Dicembre 29, 2011

Il Kindle e le professoresse d’italiano.

Chi è suppergiù della mia età conserverà sicuramente il ricordo di certi temi del liceo. Nei quali la professoressa di italiano ci chiedeva un parere su quella che allora sembrava un’ipotesi molto più che remota: il libro elettronico. Si era in un’epoca in cui il computer ancora non era uno strumento presente in tutte le case, la connessione internet era un lusso di pochi (ai quali la si scroccava spesso e volentieri) e la musica, per dire dell’altro bene culturale che ha subìto un’enorme trasformazione negli ultimi vent’anni, era venduta ancora sui cd, mentre erano pochissimi quelli che la scaricavano illegalmente (nemmeno Napster, a memoria, era ancora apparso).

Il libro elettronico, quindi, era visto dalla professoressa come un pericolo culturale più che un pericolo concreto. Non voleva da noi studenti un parere sulle modalità di lettura differenti da quelle tradizionali, o un’opinione su come sarebbe dovuto essere il device sul quale leggere questo tipo di testi. No, la professoressa voleva solamente assicurarsi che anche noi scongiurassimo il pericolo; voleva che ci schierassimo nei nostri temi apertamente contro quella possibilità solo paventata, della quale non si vedeva nemmeno l’ombra, ma che prima o poi (all’epoca, molto poi) sarebbe finalmente apparsa a minare millenni di cultura. E noi, studenti già poco avvezzi alla lettura dei libri su carta, volentieri stavamo al gioco. Giù dunque a scrivere inutili righe sul piacere tattile della carta, sul suo odore, sull’immenso patrimonio librario e sulla funzione educativa e culturale che la stampa aveva avuto; tutti elementi, questi, che sapevamo la professoressa vedeva minati dalla digitalizzazione dei testi e contro la cui (presunta) scomparsa anche noi diligentemente ci schieravamo. L’idea di prendere in considerazione, con un minimo di spirito critico, i vari stadi evolutivi che nel corso dei secoli la stampa aveva affrontato, dai blocchi di legno a Gutenberg, dalla litografia fino alla tipografia, non ci sfiorava minimamente — figuariamoci quindi se qualcuno osava anche solo pensare che il libro elettronico non sarebbe stato solo l’ennesima tappa, di scarso successo, di questo sviluppo che si presuppone infinito.

Poi passano gli anni, e finalmente il libro elettronico prende piede. Prima come un qualcosa di esotico, che arriva dall’estero, al quale sono in pochi ad avere accesso. Poi sempre più come un elemento alla portata di tutti e che accettiamo come parte integrante dell’offerta libraria, nonostante rimaga un po’ l’impressione che sia un fratello maggiore del libro cartaceo, seppur con meno dignità. Impressione che cambia quando si riesce a mettere mano su un ebook reader.

A me è capitato questo Natale quando, per cause del tutto fortuite, mi sono auto-regalato un Kindle. Non saprei nemmeno spiegare perché ho scelto il device di Amazon anziché quello di altri marchi in grado di leggere altri formati che lo svincolassero dalla vendita sul noto sito di e-commerce. Probabilmente ha influito molto il fatto che già usassi Amazon per acquistare i libri di carta e che mi sia sempre trovato bene. Capacità di fidelizzare il cliente, direbbero quelli che ne sanno di marketing.

E cosa è successo quando ho acceso il Kindle per la prima volta? E’ successo che immediatamente l’ho trovato bellissimo, come ho sempre trovato bellissimi i libri. La differenza, in effetti, non è molta. Tolta la cornice in plastica, tolte (ovviamente) le pagine, tolta la copertina a colori, il resto è più o meno lo stesso. A livello fisico di lettura, nessuna differenza: il Kindle è un libro. Punto. Niente illuminazione, niente luminosità, niente riflessi e niente stanchezza agli occhi indotta dall’apparecchio. Così come non riesci a leggere un libro al buio, se spegni la luce il tuo Kindle diventa inutile. Detto questo, il Kindle non è evidentemente un tablet così come siamo abituati a considerarli. Sul Kindle leggi e basta. E fondamentalmente leggi solo il testo. Certo, puoi navigare in Internet, controllare la posta, aggiornare i social newtwork. Tutte cose che però a un libro non chiedi, e che deleghi a computer o smartphone. Tra tutti i pro, questo è il migliore: la batteria dura un secolo e mezzo e non capita mai di dover interrompere la lettura per insufficienza di carica.
Anche l’impatto psicologico è ridotto al minimo. Intendo dire che la prima lettura effettuata sul Kindle dà una sensazione di stranezza per i primi dieci minuti, dopodiché sembra di usarlo da una vita. E ci si serve agevolmente di tutti quegli strumenti connessi come il sottolineare frasi, prendere appunti, piazzare note e segnalibri ovunque e con la massima semplicità, come se lo si fosse sempre fatto.

La rivoluzione c’è, e si tranquillizzi la mia professoressa di italiano delle superiori: è in positivo. I libri continueranno ad esistere perché non tutto è — almeno al momento — convertibile in formato elettronico: cataloghi di mostre, libri illustrati, edizioni pregiate, ma anche economici da regalare, hanno lo stesso senso intrinseco di sempre. Continueranno ad esistere anche perché è il contenuto che li rende vivi. Sembra banale dirlo, ma le parole, le frasi, le storie e le riflessioni del libro rimangono le stesse. Non è per contraddire McLuhan, ma in questo caso il messaggio è nel contenuto, non nel mezzo. Mi viene, infine, facile pensare anche ad un altro aspetto positivo: più i lettori di ebook si diffonderanno, più aumenterà la vendita di libri. Fatto salvo il prezzo, ancora troppo alto, la tentazione di riempire l’aggeggio di testi nuovi è fortissima e credo poco incline ad esaurirsi nel tempo; a ciò si aggiunga anche l’estrema facilità di acquisto (basta essere in una zona coperta da wifi) e il catalogo in continua espansione. Mi auguro che la mia ex professoressa di italiano del liceo per Natale si sia fatta il mio stesso regalo.

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