Marzo 13, 2012

Se non fosse il matrimonio la battaglia dei progressisti?

Francesco Costa, sul suo blog, lancia la proposta: sostenere il matrimonio gay è (anche) una posizione conservatrice. Non si capisce se ci creda veramente, o se invece essa sia più una suggestione dovuta ad alcune recenti dichiarazioni del Premier inglese (conservatore) David Cameron o, piuttosto, se perché l’argomento è stato tirato in ballo anche dal Presidente del partito cui, da sempre, Costa non nasconde di far riferimento; siccome non è stato tirato in ballo nel senso che piace a Costa (e che dovrebbe piacere punto, tra quelle fila) può essere che la provocazione sia piuttosto un parlare a nuora perché suocera intenda.

L’argomentazione alla base è davvero ben svolta: i conservatori, da sempre, hanno come loro battaglia centrale sui temi sociali “la difesa della famiglia fondata sul matrimonio e del matrimonio come pilastro fondante della società, come impegno pubblico, solenne e socialmente ineludibile per un’unione che si rispetti”. Se ne dedurrebbe quindi che più famiglie, più perni centrali intorno ai quali far ruotare l’azione politica, dunque più contenti i conservatori — perciò cosa aspettano ad appoggiare questa battaglia?

Tuttavia nell’argomentazione è nascosto un vecchio trucco: “al netto del razzismo”. E’ un vecchio trucco perché definisce già (come “razzista”) chi si presenta con un argomento differente da quello appena sviluppato. A poco serve, infatti, concludere il post dicendo che “occorre fornire argomenti” a sostegno della tesi contraria, quando in tutto il pezzo traspare chiaramente che, per l’autore, non può esistere tesi contraria. O sei d’accordo con me, o “discrimini un determinato gruppo di persone per via di una loro caratteristica innata”, quindi sei “omofobo”, quindi sei “razzista”. Tertium non datur. Probabilmente Costa sarebbe contento se dicessi che è un modo di ragionare tipicamente progressista, ma non lo dico perché mi sembrerebbe di fare una guerra tra bande. Dico però che una terza soluzione è invece possibile.

Il modo di sparigliare le carte adoperato da Costa somiglia un po’ a quello che ha usato Mary Ann Sieghart in un suo editoriale sull’Independent: l’amore è universale, è sopravvissuto al nazismo, al fascismo (e anche il capitalismo non è messo bene), tutti amiamo l’amore, dovresti essere contento di vivere in un paese in cui i politici “si stanno intromettendo nelle nostre relazioni amorose”, e se sei contro il matrimonio gay vuol dire che non ti piace l’amore. Conoscete voi qualcuno disposto a dichiararsi contro l’amore? Io no. (Apro una parentesi: un conservatore — ma anche un progressista, credo almeno quelli tendenza Costa — non dovrebbe essere molto contento di vivere in un paese in cui i politici “dare to intrude into our love-lives”).

Tirare per la giacchetta la famiglia in un gioco di causa-effetto con il matrimonio, è un po’ stucchevole e un po’ sbagliato, a mio avviso. Perché il matrimonio è un istituto che, da sempre, si fonda sull’unione di un uomo con una donna; non perché un giorno qualcuno si è svegliato e ha deciso che doveva essere così e che tutti gli altri andavano discriminati, piuttosto perché è da quel tipo di unione (e, stante le cose, solo da quel tipo di unione) che è possibile procreare. Affermare il contrario non è razzismo, ma semplicemente far notare che un’unione omosessuale non si chiama più matrimonio. Anche se possiede tutte le tutele, i diritti e le dignità di quest’ultimo — ciò che mi auguro.

Credo che Costa ancora non mi creda e mi pensi razzista. Aggiungo allora che sono totalmente d’accordo con qualunque forma di regolamentazione che tuteli le coppie (eterosessuali, omosessuali) e che dia loro pari diritti rispetto a quelle formatesi con il matrimonio. Mi piacerebbe, certo, che questo tipo di regolamentazione fosse privata e che lo stato c’entrasse in minima parte nella sua formulazione — o non c’entrasse proprio: una specie di “sono riconosciuto dallo stato” senza che lo stato si sia adoperato attivamente per riconoscermi, sebbene mi permetta di essere riconosciuto. Solo che questo si scontra con un unico, enorme ostacolo: non il razzismo, la lingua. Infatti questo tipo di unione non si potrebbe in alcun modo chiamare matrimonio, ma qui è forse solo una questione di diversi significanti. Ecco, per convincere Costa della mia buonafede (sperando di averlo nel frattempo convinto del fatto che non sono né razzista, né omofobo né alcunché) mi metto nei suoi panni e ribalto la questione: non è il matrimonio gay ad essere una battaglia dei conservatori, piuttosto è il matrimonio a non esserla dei progressisti.

(Rileggendo mi rendo conto di pensarla più o meno come l’On. Bindi, e potrei in effetti rivedere per questo motivo tutte le mie posizioni e dire che sì, dove non è riuscito Costa a convincermi con le sue ottime argomentazioni è riuscita la Bindi con le sue dichiarazioni).

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