La demagogia della tassa sui capitali scudati.

La politica è quella cosa per cui ci si entusiasma tanto quanto poi ci si annoia — e sia detto senza toni demagogici o anti-casta; ci si annoia sul serio, la maggior parte delle volte. Ogni tanto val la pena di buttarci sopra un occhio, soprattutto di questi tempi dove la noia della politica è stata sostituita dalla super noia dei tecnocraticismi, della democrazia messa da parte in nome di non si capisce bene cosa, della totale negazione del diritto di voto per il varo dii misure che, se dovessero rimanere queste, avrebbe potuto scriverle anche un ragazzino sveglio a metà degli studi liceali, e forse senza nemmeno versare mezza lacrima al momento della presentazione.

Succede dunque che, dando uno sguardo a quanto finora è dato a sapere del contenuto del decreto cosiddetto “salva Italia” — espressione che, dal governo attualmente in carica, si è trasferita sui titoli a nove colonne della stampa nazionale e sui cartelli dei telegiornali, senza che nessuno ci trovi nulla di strano — dando uno sguardo, scrivevo, salta all’occhio una questione che al momento pare essere ignorata dai più. Parlo del contributo una tantum dell‘1,5% sui capitali che hanno goduto dello scudo fiscale. Ed è strano che nessuno, nel delirio di indignazione e demagogia che stiamo vivendo, abbia notato che la cosa, oltre che inutile, sembra pure poco degna di un paese pieno zeppo di sedicenti liberali e di difensori della democrazia.

Uno scudo fiscale è un patto che lo Stato italiano sottoscrive insieme a quelle persone che compiono quella attività poco degna di nascondere soldi nelle banche estere, ai fini di sottrarle all’occhio mai sempre vigile del fisco italiano. Tale patto viene siglato per permettere il rientro di questi capitali a “tariffe”, se così vogliamo chiamarle, convenienti per chi li ha nascosti. L’affare è per entrambi i sottoscriventi: il cittadino poco onesto se la cava in modo tutto sommato a buon mercato, almeno rispetto alla multa che gli spetterebbe, e lo Stato può contare su un po’ di entrate. Un patto, una volta siglato e una volta onorato, non lo si può più rompere né ripetere. Non lo si può rompere, perché altrimenti verrebbe meno il suo essere patto, ed una delle due parti in causa non avrebbe così rispettato la parola data; e non lo si può nemmeno ripetere perché, nella fattispecie, le condizioni del patto parlavano di uno scudo, da pagare una sola volta, ai termini stabiliti. Cosa che, evidentemente, non avviene se ora lo Stato è qui a chiedere un contributo una tantum sul capitale già scudato (l’oggetto del patto in questione).

Perché dunque il governo Monti, formato certamente da illustrissime e rispettabilissime persone, ha voluto inserire questo contributo nella sua manovra? La risposta più facile, e stando a quella famosa regola probabilmente anche la più corretta, suggerirebbe per far contenta la sinistra. La quale mai ha visto di buon occhio coloro i quali hanno usufruito dello scudo fiscale, e le cui mani hanno sempre avuto un prurito da soddisfare con la punizione — economica, si capisce — di queste persone, meglio se tramite una vendetta ex post. Insomma, è possibilissimo che Bersani, pur di far digerire al suo elettorato una manovra composta da voci politicamente e socialmente le più lontane dalla sua base culturale, abbia chiesto a Monti un segnale che andasse in quella direzione. Ed è plausibile che Monti gliel’abbia concesso. Non si capisce, a questo punto, quale sarebbe il vantaggio per il Governo, che a maggior ragione trattandosi di un governo tecnico dovrebbe coincidere con un vantaggio per l’Italia intera. Chi crede, demagoghi a parte, che un contributo una tantum dell‘1,5% sui capitali scudati sia infatti una tassa in grado di portare soldi utili nelle casse dello Stato? Nessuno che abbia un minimo di onestà intellettuale. Mi chiedo quindi, ma sono già molto annoiato, se il gioco vale la candela. Se cioè al Governo convenga fare un po’ di demagogia gratuita (soprattutto per se stesso) e rompere patti anziché mettersi seriamente a pensare alla crescita e non solo agli inasprimenti fiscali.

A domanda rispondere con offerta.

Il mondo dell’arte contemporanea è, almeno a livello di collezionismo, composto per lo più da gente che acquista senza sapere il perché. O, meglio, l’unico perché che interessa loro è quanto potrà valere un quadro, una scultura, un’opera in generale tra tot anni, nella speranza che l’artista in questione faccia il definitivo salto in avanti ed entri nel giro giusto. Meglio ancora, che muoia all’apice della sua popolarità (sembra roba da commedia all’italiana festeggiare la morte di un artista perché il valore del quadro fa così un balzo in avanti, ma non lo è).

Ma c’è anche chi se ne frega dell’artista, della sua fama, del suo stato di salute, e ha come unico interesse quello estetico; pensa, cioè, se un quadro, una scultura, un’opera in generale stiano o meno bene appesi (o per terra) in salotto, nello studio, ovunque si pensi ci sia uno spazio da valorizzare. Queste non sono persone con smania di collezionismo; è gente, piuttosto, dallo spiccato senso estetico, che non si fa dettare il gusto dal trend, dal mercato o da quei soliti tre o quattro che muovono i fili dell’arte contemporanea.

A questa categoria di persone si rivolgono principalmente i tizi di Manifold Editions, agenzia lanciata lo scorso 8 novembre che si occupa, tramite un sito web, di vendere stampe di primissima qualità, in edizione limitata (solitamente intorno alle 60-70 copie per opera), autografate dall’artista e a prezzi tutto sommato abbordabili. Se ne parla sul numero di dicembre di Wallpaper*, in una conversazione con James Booth-Clibborn, l’uomo dietro l’impresa. Grafico di consolidata fama, un passato come art director della Phaidon, l’uomo è da sempre interessato nei processi di stampa. Tutto è nato, dice, dalla richiesta di alcuni suoi amici che gli chiedevano dove si potessero acquistare opere contemporanee. Da qui l’idea di stampare in proprio alcuni tra i più famosi artisti contemporanei, nonché di distribuire nomi di altri fornitori.

Un’idea di per sé molto semplice e che, almeno empiricamente, risponde alla più antica delle esigenze di mercato: quando c’è una domanda, rispondere con un’offerta.