C’è ancora il televideo

Mattia Feltri racconta su La Stampa l’attesa per l’arrivo degli “alieni” (così sono soprannominati i tecnici nominati dai tecnici) nei corridoi Rai di Saxa Rubra. E si sofferma efficacemente sulla descrizione di alcuni rami secchi:

Ecco, i rami secchi. Ci sarebbe da stare qui due giorni perché ognuno ha il suo ramo da raccontare (e sono racconti volutamente divertiti e paradossali). Uno, c’è ancora il Televideo, con un direttore, quattro vicedirettori e più capiredattori che utenti. Due, il Tg1 ha centosessanta giornalisti di cui quaranta che sgobbano, sessanta che si girano i pollici e sessanta che non si sa che faccia abbiano. Tre, il Tg2 e il Tg3 hanno circa centoventi giornalisti per testata e anche lì lavora seriamente forse un terzo. Quattro, la Rai ha un clamoroso patrimonio immobiliare di 2,5 miliardi di euro, con sedi spettacolari in ogni centro città, a partire da quella di corso Sempione a Milano fino a Palazzo Labia a Venezia. «Tutta roba da vendere e andarsene in periferia. Solo la sede di corso Sempione credo valga cinque o seicento milioni di euro», dicono al Tg2. In compenso nelle stanze ci sono videoregistratori grandi come monolocali, televisori a tubo catodico epoca Non è la Rai , «e quando a Roma c’è stata la gran nevicata, ho fatto un servizio per il tg col mio iPad personale», dice il suo compare .

Poi dice l’agenda digitale.

Con tutto il rispetto che si deve al personaggio, alla sua opera e alla sua storia, mi chiedo che senso ha pubblicare un pezzo come quello scritto oggi da Guido Ceronetti sul Corriere della Sera. L’argomento? L’aver ceduto alla tentazione di comprarsi un cellulare. Le argomentazioni? Suppergiù queste:

Quando, manovrando o più spesso inaspettatamente, leggo «Spegni» mi sento come Jean Valjean che trova finalmente l’uscita dopo la sua famosa traversata di Parigi nell’ umbra mortis delle fogne.
Nulla, dell’universo tecnologico, è assente dal cellulare. Mancarne, è crisi di astinenza. Provatevi a toglierne l’uso per una settimana a una donna giovane e apparentemente libera: una detenuta rimasta senza droga ne soffrirebbe meno.

E queste:

Di modello in modello, il cellulare degenera per la sua insaziabilità di offerta, che è insaziabilità di attrarre, di mangiare i servizi offerti in un ciclo ininterrotto di un nutrimento senza scorie di ascolti-parlati, visti-atti registrati e controllati, via via meno utili. Un nano che si sazia, sentenza Baltasar Gracián, ha fame da gigante. Il cellulare è una pulce che ha uno stomaco da elefante. Lo smartphone è un baratro senza fondo in cui l’Utente (l’essere, l’anima umana), una volta catturato, precipita senza fine.

Col solito contorno, oltre che di citazioni forbitissime come nello stile di Ceronetti, di suonerie che hanno “invaso il paesaggio sonoro delle città e delle case”: una riflessione che vorrebbe ricordate la distinzione Schafferiana tra paesaggio hi-fi e paesaggio lo-fi, solo aggiornata ai tempi del telefonino e senza uno sbocco concreto.

Ripeto: con tutto il rispetto al personaggio, alla sua opera e alla sua storia: che senso ha? Escludendo l’aspetto del pettegolezzo — o ci frega davvero che Ceronetti non abbia mai avuto un telefonino? O crediamo che nessuno dei suoi collaboratori ne abbia mai avuto uno? — rimane solo un ultimo, disperato, tentativo di difesa conservatrice di una parte dell’umanità, contro quell’altra ormai del tutto rincoglionita dal cellulare. Un discorso che, ammesso pure fosse il primo nel suo genere (ma non è così, come chiunque sa), arriva fuori tempo massimo e fa molto anni ’90, dato che già nell’occhiello dell’articolo si precisa che il modello acquistato dallo scrittore torinese non è nemmeno uno smartphone.

Poi dice l’agenda digitale, e i curriculum senza senso all’Agcom.

Libertà. Declinazioni della.

A me questa cosa che lo Stato debba sempre avere l’ultima parola su quelle che sono le mie abitudini, sui miei usi e — soprattutto — sui miei consumi, fa venire l’orticaria. Che poi, io l’ultima parola gliela concederei anche volentieri; cioè, mi prenderei anche la mia bella fetta di torto statale, se ci si fermasse solo a quello. E invece no, perché l’ultima parola dello Stato corrisponde sempre a una decisione nella quale a smenarci, di solito, sono io. Prima mi hanno proibito di fumare nei locali pubblici, e mi sono anche incazzato come si deve. Erano tempi in cui stavo su un altro blog, avevo dieci anni in meno di adesso, e nelle edicole c’era un piccolo giornale d’opinione diretto da un uomo le cui opinioni non sono mai state piccole. Questo direttore, uno dei massimi storici italiani, aveva indetto col suo giornale una protesta a Stazione Termini a Roma proprio contro il divieto allora introdotto dalla Legge Sirchia di fumare nei luoghi pubblici. Appoggiai pienamente quella manifestazione perché mi sembrava non solo la cosa più di buon senso che ci fosse da fare, ma anche perché avevano dato la loro adesione alcuni tra i personaggi italiani più interessanti che c’erano in giro al tempo (niente nomi; un deceduto, nel frattempo, che mi manca moltissimo). Come far mancare l’appoggio ad una tale manifestazione? Ecco. Che poi, a distanza di 10 anni, eviti di entrare nelle zone dei fumatori dei locali pubblici è un particolare che nessuno mi può rinfacciare come la prova del funzionamento di quel divieto: a me, l’odore di fumo addosso ai vestiti, sui capelli, nelle mutande, ha sempre dato fastidio. Ancora oggi, evito di fumare nei luoghi chiusi. D’estate e d’inverno. Esco, se proprio devo.

Ma sto divagando, come purtroppo spesso mi capita di fare. Perché rivango quei tempi? Perché domenica sul New York Times è uscito un paginone a firma del Center for Consumer Freedom che criticava la scelta del sindaco di New York Michael Bloomberg di proibire la vendita di bevande gassate e zuccherate in contenitori superiori alle 16 once. Direte: ti scaldi tanto perché i bicchieroni di Coca Cola nei cinema non potranno essere maggiori dell’equivalente del nostro mezzo litro, e per di più a New York? Sì, mi scaldo proprio per quello — che cosa c’entra New York, poi?: pensate che qualche grande pensatore di casa nostra non troverà questa iniziativa lodevole di essere importata?

La questione, ovviamente, non è la Coca Cola da mezzo litro o da meno. Non mi interessa, ne bevo quanta ne voglio bere e solitamente è meno di quel valore. La questione è la proibizione in nome della lotta all’obesità. Anzi, tralasciando proprio la lotta all’obesità, le cui cifre sono contrastanti e utilizzate in modo quasi sempre strumentale dall’una o dall’altra fazione, è proprio il modo di agire che mi fa venire i nervi: siccome altri strumenti di prevenzione non ne abbiamo, eccone uno che non risolve nulla ma fa tanta (taaanta!) demagogia. Applausi e fischi — con la divisione in buoni (chi applaude) e cattivi (chi fischia) inclusa.

Certo, in questa mia difesa della libertà di consumo potrei essere accusato di non prendere in considerazione fattori quali la spesa sanitaria che lo stato (le assicurazioni, nel caso degli Usa) devono spendere per la cura delle malattie causate da uno stile di vita condotto non esattamente a base di tisane al tiglio. Certo, così come voi non considerate la libertà di consumo, la libertà di vendita e la libertà di produzione: tutte cose che uno stato deve regolamentare il minimo possibile, a mio modo di vedere (e nel caso delle bevande, per di più non alcoliche, non dovrebbe regolamentare per niente).

Difenderò il diritto dei bottiglioni di soda da 2 litri. Voi, nel frattempo, continuate pure a ritenere geniale l’idea di aver tolto la libertà di fumare nei parchi (tutte trovate in fase di importazione dagli Stati Uniti: o non è forse Pisapia ad aver accennato al desiderio di far diventare lo stadio di San Siro, a Milano, una zona totalmente senza fumo?).

Autoreferenzialità.

Twitter è (anche ma non solo, fortunatamente) quel posto dove Christian Rocca, direttore di IL ed ex corrispondente negli Stati Uniti del Foglio, fa ironicamente notare che il suo ex giornale ha definito “rigoroso” Marco Travaglio in un articolo che descriveva il nuovo Panorama.

Poi uno dice che i giornalisti sono autoreferenziali.