Maggio 22, 2012

I nuovi (finti) parametri della discografia

C’era una pagina pubblicitaria stamattina sul Corriere della Sera (e non ho motivi per pensare che non stesse anche sugli altri 4-5 maggiori quotidiani nazionali) molto interessante per capire i parametri con i quali la discografia, attualmente, basa il successo o meno di un’artista.

Una volta questi parametri erano il numero di dischi venduti, che portava a traguardi quali il disco d’oro o di platino, oltre ai passaggi radiofonici e televisivi che costituivano la principale forma di promozione per un artista, nonché un metro di misura della sua visibilità e quindi del suo successo. Erano i tempi in cui le etichette discografiche investivano, più o meno coraggiosamente, su giovani proposte, cercando di trasformarle in fenomeni musicali redditizi. Si dice che una volta c’era più qualità; il che, forse, è vero ma solo fino a un certo punto. Semmai si osava di più, e i ricavi delle operazioni più redditizie erano meglio investiti alla ricerca di nuovi talenti, ricerca condotta da parte di persone (i talent scout, ricordate?) con una certa predisposizione artistica i cui risultati erano affidati a direttori artistici che non facevano prevalere l’aspetto manageriale sul resto. Tanto che le maggiori etichette di allora (che nel frattempo sono state inglobate nei quattro grandi gruppi attualmente sul mercato) spesso avevano una sotto-etichetta o un particolare catalogo destinato alla produzione più “artistica”. Una specie di anticamera per gli artisti più promettenti, ma con meno appeal commerciale. Artisti che avevano un loro pubblico, distante sì da quello delle grandi manifestazioni canore, delle radio e delle tv, ma che comunque costituiva una buona fetta di mercato. Una volta.

Ora il numero di dischi da vendere per conquistare il disco di platino è diminuito, i passaggi radiofonici sono minati dall’economia musicale del web — che ha ampliato i canali di diffusione — e quelli televisivi sono cambiati radicalmente: se prima c’era il videoclip, adesso ci sono programmi televisivi che non servono più alla promozione di un artista ma alla sua formazione. I talent scout sono stati quindi sostituiti dal televoto. L’industria musicale non basa più le sue scelte su intuizioni artistico-discografiche-commerciali (sì, anche commerciali: nessuno fa beneficenza), ma semmai si fa dettare l’agenda dal pubblico. I discografici preferiscono mettere sul piatto una certa cifra, rappresentata magari da un contratto discografico della durata variabile, e aspettare che sia il pubblico (il consumatore finale) ad indicare su cosa investire. Cioè a dire — mediante meccanismi come il televoto — su quale artista è più probabile che indirizzerà i suoi acquisti. Soltanto che l’acquisto ormai costituisce una parte minima del ricavo discografico di un’etichetta, e della visibilità di un’artista. Abbiamo così il caso di grande major che ringrazia, tramite una pagina pubblicitaria su un quotidiano nazionale, una sua cantante per il numero di followers su Twitter, di fan su Facebook, per le visualizzazioni su Youtube. Cioè ringrazia chi ha comprato l’album, chi ha twittato, chi ha fatto like e chi ha guardato il video in rete, decretando il successo della cantante in questione. Il problema è che le certificazioni sono ancora basate sul vecchio modello (nessuno dà un premio per i fan su Facebook), e il numero di follower su Twitter è un dato troppo fragile e poco indicativo per costituire un parametro certo. Può essere, infatti, che le vecchie certificazioni non diano lo stesso responso. Per cui ci si gioca un po’ su. Ma attribuire al ranking sui social media una valutazione artistica e/o di successo è una mossa quanto meno azzardata.

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