Settembre 25, 2012

la “nastroregistroteca” di Radio Rai prende polvere. Qualcuno che l’aiuti?

Nella sua consueta rubrica “Bordin Line” sul Foglio [25.09.2012, p.2], l’ex direttore di Radio Radicale Massimo Bordin mi dà modo di rintracciare un articolo di Sara Nicoli, pubblicato qualche giorno fa sul sito web del Fatto quotidiano e riguardante lo stato dell’archivio di Radio Rai. E’ assolutamente casuale l’averlo scoperto proprio oggi, quando nel post precedente do conto di un lungo intervento di Will Prentice sulle pagine di The Wire riguardante le nuove sfide che gli archivisti audio devono raccogliere. Nuove per gli archivi di altri paesi (Prentice è archivista della Public Library britannica), perché evidentemente le cose da noi funzionano diversamente.

Che l’archivio di Radio Rai versasse in condizioni critiche non era una novità, né tra gli addetti ai lavori né tra le persone meno informate sui fatti. Tanti anni di discorsi, di tentativi, di promozioni non sono serviti a granché, visto che oggi gli stessi lavoratori della Rai — leggiamo sul Fatto — si rivolgono al Presidente della Repubblica affinché intervenga in quella che ha tutta l’aria d’essere una trascuratezza incredibile nei confronti dell’immenso patrimonio audio di cui la Rai è in possesso. Nell’articolo si legge che, negli scantinati della Rai romana, versano in condizioni critiche innumerevoli supporti fonografici, più o meno il frutto di una raccolta iniziata nel 1950. Una raccolta che racconta oltre cinquant’anni di cultura e di storia italiana abbandonata sugli scaffali, senza essere catalogata né riversata in digitale, e il cui destino parrebbe quello di essere abbandonata definitivamente nel momento in cui i lavoratori che ora se ne occupano, e che costituiscono una vera e propria “memoria storica” dell’archivio, andranno in pensione.

In Rai tutto questo, ovviamente, lo sanno bene. Non c’è bisogno che la stampa lo documenti per darne notizia ai suoi vertici. Ma sembra che anche a questo giro, dopo le recenti dichiarazioni del neo direttore generale Luigi Giubitosi, nessuno voglia farsi carico di dar via, finalmente, ad un’opera di digitalizzazione, archiviazione e salvaguardia del patrimonio. Il che è un vero peccato, perché le poche volte che qualcun altro (con l’aiuto della Rai, ma al di fuori di essa) è riuscito a mettere mano su quelle registrazioni, ne è emerso sempre qualcosa di pregevole. Mi riferisco (anche, ma non solo) alla recente operazione dell’etichetta milanese Die Schachtel la quale, in collaborazione con Rai Trade, ha messo sul mercato un lussuosissimo cofanetto contenente alcune delle registrazioni dei radiodrammi trasmessi tra la fine degli anni ’50 e l’inizio degli anni ’80 proprio dalla radio di stato, con le musiche realizzate nel celebre Studio di Fonologia di Milano (nato dall’idea di Luciano Berio e Bruno Maderna, sulla scia di altri studi simili nelle radio europee) da compositori quali Nino Rota, Niccolò Castiglioni e Salvatore Sciarrino, ovvero parte del meglio dell’avanguardia musicale italiana (Prix Italia – L’immaginazione all’ascolto. Il Premio Italia e la Sperimentazione Radiofonica, a cura di Angela Ida De Benedictis e Maria Maddalena Novati).

In Italia non mancano né i mezzi, né tanto meno le professionalità in grado di compiere un serio lavoro di archiviazione delle registrazioni di Radio Rai. Manca, come sempre, la voglia di intraprendere il progetto. E non solo: ancor più grave, manca anche la lungimiranza sul valore che un progetto del genere può avere. Non si tratta, infatti, soltanto di salvaguardare il patrimonio in quanto memoria collettiva del nostro passato. Ma anche di metterlo a disposizione di studiosi, o pubblicarne delle ristampe da mettere in commercio che farebbero la gioia di appassionati, collezionisti o semplici curiosi. Ne si potrebbe trarre anche un guadagno economico, che può servire a ripagare parte dei costi che un’operazione del genere richiede.

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