Smarchetto Byrne (e non mi pagano nemmeno).

Che il libro di David Byrne How Music Works sia una delle uscite più interessanti in ambito musicale quest’anno è fuori discussione — perciò mi ri-appello alle case editrici italiane: traducete le biografie di chiunque, ora potete anche smetterla di raschiare il barile ‘musica’ e puntare su un titolo di sicuro interesse.
Che si stia creando un notevole hype intorno al testo, altrettanto. Non si vorrebbe quindi esagerare con le citazioni di interviste dell’ex Talking Heads, o con presentazioni di brani tratti dal testo. Però oggi su Smithsonian ho letto un corposo estratto (lo lascio linkato anche tra i Delicious in alto a destra) del quale mi ha colpito questa parte in cui si parla di digitalizzazione:

After more than a hundred years of technological innovation, the digitization of music has inadvertently had the effect of emphasizing its social function. Not only do we still give friends copies of music that excites us, but increasingly we have come to value the social aspect of a live performance more than we used to. Music technology in some ways appears to have been on a trajectory in which the end result is that it will destroy and devalue itself. It will succeed completely when it self-destructs. The technology is useful and convenient, but it has, in the end, reduced its own value and increased the value of the things it has never been able to capture or reproduce.

Non so se la digitalizzazione abbia aumentato la funzione sociale della musica, intesa non solo come scambio di informazione musicale. Sono scettico a riguardo, e a voler essere un po’ cattivi si potrebbe (ri)citare lo stesso Byrne quando, qualche riga sopra, dice che non ascolta più musica in luoghi pubblici che non siano espressamente votati alla musica (es: i ristoranti), e che non usa più supporti fisici ma si è convertito all’mp3, ascoltando spesso dal suo telefono (si presume in cuffia, e si presume quindi isolandosi da qualunque tipo di contesto sociale e/o di ascolto condiviso).

Però, insomma, la riflessione è interessante e tutto l’estratto molto godibile, anche perché apre la possibilità di un dibattito sulla funzione sociale della musica oggigiorno, nonché sulle modalità migliori di ascolto.

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