Maggio 8, 2012

Questione di educazione, non di contratti.

Difficilmente mi metterei a scrivere righe sull’Internet e sui rischi derivanti da un suo uso — diciamo così — un po’ spericolato. Non che la cosa non mi interessi, ma il dibattito è già particolarmente presente che bastano le voci di chi in modo autorevole lo porta avanti giorno dopo giorno per avere un quadro completo. Però oggi una cosa la voglio lo stesso dire. Una segnalazione, più che altro. In Inghilterra si discute (già da tempo, per la verità), di limitare l’accesso ai siti pornografici in fase di contratto. In pratica, al momento della sottoscrizione dell’abbonamento col provider, spuntando o meno alcune caselle, si comunica quali tipologie di siti vogliamo che siano irrangiungibili dai nostri computer. Il che, detto molto francamente, non mi sembra la migliore delle soluzioni possibili: fosse solo per via del fatto che qualunque limitazione di libertà, soprattutto per via contrattuale, mi irrita; anche se sono io a decidere prima di firmare, certo.
Non lo dico solo io, lo scrive anche Charles Arthur sul Guardian. Con parole chiaramente migliori delle mie (sì, l’articolo cita parlamentari inglesi per via di quanto spiegato sopra, e sono parlamentari Conservatori, e ovviamente il Guardian lo sottolinea ma vabbé, il concetto espresso cambia poco):

there is a problem with internet pornography. The problem, however, isn’t that it’s too easy to access. The whole idea of the internet is to make things easy to access (…) So what is the problem with internet pornography? It’s that too many parents (and by proxy MPs) think the solution is to regulate the internet, when the answer is to regulate the children – or better still the parents.

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