Settembre 22, 2012

Gli impressionanti distinguo sul caso Sallusti.

La cosa divertente è leggere i distinguo. Piccolo riassunto, per chi avesse passato le ultime 36 ore su marte. Ieri mattina Il Giornale dà in apertura la notizia di un possibile arresto (manca il pronunciamento della Cassazione, previsto per mercoledì) del suo direttore responsabile Alessandro Sallusti, reo nel 2007 di aver diffamato su Libero (di cui allora era reggente) un giudice di Torino. Reo in modo oggettivo, perché l’articolo che avrebbe contenuto la diffamazione non era firmato da lui, ma da un’altra persona (sotto pseudonimo), e il giudice non era nemmeno nominato (vi si faceva solo riferimento). Siccome Sallusti era il direttore responsabile, la responsabilità del pezzo (o dell’omesso controllo prima che finisse in pagina), secondo le vetuste regole che governano il mondo dell’informazione italiana, è sua. Quindi in galera ci finisce lui, poiché la diffamazione è un reato penale e — come spiegava Vittorio Feltri nell’editoriale a corredo della notizia — ai direttori di giornale difficilmente vengono concesse le attenuanti per via del mestiere che nel corso degli anni fa loro collezionare una certa quantità di precedenti. Per il giudice che ha emesso la sentenza in secondo grado e che ha condannato il direttore del Giornale al carcere (condanna assente in primo grado), inoltre, Sallusti dovrebbe andare in galera non solo per i precedenti appena citati, ma anche perché ci sarebbe il pericolo che, esercitando la sua professione, possa reiterare il reato. Insomma, una cosa terribile nell’Italia del 2012, ma purtroppo reale.
Giustamente la notizia ha avuto una reazione unanime nel mondo del giornalismo e in quello politico, dove tutti (anche acerrimi nemici “politici” di Sallusti, vedi Marco Travaglio) sono concordi nel ritenere l’eventuale galera a Sallusti un’azione che limita la libertà di espressione. E anche il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha fatto sapere di seguire da vicino la vicenda, dopo che in molti si sono rivolti a lui chiedendo di intervenire.
Dicevo all’inizio: è divertente però leggere i distinguo alla solidarietà espressa. E questi, va detto subito, provengono quasi tutti dalla rete, ovvero da quel mondo che giorno e notte combatte una guerra di superiorità contro la carta stampata ma che, sentendosi profondamente subalterno ad essa, non perde quindi l’occasione — ghiottissima — di levarsi qualche soddisfazione. Allora è tutto un coro di “punti fermi” in solidarietà a Sallusti, seguiti da una serie di “ma” e “però” che fanno accapponare la pelle, per via dell’ipocrisia con la quale vengono affermati. Si fanno le pulci alla cosa, facendo intendere che il giornalismo un po’ spericolato di Sallusti, del Giornale e di Libero un po’ giustificherebbe la galera; che la diffamazione non è un reato penale solo in Italia; che le regole dell’informazione sono quelle e via dicendo. Come se, ad esempio, il fatto che diffamare porti in carcere anche in altri paesi faccia dell’Italia, da questo punto di vista, un posto un po’ più civile di quello che è. O come se Sallusti fosse l’unico giornalista il cui tenore di scrittura è sopra le righe. Insomma, dei distinguo patetici, fosse solo per il modo in cui vengono condotti: con abbondanti arrampicate di specchi. Quando, al popolo della rete sempre pronto ad inginocchiarsi al pensiero dominante, sarebbe bastato dimostrarsi un po’ più coraggioso e dire: sono solidale, ma un po’ meno solo perché Sallusti mi sta sul cazzo — e se sta sul cazzo a me, un po’ si merita la galera.

6 pensieri su “Gli impressionanti distinguo sul caso Sallusti.

  1. Sangi

    Non vedo perché un direttore di giornale non debba essere responsabile di quello che viene pubblicato.

    Per quanto mi possa stare sulle palle, non dico che Sallusti meriti la galera perché non spetta me a deciderlo; tuttavia la legge è quella e non vedo perché ci debba essere tutto questo casino quando viene applicata. È una legge ingiusta? Può darsi, ma non è più ingiusta ora di quanto lo sia stata anni fa.

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    1. Gianluigi Maino

      Nessuno dice che un direttore responsabile non debba essere responsabile (appunto) di ciò che pubblica. E infatti Sallusti è stato dichiarato colpevole in primo grado, con condanna di pagamento. In secondo grado, incredibilmente, è stata confermata la condanna di Sallusti con l’aggiunta del carcere (che in primo grado non c’era). E questo suona strano.

      La legge è ingiusta così come lo era anni fa. È un retaggio fascista, e si chiede solo di depenalizzare il reato a mezzo stampa per i giornalisti. Da penale a illecito civile. Tutto qui.

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  2. Sangi

    Non ci trovo nulla di incredibile. Il querelante non si è sentito soddisfatto o ci è voluto andare giù duro, e la situazione gli lasciava margine per farlo. Giusto o no, mi pare ragionevole.

    La pena carceraria la amministrerei con il contagocce. Tuttavia trovo corretto il peso diverso assegnato ai giornalisti, in quanto capaci di raggiungere (e nel caso influenzare) più persone.
    Ecco escluso il carcere che per il tipo di reato e di persone sembra una stupidata, limitarsi a multare un dipendente di una società finanziata pubblicamente fa abbastanza ridere, non trovi?

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    1. Gianluigi Maino

      Non credo che sia stato il querelante a voler andar giù duro. Piuttosto che, come sempre accade, la difesa (Sallusti) abbia presentato un ricorso in appello. Dopodiché si è vista aumentare la pena dalla sola multa alla carcerazione. Ripeto: trovo tutto questo piuttosto aberrante. Moltissimi giornalisti, per non parlare dei direttori chiamati a rispondere anche per articoli non scritti da loro, hanno cause di questo tipo, e si risolvono sempre con pena pecuniaria, altrimenti di casi come quello di Sallusti ne sarebbe piena l’Italia — cosa che invece non è.

      Non capisco la chiosa sul “limitarsi a multare un dipendente di una società finanziata pubblicamente”. Intendi per caso che il dipendente sia Sallusti e la società finanziata pubblicamente sia Libero, per via dell’annosa questione dei finanziamenti pubblici all’editoria? Il finanziamento non fa di una società privata un ente pubblico. Sallusti, in quanto all’epoca responsabile di un quotidiano che percepiva finanziamenti pubblici, non deve rispondere allo Stato di quello che scrive, ma solo eventualmente alla persona ritenuta offesa: la responsabilità, fortunatamente, rimane personale.

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      1. Sangi

        Rileggendo mi accorgo di essermi espresso molto male. Il concetto più importante è che attribuisco ai giornalisti una responsabilità ben più grande del valore di qualsivoglia multa.
        In aggiunta trovo una multa ancora meno credibile a causa dei finanziamenti all’editoria (di cui non vorrei parlare perché ho poca conoscenza e nessuna opinione a riguardo), grazie ai quali le condizioni di mercato si fanno ben diverse, e potrebbe farsi conveniente collezionare multe scrivendo peste e corna di altre persone (pratica che ormai associo a fin troppi giornali).

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        1. Gianluigi Maino

          I giornalisti hanno sicuramente una responsabilità molto importante per il loro lavoro. Ma non mi piace che, per quello che scrivono (o scrivono altri, come nella fattispecie del caso che stiamo discutendo) possano finire in carcere. Ripeto: ogni giorno i giornalisti collezionano querele. A volte vincono, e a volte perdono e risarciscono economicamente. In pochissimi, nella storia italiana, sono stati condannati al carcere.
          Sallusti è stato querelato e in primo grado condannato a risarcire la vittima con 5 mila euro. Ha fatto appello e in secondo grado oltre alla conferma della condanna pecuniaria sono stati aggiunti 12 mesi di carcere con la motivazione, assurda, che in quanto giornalista avrebbe potuto continuare a offendere esercitando la sua professione. Quasi si trattasse di un serial killer recidivo.
          Tutto ciò non mi sembra degno di un paese che si vorrebbe civile come l’Italia. Cosa poi c’entri questo col finanziamento pubblico ai giornali, sinceramente, non lo capisco.

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