Dicembre 12, 2011

domanda e qualità

Davvero non riesco a capire perché, ogni volta che si tira fuori la questione dei contributi all’editoria, arriva qualcuno a parlare del Fatto Quotidiano. Cioè, una cosa la capisco benissimo: è il successo editoriale degli ultimi anni e non prende contributi statali. E’ l’assioma sottinteso che mi sfugge, quello secondo cui il non prendere contributi porta al successo (e vale anche il viceversa: come se il successo fosse automaticamente garantito rinunciando ai contributi). Nessuno vuole negare il successo del giornale di Padellaro e Travaglio. Quello che non mi spiego, in verità, è il passaggio successivo: quello che vorrebbe, in base alle premesse qui esposte, Il Fatto come un giornale di qualità. A me la fama del Fatto sembra organica al movimento antiberlusconiano e alla ventata di anti-casta, anti-politica e anti un po’ tutto che si respira da qualche anno. Oltre che al successo mediatico di alcuni dei suoi giornalisti di punta (ma non sono di certo io a dover dire che, oggi come oggi, per un giornale è indispensabile mostrare i suoi volti in televisione, meglio se in assetto da combattimento dialettico). Il successo del Fatto mi ricorda quello di Libero qualche anno fa, quando Feltri in una escalation delle sue riuscì a portare il giornale stabilmente sopra le 100 mila copie; solo che allora nessuno parlava di giornale di qualità, anzi, ma Libero era visto come il quotidiano simbolo dei contributi all’editoria.

Insomma, secondo me quando Luca Sofri scrive, a proposito dei contributi all’editoria, che “la domanda non è educata alla qualità”, dice una cosa un po’ forte ma anche un po’ vera. E’ quando un suo lettore gli confuta l’osservazione citando il Fatto, che viene scritta una cosa sbagliata. E’ innegabile il suo successo, ma è quello del Fatto il metro col quale misurare la qualità della stampa italiana? Perché io lì ci vedo una brutta titolazione, una grafica meno che mediocre, una leggibilità pessima e dei caratteri tipografici da volantino. Oltre che editoriali in cui i personaggi sono appellati come nemmeno nelle peggiori barzellette da bar. Cioè ci vedo l’opposto di quello che io ritengo il giornalismo di qualità. Ma, evidentemente, è un problema mio.

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