Il fatto fin troppo evidente è che Warhol, con i suoi 15 minuti di celebrità, aveva sbagliato tutto.

C’è questa nuova tendenza, sui social network, a ritenersi degli opinion leader. Non appena se ne conoscono un paio di quelli giusti (di personaggi, mica di veri opinion leader) nel mondo reale, subito ci si accredita come tali in quello virtuale. Con risultati il più delle volte che vanno dal goffo al ridicolo. Ci provano, questi personaggi, ad intervenire a gamba tesa nelle discussioni che contano, oppure a retwittare il tweet di cui tutti parlano, a mandare messaggi privati o fare menzioni pubbliche a metà strtada tra la lode sperticata e la svergognata leccata di culo.

Il più delle volte questi sedicenti opinion leader battono sempre sullo stesso chiodo. Trovato un argomento, e un’argomentazione a sostegno (non voglio discutere della validità o meno), conducono la loro personale battaglia. Anzi, una vera e propria crociata, con in più lo stupore per come il mondo là fuori non si sia accorto di una soluzione così semplice all’annosa questione — perché loro propongono sempre soluzioni semplici, tanto semplici che infatti la maggior parte delle volte si perdono sulla statale paradossale-stupido (segnaliamo maggiore tendenza in direzione stupido).

Non vorrei infierire con i nomi e i cognomi, per carità. Chiunque abbia frequentato la blogosfera in passato, e frequenti il conseguente trasferimento di blog e blogger su Facebook e Twitter, conosce benissimo i soggetti in questione, tanto che a volte il dubbio che in un certo qual modo degli opinion leader lo siano diventati realmente non vi nascondo che mi prende. Oggi, per esempio, leggevo su Facebook un tale che diceva di averne la scatole piene di Facebook. Il sottinteso è lo stesso da analisi socio-tecnologica nelle pagine culturali di Repubblica o del Corriere della Sera o della Stampa: Twitter, dovete stare su Twitter, ché abbiamo letto da qualche parte che quello è il futuro mentre noi italiani stiamo ancora in massa sul superficiale Facebook. Solo che nel farlo aggiungeva: se anche voi siete d’accordo, fate like. Beh, siamo ad una dozzina di like e di commenti-discussione a riguardo. Un discreto successo. Ovviamente al danno si è aggiunta la beffa: nei commenti è arrivato l’altro tale, quello che faceva notare l’incongruenza dell’azione. Il nemico del wannabe opinion leader.

Ambasciate volanti

Tyler Brulé nella sua colonna settimanale sul Financial Times fa un discorso del tutto simile a quello che fece Berlusconi quando si trattò di salvare Alitalia dalle mani straniere:

While I’m all for a free and open market, I also believe there’s a need for governments to offer essential services to their citizens – particularly when the free market is unlikely to fill the gap. In the case of countries that have small populations, or lack strategic hubs, this also means underwriting the national airline. Consultants might argue that this is unnecessary, as other airlines will swoop in to soak up demand, but there’s considerably more at stake than just ensuring every flight boasts an 80 per cent load factor.

A national airline is an embassy with wings, transporting culture, sports teams, cuisine (some airlines do actually serve decent food when they stick to national dishes), commerce and goodwill around the world. Air New Zealand is a flying example of Kiwi resourcefulness and ingenuity, with clever cabin configurations on their long-haul fleet, an emphasis on New Zealand wines and reputable Kiwi chefs consulting on the menus. A flag carrier instills a sense of pride when its tail is spotted on the runway of a far-off land, when it brings home the winning team and when it flies out to evacuate citizens stranded in a conflict or disaster zone.

Continua a leggere sul sito del Financial Times.

Un po’ ve la meritate, la crisi della stampa.

Non ho una posizione solida sulla questione giornali di carta/giornali digitali. Ho però una posizione solida sul fatto che ormai le nuove generazioni non sanno che farsene della stampa periodica, soprattutto quotidiana. Propinargliela su carta, o sull’iPad, secondo me non fa alcuna differenza: la ignorano. La osservano come si osserva lo zio invecchiato male al pranzo domenicale. Non sanno che farsene, solo che con lo zio la questione è un po’ più complicata che con l’edicola.

E’ un peccato. Perché a me la stampa periodica fa impazzire. La acquisto, la leggo, la scruto, la studio. Per me il giornale di carta ha un valore ancora immenso, discorso questo che non riesco più a fare per i libri, per dire (e nemmeno per tutti i libri: per i romani, diciamo così). La stampa periodica su carta ha ancora un senso, almeno fino a che le versioni digitali continueranno ad essere la mera trasposizione su iPad di quello che già si legge su carta (perché ci rifiutiamo di pensare che aggiungere un video cliccabile al posto di una fotografia cambi qualcosa, vero?). C’è tutto il lavoro artistico, per fare un esempio, che è ottimizzato al mondo della carta e che è perfettamente fruibile solo sul mezzo per cui è stato pensato. Vale per i quotidiani, e a maggior ragione per le riviste, soprattutto quelle cosiddette “patinate”, per cui il lavoro degli art director e dei fotografi costituisce, a volte, quasi l’unico motivo che giustifichi l’acquisto.

Insomma, avete capito. Poi però ti svegli una domenica mattina, ascolti distrattamente la rassegna stampa, leggi il giornale che ti è stato lanciato in giardino intorno alle 6, ti vesti ed esci per acquistare la mazzetta in edicola. E ti rendi conto che torni a casa con due giornali diversi ma assolutamente identici. E oltrepassati, non solo nella titolazione, non solo nella grafica: anche in (quasi) tutto il contenuto. Pensi quindi che questi un po’ se la meritino la crisi della carta stampata.

Basta come “caro diario”?

In ossequio a quella parte di blog che si vorrebbe maggiormente diario, dovrei ogni tanto raccontare qualche fatto mio. Oggi, per esempio, ho fatto una lunga passeggiata a Milano. Come spessissimo capita quando unisco i due concetti di “lunga passeggiata” e “Milano”, lo scopo era cercare dei dischi. Li ho trovati, ma, nemmeno a dirlo, non erano quelli che pensavo di trovare quando sono uscito di casa; diciamo che trovo i dischi in differita: oggi, infatti, credo di essere riuscito ad acquistare quelli che cercavo la volta precedente e che, ovviamente, non avevo trovato.

Oggi, a Milano, era tra l’altro il Carnevale ambrosiano. E quindi le metropolitane erano gremite di famiglie che si recavano in centro per far sfilare i figli in maschera. Due cose mi hanno stupito più di tutte. La prima, i supereroi non tramontano mai. Cioè, non ho visto nessun bambino mascherato da una di quelle giapponesate che si suppone vadano per la maggiore ai giorni nostri. No, l’Uomo Ragno e Batman, dopo una breve conta, svettavano. Insieme alla più classica fatina per le bambine.

Oggi, poi, a Milano era quasi primavera — se dirlo non mi facesse venire un brivido lungo tutta la schiena: voglio dire, siamo al 25 di febbraio, è prematuro il caldo ma è prematuro anche lasciarsi andare ad eccessive denudazioni del proprio corpo, e oggi se ne sono viste di tutti i colori. Però, facciamo finta che sia davvero primavera. Una cosa che ho sempre notato, e di cui anche oggi ho avuto conferma, è che con la primavera tornano in giro i dark. Quasi uscissero da un lungo letargo durato tutto l’inverno; una sorta di letargo paradossale, perché loro sono neri e tristi e freddi. Niente, io quelli più autentici e distanti dalle macchiette e dai servizi televisivi sulle sottoculture giovanili li ho sempre visti in giro nelle stagioni più calde, quasi risiedesse in loro una sorta di masochismo.

Basta, come caro diario?

Ce ne vorrebbero di più, di ometti così.

[Cities] They’re modernist, they’re cold, and now architects want to go back to that. But there are people in the community who want a little more juice, something to relate to, and so they seek out artists and the artists they seek out have become very wealthy and they have big studios.

Queste le parole di Frank Gehry al Guardian.

Chiamalo servizio pubblico.

E’ facile fare demagogia, quando si parla di Rai. Il famigerato servizio pubblico, concetto di cui tutti si riempiono la bocca, chi dopo oggettive analisi, chi per convenienza, chi per difendere l’indifendibile, è obiettivamente tutto tranne quello che siamo abituati a vedere sui tre canali della televisione di stato. (Prevedo già l’obiezione: i canali di stato, con il passaggio al digitale terrestre, non sono più tre ma molti di più, vedi Rai4 o Rai5. Giusto: ma che numeri fanno questi canali? Ecco, nella risposta a questa domanda sta anche la risposta all’obiezione. Rai4 e Rai5 sono reti televisive in parte coraggiose e in parte culturali; ma hanno lo stesso peso di un’unghia sul carrozzone Rai. E sia benedetto Carlo Freccero sempre e comunque).

Cosa dovrebbe essere, quindi, il servizio pubblico? E’ una domanda che non ha una risposta, ma ne potrebbe avere mille, tutte differenti. Più o meno quanto sono differenti le menti degli italiani che dal servizio pubblico si aspetterebbero tante cose, tutte giuste e tutte diverse tra loro. Per questo, ad una domanda del genere, forse conviene rispondere per sottrazione. E dire cosa non è servizio pubblico. I quiz preserali sono servizio pubblico? Secondo me sì, perché il servizio pubblico non deve essere solamente un insieme di trasmissioni seriose o con velleità cultural-artistiche. Gli approfondimenti sono servizio pubblico? Sì, anche nelle modalità che siamo abituati a conoscere: Vespa, Floris, Ferrara, persino Fazio (che si collocherebbe nella zona dell’”infoteinment”). Il telegiornale lottizatto dalla maggioranza (Rai1), da una costola della maggioranza (Rai2) e dall’opposizione (Rai3) sono servizio pubblico? Probabilmente sì, a meno che voi sapientoni dell’informazione e della comunicazione non conosciate un modo più onesto di rappresentare tutte le voci di un’Italia che, a scadenze regolari, si reca alle urne a votare questo o quel partito.

Non è servizio pubblico, invece, basare la programmazione televisiva su un gioco condotto  “al ribasso” osservando quello che fanno le reti concorrenti, le quali si muovono con una logica puramente commerciale. Le reti Mediaset, le reti private, le innumerevoli reti che sono spuntate come funghi sul digitale terrestre si dice che spesso offrano una programmazione ai limiti del ridicolo. Non sono un critico televisivo, quindi mi fido del giudizio comune e do per scontato che possa essere vero. Ma, cinicamente, l’unico discorso da fare, l’unica cosa giusta da dire è che quelle reti non hanno come mission quella di fare servizio pubblico; non prendono i soldi di un canone; non hanno come referenti i telespettatori ma solo gli inserzionisti pubblicitari. Devono, sempre per essere cinici, vendere spot al più alto prezzo possibile. Le trasmissioni diventano il contenitore della pubblicità, non viceversa. Per questo un servizio pubblico che si chiami realmente così deve, per prima cosa, puntare tutto sulla differenziazione rispetto alle reti commerciali. Inoltre, deve sopravvivere di pochissimi spot e del solo canone, che in un vero servizio pubblico deve essere pagato da tutti. Altrimenti — e questa sarebbe persino la soluzione preferibile — si privatizza la Rai. E, in una certa misura, mi auguro che accada quanto prima.

Non è scoprendo Celentano che delira in prima serata e fuori contesto che abbiamo compreso che la Rai non fa servizio pubblico. Lo abbiamo scoperto leggendo che la BBC inglese dal 23 al 31 di marzo manderà in onda 200 (duecento!) ore di trasmissione continua con la musica di Schubert, per la celebrazione dei 215 anni dalla nascita del compositore austriaco.

(Prevedo, in conclusione, un’altra obiezione: la radio Rai. Ecco, nel panorama radiofonico nazionale, mi sembra che l’unico tentativo di servizio pubblico venga fatto via radio, anche se non sempre con successo. Ma lì ci si muove con una logica, e dei costi, totalmente differenti da quelli televisivi. Oso di più, e dico che la radio — a differenza della televisione — nel corso degli anni si è sputtanata di meno. Anche per questo il mezzo radiofonico non ha incontrato il calo di popolarità che tutte le Cassandre avevano previsto, ma ha anzi dimostrato di saper reggere ottimamente la sfida dei nuovi mezzi di comunicazione.)

The good copy.

Avete voglia, poi, a dire che la carta stampata è morta e il futuro è in rete, su Twitter, negli iPad. Certo, e chi lo nega? Il problema sono quelli che negano l’esistenza di ottimi esempi di carta stampata.

Predente Monocle e il suo fondatore Tyler Brulé. Tutti a dire che lì sopra si leggono solo fighetterie, e poco importa se la maggioranza dei critici non ne ha mai sfogliato nemmeno un numero. Però, dopo, gli stessi critici corrono a incensare (a volte giustamente, altre volte meno) qualunque impresa editoriale che prende come modello (a volte spudoratamente, altre volte in modo più sottile) proprio il magazine di Brulé. Da oggi, aggiungiamo alla lista (che dalle nostre parti comprende Studio e Italic) anche il francese The Good Life (dello stesso gruppo di Ideat)

Magari gli andava pure bene.

Aldo Grasso è il miglior critico televisivo italiano. Un’affermazione vera, che scritta così può però suonare: a) come un luogo comune e b) come la legittimazione di una persona verso la quale — capirete leggendo — verrà mossa una critica; e quindi, legittimando il critico, si corre il rischio che poi sembri che ci si voglia innalzare qualche grado al di sopra di, tanto convinti della nostra buona argomentazione nel muovere le critiche.

No, Aldo Grasso è il miglior critico televisivo italiano, punto. Fosse anche soltanto per la concorrenza non pervenuta. E non solo critico televisivo: massmediologo, si potrebbe dire. Qualche volta, però, la fa fuori dal vaso. Certo, se tutti avessimo una rubrica sul Corriere della Sera, tutti ogni tanto la faremmo fuori dal vaso. Mica per piacere. Solo che ti viene: sei sul più importante quotidiano italiano, e quindi le ginocchia un po’ ti tremano e la mira subisce il tremolio, ed è davvero un attimo che – paff! – parte lo schizzo.

Lo schizzo di Aldo Grasso è uscito sul Corriere venerdì 10 febbraio, ma io me ne sono accorto solo ieri mattina, quando Giorgio Dell’Arti ne ha fatto — come di consueto da qualche tempo — l’apertura di taglio altissimo sul Foglio del lunedì. Nell’articolo Grasso sfotteva un po’ il mondo della Rete, reo di essersela presa con Crozza, il quale avrebbe letto alcune battute su Twitter facendole poi sue da qualche parte in televisione — di più non saprei, sono su Twitter ma Crozza non lo seguo, a tutto c’è un limite e in questo caso i limiti sono due: di tempo e di abitudini televisive.

Grasso, per farla breve, scriveva: ma come si permette il cosiddetto “Popolo del Web” (d’ora in avanti PdW, espressione bruttissima e che fa di tutta l’erba un fascio, perché anche io abito il Web ma non mi sento parte del suddetto “popolo”) di criticare Crozza, visto che da un parte ruba di tutto (musica, film, articoli di giornale) e dall’altra si riempie la bocca di complessi argomenti sul futuro del copyright (il copyleft?) e su come i diritti vantati sulle opere limitino la libera circolazione delle idee e via dicendo?

Ha ragione, Grasso. Il PdW, o almeno quello che lui considera tale, schizza fuori dal vaso continuamente, mica solo ogni tanto. Ed è permaloso; oh, se è permaloso. Qui però si vuole cercare di fare una piccola distinzione tra quello che “ruba” il PdW e quello che ha “rubato” Crozza. E sul come, pure, perché a mio avviso è qui che sta la differenza più importante di tutte.

Gli utenti della rete, si dice, distribuiscono (caricano, scaricano) materiale protetto da copyright. Se pensiamo però alle modalità con cui questo scambio avviene, esse sono estremamente differenti rispetto alla pirateria “tradizionale” (quella che esisteva prima della diffusione di Internet, per capirci). Nessuno degli utenti della rete trae vantaggio economico nel diffondere o nell’appropriarsi di materiale protetto dai diritti d’autore. Per continuare nelle differenze con la pirateria “1.0”, non esiste dietro la Rete alcun racket che fa utili dallo sfruttamento delle opere di ingegno e dei diritti altrui (oltre che delle persone che, nella vecchia modalità, facevano parte della filiera della pirateria). Esistono dei siti che, previo pagamento, permettono la memorizzazione di grandi file, ma questo di per sé non è né pirateria né argomento (davvero troppo complesso) che qui voglio affrontare. In Rete avviene quella che si definisce opera di “sharity”, ovvero di “share” (condivisione) più “charity” (ente caritatevole, letterale, ma capite da voi dove stia lo scopo della carità nel distribuire film o musica). Non per niente i blog, soprattutto quelli dove abbondano i link per scaricare intere discografie musicali, vengono definiti “sharity blogs”. C’è un danno economico per gli artisti, non c’è un vantaggio economico per chi compie il “furto”. Questa la rete.

Parliamo di Crozza. Si è connesso in Internet, ha aperto Twitter, si è segnato un po’ di battute e le ha riproposte in televisione, o così dice il PdW. Essendo le battute pensate e scritte per un social network e, presumibilmente, non avendo fruttato alcun guadagno agli autori delle medesime, non c’è stato un danno economico. Però, attenzione (anche lei, Grasso), c’è stato un guadagno: Crozza ha preso il lavoro di altri, fatto da altri anche soltanto per girare nei tubi dell’Internet per qualche ora e poi sparire per sempre, e l’ha riproposto in televisione. Guadagnandoci, pur avendo probabilmente alle spalle un team di autori che avrebbe dovuto supportarlo nella creazione di battute efficaci che mantenessero la sua reputazione di comico all’altezza della fama che col tempo si è costruita. Il PdW non voleva mica un compenso per le battute; una citazione, ecco, sarebbe stata più che sufficiente. Non ha detto, il Pdw, “pagatemi le battute”, o fatto causa all’azienda televisiva che le ha trasmesse. No, ha solo detto: sappiate che mi hanno rubato le battute. Magari gli andava pure bene.

Non vuole essere una difesa del PdW, né un’apologia di pirateria, né un attacco a Crozza. Solo un mettere i puntini sulle i di una polemica che ormai è già tanto vecchia, soprattutto per i tempi della rete, ma di cui io mi sono accorto solo ieri, e perciò mi scuso per il ritardo. Ma l’ho subito messo in chiaro che io non faccio parte del PdW.