro elettronico non sarebbe stato solo l’ennesima tappa, di scarso successo, di questo sviluppo che si presuppone infinito.

Poi passano gli anni, e finalmente il libro elettronico prende piede. Prima come un qualcosa di esotico, che arriva dall’estero, al quale sono in pochi ad avere accesso. Poi sempre più come un elemento alla portata di tutti e che accettiamo come parte integrante dell’offerta libraria, nonostante rimaga un po’ l’impressione che sia un fratello maggiore del libro cartaceo, seppur con meno dignità. Impressione che cambia quando si riesce a mettere mano su un ebook reader.

A me è capitato questo Natale quando, per cause del tutto fortuite, mi sono auto-regalato un Kindle. Non saprei nemmeno spiegare perché ho scelto il device di Amazon anziché quello di altri marchi in grado di leggere altri formati che lo svincolassero dalla vendita sul noto sito di e-commerce. Probabilmente ha influito molto il fatto che già usassi Amazon per acquistare i libri di carta e che mi sia sempre trovato bene. Capacità di fidelizzare il cliente, direbbero quelli che ne sanno di marketing.

E cosa è successo quando ho acceso il Kindle per la prima volta? E’ successo che immediatamente l’ho trovato bellissimo, come ho sempre trovato bellissimi i libri. La differenza, in effetti, non è molta. Tolta la cornice in plastica, tolte (ovviamente) le pagine, tolta la copertina a colori, il resto è più o meno lo stesso. A livello fisico di lettura, nessuna differenza: il Kindle è un libro. Punto. Niente illuminazione, niente luminosità, niente riflessi e niente stanchezza agli occhi indotta dall’apparecchio. Così come non riesci a leggere un libro al buio, se spegni la luce il tuo Kindle diventa inutile. Detto questo, il Kindle non è evidentemente un tablet così come siamo abituati a considerarli. Sul Kindle leggi e basta. E fondamentalmente leggi solo il testo. Certo, puoi navigare in Internet, controllare la posta, aggiornare i social newtwork. Tutte cose che però a un libro non chiedi, e che deleghi a computer o smartphone. Tra tutti i pro, questo è il migliore: la batteria dura un secolo e mezzo e non capita mai di dover interrompere la lettura per insufficienza di carica.
Anche l’impatto psicologico è ridotto al minimo. Intendo dire che la prima lettura effettuata sul Kindle dà una sensazione di stranezza per i primi dieci minuti, dopodiché sembra di usarlo da una vita. E ci si serve agevolmente di tutti quegli strumenti connessi come il sottolineare frasi, prendere appunti, piazzare note e segnalibri ovunque e con la massima semplicità, come se lo si fosse sempre fatto.

La rivoluzione c’è, e si tranquillizzi la mia professoressa di italiano delle superiori: è in positivo. I libri continueranno ad esistere perché non tutto è — almeno al momento — convertibile in formato elettronico: cataloghi di mostre, libri illustrati, edizioni pregiate, ma anche economici da regalare, hanno lo stesso senso intrinseco di sempre. Continueranno ad esistere anche perché è il contenuto che li rende vivi. Sembra banale dirlo, ma le parole, le frasi, le storie e le riflessioni del libro rimangono le stesse. Non è per contraddire McLuhan, ma in questo caso il messaggio è nel contenuto, non nel mezzo. Mi viene, infine, facile pensare anche ad un altro aspetto positivo: più i lettori di ebook si diffonderanno, più aumenterà la vendita di libri. Fatto salvo il prezzo, ancora troppo alto, la tentazione di riempire l’aggeggio di testi nuovi è fortissima e credo poco incline ad esaurirsi nel tempo; a ciò si aggiunga anche l’estrema facilità di acquisto (basta essere in una zona coperta da wifi) e il catalogo in continua espansione. Mi auguro che la mia ex professoressa di italiano del liceo per Natale si sia fatta il mio stesso regalo.

Eccellenza italiana.

Sto sfogliando il numero monografico che Link dedica a Marshall McLuhan nel centenario della sua nascita. Ecco, Link è una di quelle riviste di cui, in Italia, si dovrebbe dire “fatte molto bene” ma che scontano — purtroppo! — la miopia del pubblico, che come nella storiella del dito e della luna, si sofferma troppo sul nome dell’editore. Perdendosi una serie di analisi interessanti, competenti, impaginate come nessuno nel nostro paese.

Prendere sonno.

In Inghilterra è stata appena tradotta l’ultima fatica letteraria di Umberto Eco, Il Cimitero di Praga. Il Financial Times lo recensisce in termini non esattamente positivi. Ma nessuno in Italia dice nulla; anzi, nessuno in Italia sembra aver notato la stroncatura. Il che è abbastanza strano, considerato che ogni volta che da oltremanica parte un ruttino, il giornalista collettivo è pronto con le forbici in mano a farne un copia-incolla. Peccato, perché sarebbe stata una buona occasione per tutti quegli italiani che si sono fiondati ad acquistarne una copia, alcuni anche a farsela firmare al supermercato (già: Umberto Eco firma copie nei supermercati, pare roba dell’altro mondo! Conosco gente che ha colto l’occasione per una photo-opportunity), per poi lasciarla a prendere polvere sul comodino. Certo, ogni tanto capitava che lo riprendessero in mano. Soffiata via la polvere dalla copertina, l’intento mica era quello di leggerlo. Ma di prendere sonno.

Piovono strumentalizzazioni.

Alessandro Gilioli dell’Espresso compie sul suo blog un divertente esercizio. Di strumentalizzazione. Leggendo la memoria difensiva preparata dagli avvocati di Augusto Minzolini, Gilioli — e tutti noi con lui, a dire il vero — ha scoperto che l’ormai ex direttore del TG1 non è licenziabile poiché assunto con contratto da “caporedattore con funzioni di Direttore”. E quindi, secondo il contratto dei giornalisti, non essendo burocraticamente il direttore, non può essere licenziato col solo motivo che sia venuto meno il rapporto di fiducia con l’editore. Nel descrivere questa scoperta, Gilioli attribuisce ovviamente la colpa a chi ha nominato Minzolini direttore del TG1, e cioè l’ex governo Berlusconi (che non ha fatto nulla di straordinario, semplicemente si è limitato a godere di quell’informale diritto di nomina che chiunque, e di ogni colore politico, ha avuto in precedenza). In particolare, sarebbero stati i “liberisti Sacconi e Brunetta”, dopo prediche e prediche sulla flessibilità, a far assumere Minzolini con questo contratto blindato che ora gli garantirà comunque lo stipendio. Il sottinteso, evidentissimo fin dal titolo del post, è che i due ex ministri sono tutto men che liberisti. Un giudizio come un altro, ma che nella fattispecie è argomentato con il contratto di Minzolini; come se l’avessero scritto loro.

Ora, che il contratto col quale Minzolini è stato assunto in Rai fosse poco flessibile, non ci piove. Che chi predica bene dovrebbe evitare di razzolare male, è un’evidenza che non necessita di ogni ulteriore commento. La questione è che, messa come la mette Gilioli, sembra che Minzolini sia l’unico, in Rai ma anche fuori, a godere di questo tipo di privilegio. Ovviamente per merito di Berlusconi.

Alla fine è (ancora) colpa di Berlusconi

Giuliano Ferrara, su Il Foglio di oggi (12 dicembre, p. 1), nell’editoriale in cui analizza i motivi di quella che definisce (dal punto di vista dei protagonisti) “disastro senza consolazione”, ovvero il calo di share dello show di Michele Santoro, dà una definizione di travaglismo:

Il travaglismo inganna e rende ridicoli i molti lettori e fan di sinistra che ci cascano, ma è integralmente di destra, non ha la verniciatura di lotta e di rappresentanza dell’Italia sana e socialmente sofferente da sempre incollata in modo attaccaticcio sui vascelli dell’informazione di regime “de sinistra”. Di Montanelli, che era persona complessa e interessante, e che aveva un’esperienza diretta della politica e dell’anticomunismo, del potere e dei giri di denaro frequentati con goduria e lussuria da commedia umana, Travaglio mantiene solo l’aspetto minore, il qualunquismo, il vizio d’origine e di struttura dei tribuni che sgomitano per il potere e il quattrino a spese della credulità dei loro padroni lettori (e con l’ausilio di verbali e imbeccate questurine). Devo dire che spesso è efficace, perché in tutte le sue incarnazioni il potere italiano fa un po’ ridere, come si vede dai suoi divertenti editorialini su Passera, sui nuovi garanti della rispettabilità italiana in Europa, e sulla tendenza di fondo a cambiare tutto purché nulla cambi.
Il camaleontismo italiano nasce dal fatto che trasformisticamente si passa di regime in regime, invece che cambiare governo secondo progetti di alternativa e seguendo la decisione del corpo elettorale. E in questa persistenza del regime, comunque sia, lo stile di Travaglio ci sguazza, perché gli consente di suggerire ogni giorno al branco ideologico suo tributario che Berlusconi è sempre vivo, sempre caimano, sempre minaccioso, e tutto quello che di porco e maledetto combina il potere, sia facendo la volontà della Merkel sia non disfacendo l’Italia avida e goduriosa e sporcacciona della cartolina qualunquista, alla fine è colpa di Berlusconi.