Sono un drogato di musica?

Leggevo qualche giorno fa su Frieze un articolo in cui Jennifer Allen, direttrice dell’edizione tedesca del magazine, descriveva la sua esperienza di “artaholic” vissuta in occasione della visita a dOCUMENTA(13). Raccontava del dolore ai piedi e alla schiena, delle paia di scarpe rovinate, delle borse sotto agli occhi dovute non ad una carenza di sonno, ma ad un troppo osservare. Ma non erano solo gli acciacchi fisici a darle l’impressione di avere sviluppato una dipendenza dall’arte: di notte i suoi sogni erano composti da frammenti delle molte delle opere viste durante il giorno, ricombinati con ricordi apparentemente causali (ma con le quali il cervello aveva stabilito delle relazioni) di opere ed esperienze vissute nel passato. L’articolo si concludeva con un po’ di rassegnazione e con l’ammissione di essere una drogata d’arte. Anche se Allen si chiedeva perché ciò avrebbe dovuto causarle problemi o preoccupazioni:

why seek relief from one of the only excesses that supposedly does you no harm?

Leggendolo, mi è venuto in mente un parallelismo con il mio essere “musicaholic”. Ci sono giorni, infatti, in cui ascolto musica praticamente dalla mattina alla sera. I motivi sono molti, non ultimo quello di alleggerire un po’ la pila dei dischi da ascoltare, oltre ad un tentativo di disciplinare la mente quando ci sono situazioni intorno a me che non sento troppo congeniali. Un modo per evadere, per concentrarmi su altro senza avere la sensazione di stare perdendo del tempo. Funziona, certo. Per uno, due, tre giorni. Al quarto, raggiungo una specie di saturazione musicale: non trovo più la concentrazione necessaria per affrontare nuovi dischi, né il sollievo mentale di mettere un brano ben conosciuto, che non necessita di alcun sforzo di concentrazione/comprensione per essere ascoltato. Ma niente: sembra un rifiuto.

A differenza di Jennifer Allen, a me la cosa un po’ spaventa. Se lei sembra non preoccuparsi affatto della sua condizione, quando capita a me la prima domanda che solitamente mi pongo è la seguente: non è che tutto questo sforzo, tutto questo auto-disciplinarmi, alla lunga mi porteranno all’opposto, ovvero mi faranno raggiungere una situazione di perenne saturazione musicale? Esiste un rischio — reale ed oggettivo — alla sovraesposizione, e fa nulla se è una sovraesposizione a qualcosa che riteniamo fondamentale e poco pericoloso, oltre che totalizzante per la nostra vita (ne ho fatto, in qualche modo, una parte del mio lavoro)? Quando arrivo a formulare questi pensieri, mi vengono in mente anche le parole di David Toop. Lui, per chi non lo sapesse, è un musicista/critico/teorico tra i più accreditati nel campo delle musiche sperimentali e di confine. Qualche anno fa ebbe una forte crisi musicale, che lo portò a dichiarare questo (era un’intervista non più reperibile in rete, ma è stata ripresa da un keynote di Simon Reynolds a lui dedicato, pubblicato poi in versione estesa come articolo su The Wire [“We Are All David Toop Now”, n. 338, April 2012, p. 36]):

A lot of people feel there’s too much stuff out there, too much music… I feel it myself, I love silence, but music as a whole I don’t like anymore… I don’t like listening to it on the radio, seeing music on television. I don’t like having it on in the house… That love of music as a generalised experience, I’ve come to the end of that.

Alla domanda se esista o meno il rischio di sovraesposizione di cui parlavo prima non riesco a dare una risposta, se non quella di smettere di ascoltare. Solitamente mi prendo una pausa, spesso basta anche un solo giorno completamente a digiuno dall’ascolto ragionato per recuperare tutte le forze. In quel momento però capisco una cosa importante: che il voler cercare di essere sempre sul pezzo, se non addirittura di portarsi avanti nel lavoro, almeno nel caso di ascolto/lettura/compresione di qualsivoglia elemento artistico, non sempre risulta essere vincente. E allora mi tranquillizzo, tiro un sospiro di sollievo e penso a quando, con la mente sgombra, riuscirò ancora a godere della fruizione musicale. Fino a quando mi ritrovo nella medesima condizione di partenza.

(Ps – A volte, ma solo a volte, da quando ho scoperto questo articolo su Brain Pickings, mi capita di rileggerlo quando mi trovo nei momenti di saturazione. Val la pena segnalarlo.)

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