Necessario (ma anche no).

Giravo sabato pomeriggio per una Milano ancora piena di manifesti che pubblicizzano The Abramovic Method, la performance artistica di Marina Abramovic (PAC, fino al 10 giugno) di cui tutti parlano. Mi interessa andare a vederla? Mah. Più che vederla, l’interessante sarebbe parteciparci; ma non saprei né se sia aperta ai comuni mortali (immagino di sì), né quanto duri il tutto, né il costo. No, credo che non mi interessi partecipare, e neppure fare lo spettatore passivo — altrimenti mi sarei attivato.

Se ne è letto e parlato molto, di questa performance. Più che altro — ma questa è l’impressione mia, di persona disinteressata — tra gli addetti ai lavori, e soprattutto per le persone che vi hanno partecipato (il mondo bene artistico/letterario/televisivo milanese, con l’assessore alla Cultura Stefano Boeri che durante la performance è svenuto, pare per un calo di zuccheri). Del resto, la performance in sé non mi sembra davvero gran cosa: da quanto ho capito (ma potrei sbagliarmi, sono disinteressato, etc etc) si passano un paio di ore in isolamento acustico, assumendo di volta in volta diverse posizioni, ed entrando in una sorta di catarsi nella quale gli unici suoni che si odono dovrebbero essere quelli del nostro corpo. Nel mentre, gli spettatori osservano le reazioni dei performer. L’idea, di per sé, non mi pare né geniale né originale. Hai voglia a spiegare che il pubblico è parte essenziale dell’opera d’arte e che, nella performance, è addirittura inseparabile dal performer. Abramovic nel passato aveva abituato ad altro, qui la struttura mi sembra deboluccia. Fa strano che in molti abbiano abboccato.

The Abramovic Method mi viene utile per un altro spunto, preso da uno dei migliori siti internet italiani per quanto riguarda il mondo interconnesso tra design, arte, architettura: Klat Magazine. Dove, nella parte che ospita le opinioni di numerosi critici e addetti ai lavori che diventano per l’occasione blogger, le cose vengono divise in modo tanto brutale quanto efficace tra “necessarie” e “non necessarie”. Se Marina Abramovic è donna di record, c’è da segnalarne un altro: nelle settimane calde del lancio del suo Abramovic Method è finita in entrambe le categorie, e per gli stessi motivi. Scrive Caroline Corbetta, inserendo tra le cose “necessarie” la partecipazione dell’artista alla trasmissione Quelli Che Il Calcio (condotta da Victoria Cabello, che poi è stata pure una delle prime persone a partecipare alla performance, ed è stata fidanzata con Cattelan e, insomma, da cosa nasce cosa, ma non vorrei dare l’impressione di essere uno di quelli che “difendono un piccolo mondo antico dell’arte che forse non è mai esistito” — vedi sotto):

Questo piccolo fatto rivoluzionario è merito (o colpa, per quelli che ancora difendono un piccolo mondo antico dell’arte che forse non è mai esistito) di Victoria Cabello, che l’ha intervistata per una ventina di minuti a Quelli che il calcio. Lo ha fatto con domande volutamente semplici per rendere accessibile l’arte a un pubblico di non addetti (o meglio, per non rendergliela più complicata di quello che è). Marina era lì per quello […] E col suo carisma, un impasto di solennità e accessibilità, si è lanciata senza rete. […] We want more!

Insomma, bene, anzi benissimo la partecipazione televisiva. Addirittura “fatto rivoluzionario”. E come non essere d’accordo: si prende un’artista di fama internazionale e la si infila in un contesto nazional-popolare quale quello calcistico, che tiene incollati alla televisione milioni di persone molte delle quali, probabilmente, non avrebbero mai avuto la possibilità nemmeno di sentire nominare il nome Marina Abramovic. Corbetta ha ragione: vogliamo di più. E complimenti alla conduttrice e agli autori (e a Marina Abramovic) per l’intelligenza con cui le domande sono state poste, e le risposte date.

E però, quando si parla delle cose non più necessarie, in un altro post sempre Corbetta descrive la calata milanese di Abramovic come quella di una rockstar, che per l’intera settimana di apertura della performance ha monopolizzato la scena milanese:

A Milano di cose ne succedono, e non poche, anche senza di lei. Invece, durante quei giorni, sembrava che la città fosse una landa culturalmente desolata pronta per essere colonizzata dalla art-star internazionale di turno: da spremere fino in fondo per riempire le nostre altrimenti tediosissime giornate in questa periferia del mondo…

E qui non capisco. Delle due l’una: o è rivoluzionario e importantissimo che Milano abbia concesso il giusto tributo a Marina Abramovic, fosse anche non parlando d’altro per un’intera settimana (del resto, ci sono anche un sacco di altri eventi che monopolizzano il mondo artistico culturale milanese per un’intera settimana, vedi il Salone del mobile), così come rivoluzionaria è stata la sua partecipazione ad una trasmissione televisiva non artistica. Oppure c’è un’idiosincrasia, per cui bene la catechizzazione della massa televisiva, un po’ meno bene una settimana intera di Abramovic nel mondo culturale milanese.

E’ una questione di lana caprina, me ne rendo conto.

Misero a chi?

Il migliore è Michele Serra, bisogna dargliene atto. Su La Repubblica (di non so quando, in verità: leggo altra roba, e mi perdoni Serra se metto il link a Dagospia) si scaglia contro Maurizio Belpietro e Alessandro Sallusti, direttori rispettivamente di Libero e Il Giornale, rei di non aver nemmeno fiatato davanti ai nomi di chi, a Milano, circola liberamente sulle corsie preferenziali dietro benestare del Comune. Ma come? – il ragionamento di Serra – proprio loro che non perdono occasione per prendersela con la casta, a questo giro stanno in silenzio?

Ovviamente Serra sa il fatto suo. E cioè che Belpietro e Sallusti figurano proprio tra coloro ai quali il comune concorda il suddetto permesso, dietro pagamento da rinnovarsi di anno in anno (non proprio un privilegio, a dirla tutta). E vabbé.

Se non fosse che a furia di farsi le pulci tra di loro, questi moralisti un tanto al chilo (anti-casta non saprei, ma moralista sì, o qualcuno mettere in dubbio l’appartenenza di Michele Serra alla categoria?) ogni tanto pestano un merdone. E quindi: tu denunci i privilegi ma ne godi, perciò io appena posso denuncio i tuoi, e gné gné gné. Fino a quando si scopre che per Serra, quello di usufruire delle corsie preferenziali, è sì un privilegio, ma «misero»:

Fortunatamente è accaduto che i due giornalisti più noti usufruttuari nel misero privilegio siano loro due, e dunque niente di cui sopra è stato scritto

Qualcuno deve avergli fatto notare che ne gode anche il giornale che più di tutti ha dato risalto alla notizia, che casualmente è lo stesso per cui scrive Serra: La Repubblica.