Comunque vi adoro.

Non è che io sia particolarmente fissato con le solite cose. O forse sì, lo sono. E il fatto di dire il contrario è sintomo del — direbbe qualche psicanalista — tentativo malriuscito di nascondere a me stesso la triste verità. Però, in questo caso, i fissati siamo almeno in due: io, e i tizi di Monocle.

Qualche giorno fa li ho un po’ presi in giro, chiamandoli “gli ultimi giapponesi della carta stampata”, per via di certe loro colonnine quotidiane (“Monocolum”, su Monocle.com) riservate spesso e volentieri al giornalismo, al suo futuro e (soprattutto) ai mezzi del passato. Intendiamoci: Monocle è un magazine sublime, fatto con una cura (e con dei costi) proibitivi al giorno d’oggi per molti. A meno che non vi chiamate (o non lavoriate per) Tyler Brule, un personaggio che è capace di creare un marchio, farlo crescere e farvelo comprare anche impresso sulle mutande di vostra nonna (detto con un tutto il rispetto del mondo, anzi, dell’universo). Probabilmente è questa la formula vincente: un mix di giornalismo di qualità, cura estetica del prodotto e tante prediche su come la stampa non debba essere un flusso di contenuti standardizzati uguali ovunque ma, per essere credibile, deve aver dietro del lavoro che si nota in fase di fruizione. Uniti ad una fidelizzazione del lettore che non ha precedenti nella storia del giornalismo: sono talmente bravi, per dire, che chi si abbona paga più di quanto spenderebbe comprando le copie in edicola — e si abbonano, ve lo assicuro.

Tutto ciò è sacrosanto. Anche senza ribadirlo ogni due per tre.

Ma torniamo alle mie, e alle loro, fissazioni. Una volta se la prendono col giornalismo. Oggi, con gli e-book. Gli e-book sono l’invenzione più bella dai tempi di Gutenberg, negarlo sarebbe inutile. Non solo, negarlo con argomenti del tipo: il piacere tattile della carta, la copertina, il gusto di spulciare tra gli scaffali, l’odore — certo, l’odore! –, vuol dire ammettere la bontà dell’invenzione ma legarsi a stereotipi vecchi di decenni pur di rimanere ancorati alla propria visione romantica della vita. Non che ci sia nulla di sbagliato, per carità. Solo che, passati la malinconia e il romanticismo, di solito si ritorna a ragionare coscientemente.

Tutto questo per dire che oggi, a Monocle, han pubblicato un pezzo che contiene la seguente frase, in difesa del libro di carta e contro l’e-book:

The e-reader is a smug little beast. It wants to reinvent reading: progress is measured in percentages not pages, a conceit I found rather baffling. If I didn’t give it enough attention it went to “sleep”, its screen filling with neat images of pencils and printing blocks. It was saying, “Dear reader, no longer trouble yourself with those arcane tools, I’ve nailed everything for you.”

Within the body of a text, phrases other people had particularly enjoyed were highlighted for me. I felt deprived of the ability to think for myself and as though my privacy had been weirdly invaded. Conversely, on the beach, legions of anonymous grey-backed machines meant I lost the little delight of knowing what my neighbour was enjoying.

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