Ipse dixit.

Qualcosa non quadrava nel rapporto tra il consolato Usa di Milano e il pool Mani pulite. Con me tutto questo cessò. Nell’intento di combattere la corruzione i magistrati di Milano violavano sistematicamente i diritti di difesa degli imputati in modo inaccettabile per una democrazia. La classe politica si stava sgretolando ponendo rischi per la stabilità di un nostro alleato strategico nel bel mezzo del Mediterraneo

Reginald Bartholomew, ex Ambasciatore americano in Italia (1993-1997), in un’intervista concessa prima di morire a Maurizio Molinari de La Stampa (29.8.2012, p.1).

Perché c’era lui.

Peccato che Travaglio non abbia voluto essere ospite a In Onda (la7) solo «perché ci sono io», come mi disse personalmente a giugno. Il 4 luglio, a In Onda, c’è venuto persino Ingroia, peraltro con Maurizio Belpietro. Direttamente Ingroia. Già che c’eravamo, abbiamo preso l’originale.

Filippo Facci su Marco Travaglio, la “famosa” trattativa (e la trattativa per gli ospiti a In Onda)

Come ti cucino Napolitano.

Premessa. C’è stato un periodo in cui compravo quasi ogni settimana Panorama. Quel periodo è finito da un 2-3 anni, non saprei dire esattamente da quanto, ma sono sicuro che è finito. La conferma, infatti, l’ho avuta settimana scorsa. Mi trovavo con nulla da leggere in un piccolo aeroporto italiano dall’edicola poco fornita, e così ho agguantato una copia di Panorama post-restyling di qualche mese fa — “scommettiamo che ti piace?” recitava la campagna di lancio — per avere delle pagine da sfogliare durante il volo. Se avessi scommesso di no, avrei vinto tutto il bottino tanto l’ho trovato insipido e inutile. Fine della premessa.

Questa mattina il settimanale di punta della Mondadori è uscito con uno “scoop” (virgolette d’obbligo): ecco cosa diceva Napolitano nelle telefonate che sono state intercettate. Contenuto dello scoop: il nulla, se non l’insinuazione che Napolitano ha detto questo, o quest’altro, o quell’altro ancora su politici, ministri, ex magistrati, magistrati, ex presidenti del Consiglio e chi più ne ha più ne metta. La notizia, uscita come anticipazione nella giornata di ieri, è stata tra l’altro ripresa anche dal resto della stampa quotidiana: chi più (Libero e Il Giornale in testa) e chi meno, ma ovunque oggi si poteva leggere del contenuto di Panorama in edicola. Peccato solo che la notizia non esista. Non è pubblicata nessuna intercettazione, nessun contenuto di telefonate che dovevano essere secretate, niente di niente. Solo una serie di insinuazioni, allusioni e altre fantasticherie che hanno come unico scopo quello di aumentare il clima torbido (sì: bene ha fatto il Quirinale a parlare di “clima torbido”) nel quale si vuole immergere il Presidente Napolitano. Questo, però, lo scopo non dichiarato. Perché quello dichiarato è, se possibile, anche peggio.

Una mezzoretta fa apro Twitter e leggo un tweet di Giorgio Mulè, direttore di Panorama:

Ecco l’editoriale di #Panorama sulla vicenda delle intercettazioni Napolitano-Mancino

Mai, durante la giornata, mi era passato per l’anticamera del cervello di andare a leggere il contenuto di Panorama: mi bastavano le anticipazioni di cui ho detto sopra, dalle quali si evinceva perfettamente cosa (non) mi sarei perso. Però l’editoriale ero curioso di leggerlo. Clicco. E trasecolo. Vi si legge, infatti:

Panorama ha deciso di infrangere la grande muraglia dell’ipocrisia che circonda le telefonate tra Giorgio Napolitano e Nicola Mancino per un motivo semplice: è in atto il malcelato tentativo di delegittimare la figura del presidente della Repubblica e soprattutto l’istituzione che rappresenta attraverso uno snervante e pericolosissimo gioco venuto ormai chiaramente allo scoperto.

Equivale, quanto citato qui sopra, al contrario di quanto Panorama ha, a mio avviso, fatto. Per difendere la figura del Presidente della Repubblica dalla delegittimazione, infatti, l’ultima delle cose da fare è andare ad alimentare la caccia all’intercettazione; e se c’è gioco che finalmente è venuto allo scoperto, non può che essere quello di imbastire l’articolo di punta di un settimanale con un nulla di fatto. Con chiacchiere e stop. Al pari, si rassegnino gli amici di Panorama al paragone che sto per fare, del nulla col quale Il Fatto ha imbastito in questi mesi inchieste e campagne delegittimatorie contro Napolitano, prima con la trita e ritrita storiella della trattativa tra stato e mafia e poi con la voglia di sbattere in prima pagina le intercettazioni del Presidente della Repubblica. Il quale, da galantuomo qual è, si è rivolto alla Consulta per tutelare un diritto che non è suo in quanto Giorgio Napolitano, bensì in quanto cittadino italiano (art. 15 della Costituzione) prima ancora che come capo dello stato.

Davvero non riesco a capire la scelta di Panorama. Confermare le intercettazioni pubblicandole, oltre che illegale non è sicuramente l’idea che ho di buon giornalismo, ma sarebbe stata almeno una scelta a suo modo coraggiosa. Ma confermare le intercettazioni pubblicando presunte indiscrezioni che dicono che sì, nelle intercettazioni sta scritto proprio tutto ciò di cui si blatera da mesi sui giornaloni del giustizialismo e nelle loro redazioni, e per di più farlo per voler difendere Napolitano dalla campagna in atto contro di lui — ecco, questo contribuisce solo ad amplificare il caos. E la delegittimazione. Come il pompiere che denuncia l’incendio buttando benzina sul fuoco.

Hanno tagliato tutt cos.

Appunto al leghista Alessandro Morelli, consigliere comunale a Milano, che lamenta la scarsa dimestichezza degli organizzatori del MiTo col dialetto milanese (nel cartellone pubblicitario è infatti scritto “tutt cos” al posto di “tusscoss”: gli organizzatori dicono che l’han fatto apposta). Vantarsi di avere ottenuto dei tagli al finanziamento della manifestazione, e poi rammaricarsi se la conseguenza dei tagli sono gli strafalcioni dialettali («se i minori introiti non permettono neppure di avere un consulente di milanese adeguato ci ripensiamo») a mio avviso è persino peggio del far polemica sullo strafalcione in sé.

Io non so se Morelli se n’è accorto, ma a me quest’anno sembra che il MiTo abbia uno dei programmi più poveri della sua storia. Non è detto che ciò sia necessariamente dovuto ai tagli di cui si compiace Morelli («va bene che la Lega ha ottenuto i tagli al MiTo nel bilancio»), ma non è dato per certo nemmeno il contrario. Non vorrei però che la sacrosanta battaglia contro gli sprechi si scontrasse sullo scoglio dello scarso interesse verso determinate manifestazioni nelle singole persone chiamate ad approvare o affondare i bilanci. Ciascuno di noi ha, del resto, dei propri (e legittimi) interessi — siamo umani, normale che certe cose ci stiano più a cuore di altre. Non dico che questi debbano essere immolati sull’altare della pubblica amministrazione, sia mai. Solamente auspico che ciò che si approvi (nella fattispecie una delle più importanti manifestazioni musicali-culturali della stagione) sia messo sotto la lente dell’oggettività, non sfilacciato dall’uncinetto della soggettività.

Magari si può anche andare in giro a dire, dopo, che anziché aver ottenuto dei tagli (avete notato come la Lega, nelle dichiarazioni, ottenga sempre dei tagli?) si è ottenuto un bel programma.

Piccioni contemporanei

(photo: Klat magazine)

Se si vuole creare un’opera d’arte che faccia parlare di sé, bisogna evitare le reazioni scontate. Che è un po’ quello cui sono invece andati incontro Julian Charrere e Julius Von Bismarck, il duo di artisti che nell’ambito della Biennale di Architettura di Venezia ha colorato i piccioni di piazza San Marco per un progetto intitolato “Some Pigeons are more equal than others”. L’intento, immaginiamo, era quello di mostrare un parallelismo tra la diseguaglianza sociale nel mondo dei piccioni — che non esiste, se non dopo il loro processo di colorazione — e quello della nostra società. Tema abusato, ma tant’è. Si diceva, in precedenza, delle reazioni scontate. I due artisti avrebbero potuto infatti mettere tranquillamente in conto di incappare nelle ire degli animalisti, i quali sono partiti alla carica — anche sui siti specializzati — con argomentazioni del tipo:

Ma si può considerare arte quando in ballo ci sono animali di qualsiasi razza? Le opere d’arte sono giustificate in quanto tali anche quando coinvolgono altri essere viventi non consenzienti? (Artsblog)

A nulla sono servite le rassicurazioni circa i pigmenti utilizzati nella colorazione, pigmenti naturali che non recano danno alcuno alle creature. La reazione del mondo animalista era infatti prevedibile, e ha finito per neutralizzare qualunque altro intento insito e presunto nell’atto della creazione dell’opera e dell’obiettivo di stupire. Sia chiaro: non è che lo scrivente si schieri dalla parte della tortura animale, né in alcun modo né tanto meno per fini artistici. Spostando il punto d’osservazione, direi piuttosto che lo scrivente si schiera tra coloro i quali vogliono essere stupiti dall’arte, vogliono che questa ponga interrogativi. Vogliono, inoltre, che l’esercizio artistico valga qualcosa, sposti qualche confine, e non che rimanga piuttosto confinato in sé stesso.
Un paio di boxini in prima pagina e di citazioni sui quotidiani internazionali sono state le uniche reazioni. Un po’ scarse, per la verità — e per un’opera d’arte.
E proprio a proposito della reazione della stampa, in particolar modo quella italiana, ci pensa Caroline Corbetta a sintetizzare bene quale sia l’andazzo nelle redazioni:

Intanto, noi si rimane in attesa che sui quotidiani nazionali si apra un vero dibattito sull’arte contemporanea.

Ci uniamo al grido.

E’ in discussione la bellezza di queste anime.

Uno strepitoso Malvino sulla negazione della libertà a Mike David Chapman:

Sono passati 32 anni dal giorno in cui uccise John Lennon e si pretende sia lo stesso uomo di allora, a dispetto delle perizie psichiatriche che lo dicono cambiato da quello che era, a dispetto di un percorso detentivo che lo ha radicalmente cambiato.
Avesse ucciso un Mister Nobody, non ci sarebbe alcun problema, le anime belle che credono nel fine rieducativo della pena non esiterebbero a spendersi in suo favore. Ma ha ucciso John Lennon: chi vuole conservarne intatta la memoria – e si tratta di anime belle – ha bisogno che Mark David Chapman faccia la sua parte di assassino in eterno. Ecco, credo sia in discussione la bellezza di queste anime. In occasione dell’ennesimo no opposto alla richiesta di libertà vigilata per chi ha ormai scontato 32 anni di pena, non ne ho sentita una sola esprimersi a favore.

 

Frenare la tentazione.

Non sono antipolitico. Non sono di quelli che s’indignano per la Casta, per la scorta alla Casta, per lo stipendio della Casta. Anche quando mi viene la tentazione, mi mordo la lingua. Penso, rifletto. E tutte le volte capisco che incazzarsi, prendersela scivolando nel qualunquismo, fare l’antisistema non solo non serve a nulla (il che è l’ovvietà maggiore), ma nella maggior parte dei casi non mette a fuoco nemmeno il problema. Spesso, infatti, incazzarsi per presunti torti altrui ci porta a tenere fuori dalla vista i piccoli torti nostri di tutti i giorni. Un po’ la vecchia questione della pagliuzza e della trave.

L’ultima volta che ho avuto la tentazione di incazzarmi — e forse la tentazione non m’è ancora passata del tutto — è stata questa mattina. Quando ho letto che il governo starebbe pensando ad una tassa da applicare alle bibite gassate. La motivazione ufficiale non sarebbe quella di fare cassa sul consumo di coca cola — sia mai — bensì educare ad una sana e corretta alimentazione, evidentemente compromessa da una gassosa ogni tanto (o ogni tantissimo, ma saranno pure cazzi nostri?!). L’intento nobile dell’azione da stato di polizia etico-salutista è quello di andare a finanziare il piano per le non autosufficienze. Come a dire: cari consumatori di zuccheri, oltre alla colpa sociale di essere grassi ve ne aggiungiamo una etica e se vi schierate contro la tassa è come se vi schieraste contro interventi sul piano sociale. E qui, credetemi, è davvero difficilissimo trattenersi; perché non è possibile anche solo pensare di finanziare interventi di indubbia importanza con tasse di dubbia etica.

Avevo già scritto, in passato, cosa penso di questo tipo di limitazioni alla libertà personale. Si comincia con la bibita gassata, poi si mazzola ancor di più il fumatore (leggete cosa hanno pensato nella modernissima Australia) e il passo successivo, finale, sarà quello di mandare a casa di ciascun contribuente (allo studio il modo per coinvolgere anche gli evasori) una versione del Kamasutra, con le posizioni consentite e che non gravano sul sistema sanitario nazionale.

Arrotondare eticamente gli angoli (e perdere i processi).

E così pare che, almeno in questo primo grado di giudizio, Samsung abbia copiato almeno tre brevetti di Apple. L’ha stabilito la giuria popolare riunita per tre giorni in camera di consiglio in California, a San Jose.

Questo al momento dice la giustizia  — si attende il ricorso che Samsung ha annunciato: potrebbe anche ribaltare il verdetto. In rete, invece, adesso riprenderà la guerra tra le due bande contrapposte: utenti Apple contro utenti Samsung. I primi visti come dei pecoroni pronti a bersi qualunque nuova novità sforni l’azienda di Cupertino dai secondi, a loro volta accusati dai fan della mela di essere una versione 3.0 del vecchio smanettone informatico, cui piace sempre infilare il naso in ogni tipo di architettura hardware e software e crede di essere libero nelle grinfie di mamma Google, oltre che copione — io, io non faccio testo: non ho né iPhone, né iPad né Android, dal quale per inciso mi tengo a debita distanza perché a me le cose interessano quando funzionano, non quando riesco a capire come sono costruite. E poi mi piacciono disegnate bene, possibilmente disegnate bene e per prime, non quando ti appiccicano addosso lo status di rancoroso esponente del software libero. Tra l’altro, a me il telefono deve stare in tasca o, in alternativa, non occupare troppo spazio in borsa; avete invece presente certe ciabatte con installato sopra il robottino verde? Sembrano dei piccoli tavolini senza gambe. E poi, e poi — in fundo senza essere dulcis — ho un BlackBerry: secondo il luogo comune (mai smentito) per lavorare è il massimo.

A caldo, però, le due bande di cui sopra tengano presente una cosa: per quale motivo, mi chiedo, un’azienda debba copiare i prodotti di un’altra e sperare di farla franca, per giunta vendendosi come “alternativa” portatrice di un’etica sana, a dispetto dei cattivi che, però, vincono i processi? Voglio dire: persino una giuria popolare, campione rappresentativo dell’utenza media, è riuscita a capire che il problema non è che entrambi i dispositivi siano rettangolari, come moltissimi altri dispositivi (in effetti, farli tondi non avrebbe molto senso). No, il problema è che uno lo era prima dell’altro, con gli angoli arrotondati prima che li arrotondasse anche l’altro, e con lo schermo di una dimensione che poi l’altro ha fatto sua. Ed era rettangolare, arrotondato e con lo schermo grande così prima di tutti, quando in rete gli esponenti ora equamente divisi tra le due fazioni dicevano: “non funzionerà mai”.

in Italia ci sono opere che attendono di essere rovinate per godere di meritata fama

Sta facendo molto scalpore, in questi giorni, la notizia del restauro di “Ecce Homo”, un affresco di Elias Garcia Martinez che in Spagna ha subito un trattamento disastroso ad opera di una restauratrice amatoriale. La figura del Cristo, nell’impressionante sequenza fotografica che sta facendo il giro della Rete, è stata trasformata in quello che sembra la rappresentazione grafica di un infantile stereotipo sull’uomo scimmia.
La cosa ha suscitato, come normale, grande curiosità e scalpore. E il mondo dell’arte ora s’interroga — per l’ennesima volta — su come devono essere affrontati i lavori di restauro e da chi. Tralasciamo per un momento la questione, perché mi sembra che qui non si tratti di discutere della validità, o dell’invasività di un restauro ma, semmai, dell’opportunità di dare in mano le opere a persone che il restauro non sta nemmeno di casa. E’ interessante, come spesso succede, nel coro delle voci uniformi nel condannare l’operazione, leggere la chiave di lettura che dà alla questione Jonathan Jones, mai troppo celebrato critico d’arte del Guardian. Il quale, senza troppi giri di parole, dice che grazie a questo scempio artistico, un quadro di seconda categoria in questi giorni sta facendo il giro del mondo come se fosse un capolavoro:

There is only one problem with this story. It doesn’t really matter. Martinez is not a great artist and his painting Ecce Homo is not a “masterpiece”. It is a minor painting in the dregs of an academic tradition. When it was painted, a boy called Pablo in another Spanish town was learning to paint in this same exhausted 19th-century style. Soon he would shake off the influence of his father the provincial artist Don Jose Ruiz y Picasso and start to reinvent art.
Google Martinez and you will find many, many references that have appeared in the last 24 hours to the botched restoration – and not much else. A previously obscure artist has become famous overnight because of the amateur restorer’s exploit. A forgotten painting is now known around the world as a “masterpiece”, because it was wrecked.

In conclusione, suggerisce Jones, perché non mandare la signora restauratrice in Italia, dove ci sono affreschi di primo livello che non conoscono la fama di cui sta godendo in questi giorni “Ecce Homo”?

She could be sent to Italy to see what she can do with the frescoes in the Palazzo Schifanoia in Ferrara. Revered by art historians, these paintings of the months of the year have never quite made it into popular culture. There are 12 paintings, one for every month, so one could be sacrificed for the good of the whole. A hideously repainted face on one of the lesser months might make their creator the 15th-century genius Francesco del Cossa as famous as the 19th century mediocrity Elias Garcia Martinez has now become.

La non rivoluzione del non disco di Beck.

Tin Pan Alley

Nella lunga estate caldissima dominata dall’assenza di qualsivoglia spunto di avvenimento vagamente musicale — al massimo, ecco, c’è la questione delle Pussy Riot incarcerate e di Madonna che in Russia si è presa della buona donna perché spesasi in loro difesa — giunge Beck a far alzare le sempre mal sintonizzate antenne dei critici musicali. La notizia è che il suo prossimo album, intitolato Song Reader, non sarà pubblicato in nessuno dei formati da ascolto comunemente conosciuti. Niente mp3, né cd, tantomeno vinile. Il disco uscirà solo come una raccolta di spartiti musicali, senza che i brani siano mai stati registrati. L’idea è quella di farli eseguire ai fan o a selezionati musicisti per poi, chissà, pubblicarne degli estratti in rete. Le case discografiche non si disperino: nessuna major del disco pubblicherà l’album, che sarà invece edito dalla casa editrice britannica Faber and Faber.

L’operazione è stata salutata da molti come innovativa. Presumibilmente dagli stessi che la pensano come un noto critico musicale italiano, il quale in un suo deboluccio pamphlet di qualche anno fa sottotitolato «ode in morte della musica» scrisse che la musica era già morta un po’ di volte, tra cui quella dei famosi 4 minuti e 33 secondi di John Cage, dimostrando così di capire poco la musica e per nulla il compositore americano. Siamo abbastanza sicuri di questo pensiero perché Cage era il termine di paragone che stamattina si leggeva negli articoli che davano la notizia di Song Reader, e se fossimo i tizi della ISBN manderemmo in omaggio (ulteriore, visto che la copia promozionale dev’essere stata poco considerata non avendo avuto traccia di recensioni) nelle redazioni culturali dei giornali italiani la loro recente traduzione de Il Silenzio Non Esiste, bellissimo saggio del musicologo Kyle Gann che racconta e contestualizza proprio la storia della celebre composizione di Cage (ripassare non fa mai male: il silenzio non esiste, capito?, quindi l’opera cageana non era «il silenzio intitolato da Cage 4’33’’», come si legge a pag. 6 della prima edizione del pamphlet di cui sopra. No silenzio, no morte della musica).

La trovata di Beck è furbissima proprio per far cadere nel trappolone mediatico i critici, visto che si presenta come una succulenta protesta nei confronti degli mp3 che si trovano mesi prima delle uscite ufficiali e della pirateria che svuota di ogni senso l’attività artistica e quella dell’industria discografica. Insomma, il piagnisteo può tranquillamente continuare, mentre con una mano si tengono nascoste le responsabilità dell’industria stessa e con l’altra si annaspa alla ricerca di una soluzione che riesca a sfruttare a pieno le tecnologie di oggi, come se il problema fossero queste e non la mancanza di visione commerciale da parte di un mondo che è rimasto fermo a quando le tecnologie erano di ieri.

Beck in una riedizione di Tin Pan Alley è, sinceramente, poco credibile. Anche perché l’idea, ci permettiamo di far notare, è tutto fuorché rivoluzionaria: è roba di cento anni fa e, al di fuori dei contesti della popular music e del jazz, funziona ancora così: i compositori, per la maggior parte, scrivono i brani che verranno eseguiti da altri su pezzi di carta. Non ce ne voglia, quindi, Beck, quando descrive il disco come «un esperimento di cosa possa essere un album sul finire del 2012». Un’intera industria (quella delle edizioni musicali) fu messa in crisi proprio dall’arrivo del fonografo, in un processo progredito, non di regressione. Quella di Beck ha invece tutta l’aria di essere l’apoteosi della retromania così come teorizzata lo scorso anno da Simon Reynolds (nell’omonimo saggio pubblicato proprio dai tizi di Faber and Faber).

Risulta magistrale la bocciatura dell’Independent il quale, in un editoriale, scrive testuale: «rivoluzione musicale post Napster? Forse, ma è dura scansare l’impressione di fan fregati da un album che il suo autore non si è nemmeno preoccupato di registrare». Ecco, cari critici di casa nostra pronti a dedicare pagine agostane, in assenza dell’annosa questione circa la validità o meno del tormentone musicale dell’estate, ad un’operazione inodore: in Inghilterra anziché sprecare parole come rivoluzioni, piazzano un leading article nelle pagine delle opinioni, perché anche gli avvenimenti vuoti hanno bisogno di commenti di un certo spessore.