Quanti scontrini avevate in tasca?

Tutti siamo stati, almeno una volta, a Roma in quel pensionato domusqualcosa, ovviamente di proprietà della Chiesa, a dormire. E tutti ci siamo chiesti, chi al momento, chi col senno di poi, se su quell’immobile fosse pagata l’Ici. Allo stesso modo, tutti sappiamo che la distinzione tra esercizio commerciale e non commerciale spesso dipende quasi esclusivamente dall’installazione, all’interno delle strutture, di un altarino, di una Madonnina, di un ripostiglio adibito a cappelletta. E tutti sappiamo, se abbiamo un minimo di onestà intellettuale, che molti dei servizi che la Chiesa (in verità, quello che potremmo definire l’enorme indotto che gira intorno alla Chiesa) offre sono gratuiti e sono, soprattutto, di estrema utilità per molte fasce della società. Per questo, se da una parte ci sembra giusto — tanto che anche il Card. Bagnasco apre sulla questione — che anche la Chiesa paghi l’Ici (o almeno faccia chiarezza su alcuni casi limite) su quegli esercizi che con il luogo di culto hanno poco o nulla a che fare, dall’altra la battaglia condotta in questi giorni ci appare come il più grande e fulgido esempio di demagogia applicata a quella che viene definita un’emergenza nazionale (perché se il governo vara un decreto per salvare l’Italia, e tutti gli organi d’informazione all’unisono lo chiamano decreto «Salva Italia», prende il via quella parte di distorsione della realtà per cui passa l’idea che ci sia un paese da salvare).

Per capire il livello di demagogia, basti vedere chi ha portato avanti la battaglia. Tralasciando i Radicali, i quali ciclicamente ripropongono l’argomento, il resto è composto da quel movimento — trasversale, va detto — che trova terreno fertile nella mezza-verità (che corrisponde ad una mezza-bugia), nella propagazione di panzanze via rete, nell’indignazione a senso unico, negli appelli di Micromega che annientano per la noia che si portano dietro. Per dire, nemmeno l’onestà e la coerenza di fare un discorso del tipo: va bene la Chiesa, ma anche i sindacati, i circoli Arci, Legambiente, i partiti, le fondazioni, ed altre attività culturali fumose e sicuramente di carattere anche commerciale, paghino l’Ici e/o la smettano di godere di privilegi fiscali. Perché se tutti siamo stati almeno una volta al baretto sul quale non viene pagata l’Ici perché considerato contiguo al santuario (luogo di culto), tutti siamo stati almeno una volta dentro un circolo Arci (che, a differenza di un luogo di culto, è un club privato nel quale si entra previa sottoscrizione annuale). Ricordate, delle venti birre bevute, quanti scontrini avete portato a casa?

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