I nuovi (finti) parametri della discografia

C’era una pagina pubblicitaria stamattina sul Corriere della Sera (e non ho motivi per pensare che non stesse anche sugli altri 4-5 maggiori quotidiani nazionali) molto interessante per capire i parametri con i quali la discografia, attualmente, basa il successo o meno di un’artista.

Una volta questi parametri erano il numero di dischi venduti, che portava a traguardi quali il disco d’oro o di platino, oltre ai passaggi radiofonici e televisivi che costituivano la principale forma di promozione per un artista, nonché un metro di misura della sua visibilità e quindi del suo successo. Erano i tempi in cui le etichette discografiche investivano, più o meno coraggiosamente, su giovani proposte, cercando di trasformarle in fenomeni musicali redditizi. Si dice che una volta c’era più qualità; il che, forse, è vero ma solo fino a un certo punto. Semmai si osava di più, e i ricavi delle operazioni più redditizie erano meglio investiti alla ricerca di nuovi talenti, ricerca condotta da parte di persone (i talent scout, ricordate?) con una certa predisposizione artistica i cui risultati erano affidati a direttori artistici che non facevano prevalere l’aspetto manageriale sul resto. Tanto che le maggiori etichette di allora (che nel frattempo sono state inglobate nei quattro grandi gruppi attualmente sul mercato) spesso avevano una sotto-etichetta o un particolare catalogo destinato alla produzione più “artistica”. Una specie di anticamera per gli artisti più promettenti, ma con meno appeal commerciale. Artisti che avevano un loro pubblico, distante sì da quello delle grandi manifestazioni canore, delle radio e delle tv, ma che comunque costituiva una buona fetta di mercato. Una volta.

Ora il numero di dischi da vendere per conquistare il disco di platino è diminuito, i passaggi radiofonici sono minati dall’economia musicale del web — che ha ampliato i canali di diffusione — e quelli televisivi sono cambiati radicalmente: se prima c’era il videoclip, adesso ci sono programmi televisivi che non servono più alla promozione di un artista ma alla sua formazione. I talent scout sono stati quindi sostituiti dal televoto. L’industria musicale non basa più le sue scelte su intuizioni artistico-discografiche-commerciali (sì, anche commerciali: nessuno fa beneficenza), ma semmai si fa dettare l’agenda dal pubblico. I discografici preferiscono mettere sul piatto una certa cifra, rappresentata magari da un contratto discografico della durata variabile, e aspettare che sia il pubblico (il consumatore finale) ad indicare su cosa investire. Cioè a dire — mediante meccanismi come il televoto — su quale artista è più probabile che indirizzerà i suoi acquisti. Soltanto che l’acquisto ormai costituisce una parte minima del ricavo discografico di un’etichetta, e della visibilità di un’artista. Abbiamo così il caso di grande major che ringrazia, tramite una pagina pubblicitaria su un quotidiano nazionale, una sua cantante per il numero di followers su Twitter, di fan su Facebook, per le visualizzazioni su Youtube. Cioè ringrazia chi ha comprato l’album, chi ha twittato, chi ha fatto like e chi ha guardato il video in rete, decretando il successo della cantante in questione. Il problema è che le certificazioni sono ancora basate sul vecchio modello (nessuno dà un premio per i fan su Facebook), e il numero di follower su Twitter è un dato troppo fragile e poco indicativo per costituire un parametro certo. Può essere, infatti, che le vecchie certificazioni non diano lo stesso responso. Per cui ci si gioca un po’ su. Ma attribuire al ranking sui social media una valutazione artistica e/o di successo è una mossa quanto meno azzardata.

Alla terza occupazione, per favore, tutti a casa.

Quando ho riaperto questo blog, dopo una pausa durata parecchi anni, ho scritto che la frequenza d’intervento non sarebbe stata la stessa dei bei tempi. Il sottinteso — che valeva allora e vale ancora oggi — era che anche la frequenza dei post su un medesimo argomento sarebbe calata, probabilmente azzerata.

Faccio un’eccezione, e mi spiace farla in una giornata in cui — se proprio non si potesse fare a meno — ci sarebbero altri e più tristi fatti dei quali parlare. Invece mi tocca ritornare sull’argomento Macao. Eravamo rimasti che dopo l’occupazione nonsicapiscebeneachepro, il Sindaco di Milano Giuliano Pisapia aveva offerto agli occupanti gli spazi dell’ex Ansaldo, in Zona Tortona, a patto che questi lasciassero libera Torre Galfa. Avevo ipotizzato si trattasse di un dazio elettorale da pagare, del tipo: non sono riuscito ancora a darvi ciò che vi avevo promesso, voi ve lo siete preso con metodi illegali, mi state creando casini ma, siccome riconosco che molti di voi mi hanno eletto, vi regalo in fretta e furia un’altro spazio, anche se non ho ben capito il vostro scopo. (La formula, probabilmente, era più politicamente corretta, una specie di «so bene che molti di voi credono in me» e nessun cenno al non aver capito uno scopo sebbene nessuno, non solo Pisapia, l’abbia ancora capito). E questi, gli occupanti intendo, cosa fanno? Rispondono picche.

La faccenda mi ha ricordato, seppur trattandosi di diverse circostanze, di una diversa epoca e persino — occorre dirlo — di diversa pasta di cui sono fatti i contestatori, le proteste cui si assisteva ai concerti sul finire degli anni ’70; cose del tipo “non vogliamo che sia lo stato borghese ad offrirci i nostri gruppi preferiti” (non molto distante da quanto si sentì a Bologna, in Piazza Maggiore, quando i Clash nel 1980 furono pesantemente contestati — qui un bellissimo video tratto da Mamma dammi la benza, documentario di Angelo Rastelli). Perciò stamattina quelli di Macao hanno deciso bene di occupare un altro stabile, Palazzo Citterio in zona Brera. C’è da dire che, almeno, hanno alzato il tiro in direzione del buon gusto: non si capisce il progetto, ma le idee chiare su dove sia un distretto artistico a Milano ci sono (anche se forse i contorni dell’operazione potrebbero distaccarsi da quelli dell’arte istituzionale, che ha in Brera la sua massima espressione).

La cosa, va da sé, assume ora contorni ridicoli, se è vero come è vero che anche Dario Fo, in prima fila nei giorni scorsi a Macao a rimembrare la Palazzina Liberty, di fronte ai tentennamenti degli occupanti a trasferirsi nelle zone gentilmente messe a disposizione dal Comune di Milano, ha rivolto loro parole gentili e carine come «dovete crescere, dimostrate presunzione». Ma tant’è. Forse conviene cercare di occuparci, ancora una volta, degli intenti artistici dell’operazione, intenti che continuano a latitare. Per quanto mi riguarda, l’interpretazione più lucida l’ha fornita Philippe Daverio. L’ex assessore, intervistato nell’inserto milanese del Corriere della Sera (18.05.2012, p.2-3), ha prima messo in chiaro quello che tutti pensano. E cioè: chi sono questi artisti? Perché se l’operazione gli appare «simpatica» e da «guardare con partecipazione», è pur vero che «gli artisti di Macao non sono mica i Rosa Croce, non esageriamo». Prima stoccata. Ecco la seconda: c’è il rischio che un’operazione condotta in questo modo a Milano finisca per somigliare a quello che c’è a Berlino. Daverio non la nomina, ma il riferimento è molto probabilmente alla Kunsthaus Tacheles, definita dal critico come una «kindergarten» (e che proprio negli ultimi giorni vede il suo futuro quanto mai incerto):

A Berlino vivono migliaia di giovani che si riproducono — è pieno di carrozzine, fateci caso — e non fanno nient’altro che bere birre e farsi canne. Ditemi quante idee, quante correnti sono uscite da lì ultimamente? Ve lo dico io, nessuna. E infatti manca qualsiasi tipo di progettualità. Per carità, si sta bene, ma un’idea artistica non c’è.

Il discorso valido, dunque, è sempre lo stesso: presentare progetti, e poi perseguirli cercando possibilmente di utilizzare i canali legali. Occupare uno stabile (due stabili, ad oggi) per mettere in piedi non meglio precisati tavoli di lavoro (che dovrebbero essere fatti ante, non post), rifiutare le pur generose offerte provenienti dal Comune in base a non si capisce bene quale tipo di principio, non avere uno straccio di idea ma proclamarsi artisti o — ancor più bello — «lavoratori dell’arte», beh, è tutto molto poco artistico e coraggioso.

Update — l’assessore alla Cultura del Comune di Milano, Stefano Boeri, ha da poco pubblicato un’interessante nota sul suo profilo Facebook, indirizzata agli occupanti di Palazzo Citterio (al momento di scrivere questo aggiornamento la nota «piace» a 8408 persone; quanti Macao fanno?). Si legge, tra l’altro, dell’accordo tra Mibac, Sovrintendenza e Comune di Milano per lo stanziamento di 23 milioni di euro affinché parta, finalmente, il progetto «Grande Brera»:

In particolare, il progetto prevede uno stanziamento di circa 12 milioni di euro, immediatamente disponibili, che permettera’ entro la prossima primavera di avviare i lavori affinché Palazzo Citterio possa ospitare una parte importante delle opere della vicina Pinacoteca. Offendo cosi’ la possibilita’ al grande pubblico dei cittadini, degli studenti, dei turisti e dei visitatori internazionali di godere della contemplazione di opere di valore inestimabile oggi chiuse nei depositi della Pinacoteca per mancanza di spazio espositivo.

Il motivo della nota è molto semplice. Al di là degli aspetti legali, delle mancanze di contenuti, di tutto quello di cui ho scritto in due post, ora Stefano Boeri mette in conto un rischio:

L’occupazione di oggi compromette questo percorso condiviso e da tanto tempo auspicato da tutta Milano e dalle energie culturali dell’intero Paese.

Magari a Macao, però, hanno intenzione di pagarlo, questo conto.

Riflessioni su occupazioni e tavoli di lavoro.

Quello che è successo in questi giorni a Milano, con la storia dell’occupazione di Torre Galfa e l’insediamento di Macao, si presta a innumerevoli riflessioni. Parto dal concetto, sacrosanto per chi scrive ma evidentemente non per molti là fuori, che da un’azione illegale (quale un’occupazione, indubbiamente, è) non viene (quasi) mai fuori qualcosa di intelligente. Non nella fattispecie, in ogni caso. E il casino di queste ore lo sta confermando.

La prima riflessione che voglio fare è questa: dicono che l’occupazione dello stabile sia servita a chi l’ha compiuta per prendere uno spazio più volte reclamato nel quale fare arte e creare tavoli di lavoro (apro una parentesi: questa cosa dei tavoli di lavoro, un giorno sarà bene chiarirla una volta per tutte, ché non si può usare la formula per indicare sempre un qualcosa di estremamente fumoso). Sul fare arte tornerò in seguito. Sul tavolo di lavoro dico di fare attenzione, perché con questo metro di giudizio si fa passare l’idea che ogni qualvolta si debba istituire un tavolo di lavoro, è corretto occupare lo stabile nel quale tenerlo. Idea sostenuta da tutti i volti noti che si sono affrettati a fare una bella photo opportunity in mezzo ai “lavoratori dell’arte”, e che ora — applicando lo stesso ragionamento — dovrebbero però spalancare le porte delle loro abitazioni per tenere questi benedetti tavoli, vista la foga con cui si sono spesi in loro difesa. Che poi, si fanno le occupazioni senza nemmeno averli fatti prima i tavoli di lavoro per riempire di progetti il frutto dell’occupazione? Qui manca proprio l’abc del piccolo occupante.

La seconda riflessione è più ampia, e coinvolge il mondo dell’arte (o presunto mondo). Può essere benissimo che lo scrivente non abbia alcun titolo per discutere dell’argomento. Ma. A me sembra che ci sono artisti che non sanno di esserlo, che devono essere indirizzati, guidati, se serve anche spronati per far sgorgare la loro arte. Facciamo finta che io non sia così liberale e liberista e diciamo: per queste persone le istituzioni possono far qualcosa, almeno fino a quando non riescono a camminare da sole. Al contrario, ci sono persone che non sono artisti ma credono ugualmente di esserlo, e pensano che chiunque (persino il proprietario di un palazzo, benché sfitto) debba concedere loro uno spazio (gratuito) per esprimersi, anche quando non hanno nulla da dire. In caso contrario lo occupano, scagliandosi contro la società ignorante che non dà il giusto peso alle iniziative artistiche e alla bellezza che in tempi di crisi è l’unica cosa che ci salverà. Certo, la bellezza ci salverà. Ma la bellezza dev’essere valutata, dev’essere stimata, deve avere un suo valore intrinseco. Detto altrimenti: non tutta la bellezza ci salverà, ma solo quella realmente bella. Chi sono gli artisti di Macao? Quale è il loro valore? Perché il mondo dell’arte non è riuscito a trovare un posto per loro? Non sono domande retoriche. Può essere che il posto non se lo meritino; o che se lo meritino, ma ciò non giustifica di certo l’occupazione di uno stabile.

Terza riflessione. Per quale motivo l’amministrazione milanese si dovrebbe prendere carico di un gruppo di persone che occupa uno stabile, e garantire loro spazi e, immaginiamo, sovvenzioni? Perché sono i più bravi o perché sono i più organizzati, i meglio imparentati, quelli che hanno votato la medesima amministrazione, quelli che riescono ad attirare il maggior numero di giornalisti, di telecamere, di cantanti, di attori, di premi Nobel? Perché delle due l’una: se sono i più bravi, perché non hanno già uno spazio? Al contrario, perché l’amministrazione dovrebbe regalarglielo sotto forma di dazio elettorale da pagare? In rete — soprattutto, visto che Macao ha avuto come massima cassa di risonanza proprio la rete — se ne leggono di tutti i colori: dalla difesa più tenace all’accusa più meschina nei confronti di questi ragazzi. Voglio stare nel mezzo, e citare un (a mio modo di vedere) equilibratissimo articolo apparso sul sito della rivista Studio, di sicuro una pubblicazione che non può essere accusata di faziosità alcuna, tanto meno di pregiudizio politico-sociale nei confronti del mondo dal quale gli attivisti di Macao provengono. In questo articolo, Cesare Alemanni racconta di essersi recato a Torre Galfa speranzoso di trovare una ventata di freschezza, ma non è andato tutto come si immaginava:

Sono andato così, inerme e senza scudi, e ci hanno lanciato dietro le parole “dispositivo biopolitico”. C’era un’ “assemblea cittadina” e ci hanno lanciato addosso espressioni come “la repressione poliziesca”. Mi aspettavo di sentire “comitato scientifico” e invece mi sono giunte alle orecchie cose come “assemblea senza un fronte”. Mi aspettavo di sentire parlare di progetti, idee e curatori, ma ho ascoltato solo distinguo tra un non meglio precisato “noi” e  un ben definito “loro”, i cattivi senza volto là fuori. Più che l’alveo di un neonato fiume di cultura contemporanea, una risacca del peggio che si può ricavare mandando di traverso l’opera di Michel Foucault. Non lo nego, ci sono rimasto male. Specie perché sono quindici anni che assisto in varie forme e contesti a questo genere di sproloqui senza un punto e speravo sinceramente che, per una volta, Macao fosse qualcosa di diverso da un’Okkupazione con il placet “semi-ufficiale” del Comune.

Sul placet “semi ufficiale” del Comune ci arriviamo subito. Sul resto, beh, credo che sia l’impressione che si è fatta la stragrande maggioranza delle persone interessate alla questione. Al di là della protesta è stata l’arte a mancare, e questa non può essere un work in progress di un’occupazione con finalità — appunto — artistiche. Prima creo il progetto, poi semmai penso al da farsi.

Quarta riflessione. Il Comune di Milano non ne è uscito molto bene. Anzi, per nulla. L’errore adesso lo pagherà Pisapia, anche se è un errore che avrebbe dovuto mettere in conto da tempo. Non da quando ha detto che non è il Comune a dover intervenire sulla cosa ma altre istituzioni dello Stato. Bensì quando non ha fugato il dubbio circa il fatto che una volta sindaco avrebbe concesso tutti gli spazi che gli venivano richiesti, anche senza un progetto a monte; o, peggio ancora, quando ha lasciato intendere (o è stato frainteso senza aver troppo smentito) che una amministrazione arancione, bella, simpatica, onesta e tutti quegli aggettivi con i quali ha stravinto una campagna elettorale, avrebbe in qualche modo chiuso un occhio su azioni — per così dire — un po’ spavalde. Cosa che nessun amministratore, compreso Pisapia, può permettersi di fare.

Lo dico sinceramente: anche a me sta a cuore la creazione di uno spazio artistico il più possibile libero e vivace. Lo dico anche senza scomodare il vecchio cliché di una Milano culturalmente arretrata e indietro anni luce rispetto alle sue sorelle europee. Mi piacerebbe andare in un posto così, visitarlo, studiarne il fermento. Ma credo che tutti questi begli obbiettivi non siano in alcun modo perseguibili con un’occupazione. Nemmeno di questi tempi, dove sembra che a non occupy qualcosa parti già col piede sbagliato. E no, è proprio partire col piede giusto. Staremo a vedere come andrà a finire. Mi auguro che qualunque tipo di germoglio artistico ci fosse nell’iniziativa possa trovare lo spazio che si merita. Ma non si può di certo giustificare un’occupazione del genere. Anzi, non si dovrebbe giustificare mai un’occupazione, nemmeno con la motivazione estrema (un po’ figlia del “minore dei mali”) sentita da più parti, e cioè che Ligresti un po’ se lo è meritato per aver lasciato una bruttura del genere mezza pericolante in centro città — ma stiamo scherzando?

Edito: mentre scrivevo questo post è uscita la notizia che l’Amministrazione ha offerto gli spazi ex Ansaldo in via Tortona. La sostanza del post non cambia, almeno fino alla sua conclusione. Spiace, si è scelto di pagare il dazio elettorale. I ragazzi di Macao hanno ottenuto quello che volevano, e politicamente e fisicamente. In zona Tortona, per giunta. Che nessuno si lamenti che come zona artistica è ormai parecchio inflazionata e troppo da fighetti. Forse, non si lamenteranno proprio per questo.

Questione di educazione, non di contratti.

Difficilmente mi metterei a scrivere righe sull’Internet e sui rischi derivanti da un suo uso — diciamo così — un po’ spericolato. Non che la cosa non mi interessi, ma il dibattito è già particolarmente presente che bastano le voci di chi in modo autorevole lo porta avanti giorno dopo giorno per avere un quadro completo. Però oggi una cosa la voglio lo stesso dire. Una segnalazione, più che altro. In Inghilterra si discute (già da tempo, per la verità), di limitare l’accesso ai siti pornografici in fase di contratto. In pratica, al momento della sottoscrizione dell’abbonamento col provider, spuntando o meno alcune caselle, si comunica quali tipologie di siti vogliamo che siano irrangiungibili dai nostri computer. Il che, detto molto francamente, non mi sembra la migliore delle soluzioni possibili: fosse solo per via del fatto che qualunque limitazione di libertà, soprattutto per via contrattuale, mi irrita; anche se sono io a decidere prima di firmare, certo.
Non lo dico solo io, lo scrive anche Charles Arthur sul Guardian. Con parole chiaramente migliori delle mie (sì, l’articolo cita parlamentari inglesi per via di quanto spiegato sopra, e sono parlamentari Conservatori, e ovviamente il Guardian lo sottolinea ma vabbé, il concetto espresso cambia poco):

there is a problem with internet pornography. The problem, however, isn’t that it’s too easy to access. The whole idea of the internet is to make things easy to access (…) So what is the problem with internet pornography? It’s that too many parents (and by proxy MPs) think the solution is to regulate the internet, when the answer is to regulate the children – or better still the parents.

Fate parlare le sedie, non i gadget

Hugo Macdonald, responsabile della sezione design di Monocle, scrive della sbronza di materiale accumulato durante l’ultimo Salone del Mobile di Milano. Materiale che, nelle intenzioni degli autori, avrebbe dovuto spiegare il senso delle loro opere ma che, per la stra-grande maggioranza dei casi, non aggiungeva niente al già detto. In più — secondo Macdonald — il vero problema è che il “già detto” è un “mai detto”. Insomma:

Does a table really need a book and a short film to explain why it’s good design? The notion of good design is that it should speak for itself.