Alla terza occupazione, per favore, tutti a casa.

Quando ho riaperto questo blog, dopo una pausa durata parecchi anni, ho scritto che la frequenza d’intervento non sarebbe stata la stessa dei bei tempi. Il sottinteso — che valeva allora e vale ancora oggi — era che anche la frequenza dei post su un medesimo argomento sarebbe calata, probabilmente azzerata.

Faccio un’eccezione, e mi spiace farla in una giornata in cui — se proprio non si potesse fare a meno — ci sarebbero altri e più tristi fatti dei quali parlare. Invece mi tocca ritornare sull’argomento Macao. Eravamo rimasti che dopo l’occupazione nonsicapiscebeneachepro, il Sindaco di Milano Giuliano Pisapia aveva offerto agli occupanti gli spazi dell’ex Ansaldo, in Zona Tortona, a patto che questi lasciassero libera Torre Galfa. Avevo ipotizzato si trattasse di un dazio elettorale da pagare, del tipo: non sono riuscito ancora a darvi ciò che vi avevo promesso, voi ve lo siete preso con metodi illegali, mi state creando casini ma, siccome riconosco che molti di voi mi hanno eletto, vi regalo in fretta e furia un’altro spazio, anche se non ho ben capito il vostro scopo. (La formula, probabilmente, era più politicamente corretta, una specie di «so bene che molti di voi credono in me» e nessun cenno al non aver capito uno scopo sebbene nessuno, non solo Pisapia, l’abbia ancora capito). E questi, gli occupanti intendo, cosa fanno? Rispondono picche.

La faccenda mi ha ricordato, seppur trattandosi di diverse circostanze, di una diversa epoca e persino — occorre dirlo — di diversa pasta di cui sono fatti i contestatori, le proteste cui si assisteva ai concerti sul finire degli anni ’70; cose del tipo “non vogliamo che sia lo stato borghese ad offrirci i nostri gruppi preferiti” (non molto distante da quanto si sentì a Bologna, in Piazza Maggiore, quando i Clash nel 1980 furono pesantemente contestati — qui un bellissimo video tratto da Mamma dammi la benza, documentario di Angelo Rastelli). Perciò stamattina quelli di Macao hanno deciso bene di occupare un altro stabile, Palazzo Citterio in zona Brera. C’è da dire che, almeno, hanno alzato il tiro in direzione del buon gusto: non si capisce il progetto, ma le idee chiare su dove sia un distretto artistico a Milano ci sono (anche se forse i contorni dell’operazione potrebbero distaccarsi da quelli dell’arte istituzionale, che ha in Brera la sua massima espressione).

La cosa, va da sé, assume ora contorni ridicoli, se è vero come è vero che anche Dario Fo, in prima fila nei giorni scorsi a Macao a rimembrare la Palazzina Liberty, di fronte ai tentennamenti degli occupanti a trasferirsi nelle zone gentilmente messe a disposizione dal Comune di Milano, ha rivolto loro parole gentili e carine come «dovete crescere, dimostrate presunzione». Ma tant’è. Forse conviene cercare di occuparci, ancora una volta, degli intenti artistici dell’operazione, intenti che continuano a latitare. Per quanto mi riguarda, l’interpretazione più lucida l’ha fornita Philippe Daverio. L’ex assessore, intervistato nell’inserto milanese del Corriere della Sera (18.05.2012, p.2-3), ha prima messo in chiaro quello che tutti pensano. E cioè: chi sono questi artisti? Perché se l’operazione gli appare «simpatica» e da «guardare con partecipazione», è pur vero che «gli artisti di Macao non sono mica i Rosa Croce, non esageriamo». Prima stoccata. Ecco la seconda: c’è il rischio che un’operazione condotta in questo modo a Milano finisca per somigliare a quello che c’è a Berlino. Daverio non la nomina, ma il riferimento è molto probabilmente alla Kunsthaus Tacheles, definita dal critico come una «kindergarten» (e che proprio negli ultimi giorni vede il suo futuro quanto mai incerto):

A Berlino vivono migliaia di giovani che si riproducono — è pieno di carrozzine, fateci caso — e non fanno nient’altro che bere birre e farsi canne. Ditemi quante idee, quante correnti sono uscite da lì ultimamente? Ve lo dico io, nessuna. E infatti manca qualsiasi tipo di progettualità. Per carità, si sta bene, ma un’idea artistica non c’è.

Il discorso valido, dunque, è sempre lo stesso: presentare progetti, e poi perseguirli cercando possibilmente di utilizzare i canali legali. Occupare uno stabile (due stabili, ad oggi) per mettere in piedi non meglio precisati tavoli di lavoro (che dovrebbero essere fatti ante, non post), rifiutare le pur generose offerte provenienti dal Comune in base a non si capisce bene quale tipo di principio, non avere uno straccio di idea ma proclamarsi artisti o — ancor più bello — «lavoratori dell’arte», beh, è tutto molto poco artistico e coraggioso.

Update — l’assessore alla Cultura del Comune di Milano, Stefano Boeri, ha da poco pubblicato un’interessante nota sul suo profilo Facebook, indirizzata agli occupanti di Palazzo Citterio (al momento di scrivere questo aggiornamento la nota «piace» a 8408 persone; quanti Macao fanno?). Si legge, tra l’altro, dell’accordo tra Mibac, Sovrintendenza e Comune di Milano per lo stanziamento di 23 milioni di euro affinché parta, finalmente, il progetto «Grande Brera»:

In particolare, il progetto prevede uno stanziamento di circa 12 milioni di euro, immediatamente disponibili, che permettera’ entro la prossima primavera di avviare i lavori affinché Palazzo Citterio possa ospitare una parte importante delle opere della vicina Pinacoteca. Offendo cosi’ la possibilita’ al grande pubblico dei cittadini, degli studenti, dei turisti e dei visitatori internazionali di godere della contemplazione di opere di valore inestimabile oggi chiuse nei depositi della Pinacoteca per mancanza di spazio espositivo.

Il motivo della nota è molto semplice. Al di là degli aspetti legali, delle mancanze di contenuti, di tutto quello di cui ho scritto in due post, ora Stefano Boeri mette in conto un rischio:

L’occupazione di oggi compromette questo percorso condiviso e da tanto tempo auspicato da tutta Milano e dalle energie culturali dell’intero Paese.

Magari a Macao, però, hanno intenzione di pagarlo, questo conto.

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