Piccoli e affamati.

Ci sarebbero da trovare modelli per uscire dalla crisi, e questi giocano a fare Huxley, Orwell e il dr Faust tutt’insieme. Mi ero appena ripreso dalla lettura, sull’Independent, di una mirabolante scoperta contro i disturbi alle cellule mitocondriali — col solo piccolo particolare che questa prevedeva la presenza di un ‘terzo’ genitore per essere attuata — quando stamane mi sono imbattuto in un editoriale sul Foglio. Prima di procedere, devo fare una dichiarazione: qui non è questione di essere bacchettoni o di volersi opporre al progresso et tecnologia. Niente di tutto questo, però capite che a tutte le cose deve essere applicato un limite. Bene, cosa diceva l’editoriale sul Foglio? Che nell’ultimo numero della rivista Ethics, policy and environment è pubblicato uno studio che prende il problema del cambiamento climatico da un punto di vista finora ignorato: la biogenetica, o qualcosa del genere. Ora, io ho provato ad andare sul sito della rivista, ma questi — giustamente, sono pure accademici — mi fanno leggere solo l’abstract, e per il testo completo devo aprire il portafogli. No, anche questo non posso. So che non si fa: bisognerebbe leggere il testo completo, è poco etico (non che la biogenetica…) e anche un po’ scorretto, però non è il caso. Così mi accontento di quanto scritto sui giornali italiani. In pratica, in aggiunta alla scoperta di qualche settimana fa circa il fatto che diventando tutti vegetariani ridurremmo il nostro impatto sul pianeta, lo studio in questione aggiunge un ulteriore tassello: modificare geneticamente gli essere umani così da crearne di abituati a vivere con meno cibo, meno carne e meno acqua. Ma non solo: magari fare anche una selezione degli embrioni fisicamente più piccoli e scongiurare così che in un futuro nascano persone più alte e grosse della media le quali, secondo un ragionamento logico un po’ smilzo, impattano di più sull’ambiente.

Non sono un accademico, e capisco di biogenetica come di fisica nucleare, quindi praticamente nulla. Però, insomma, qualche libro l’ho letto, qualche dibattito l’ho ascoltato e mi sono fatto un’opinione a riguardo. Parlare di selezione embrionale che levi di mezzo future persone perché alte mi sembra un qualcosa di estremamente pauroso. Eugenetica, direbbero quelli che giostrano bene questi termini. Così come credo vada contro natura pensare di modificare l’uomo per fargli mangiare questo e non più quello; nel corso dei millenni l’uomo si è dovuto adattare a diverse condizioni, ma nessuno di questi adattamenti è avvenuto in un laboratorio medico, ma si è invece trattato di un lungo processo naturale. Forzarlo, accelerarlo, in nome poi del climate change,  ovvero qualcosa lungi dall’essere una scienza perfetta e le cui opinioni a riguardo sono molto discordanti, è una follia pura. Un tentativo di trasferire la letteratura fanta-scientifica nella vita di tutti i giorni.

Viviamo in una società che (giustamente?) s’incazza quando si fa sperimentazione sui topi. Ma che, stranamente, non fiata quando emergono alla luce certe ricerche, condotte non si capisce bene con quale scopo, visto che la loro realizzazione rimane solo sulla carta. Fortunatamente.

Sono un drogato di musica?

Leggevo qualche giorno fa su Frieze un articolo in cui Jennifer Allen, direttrice dell’edizione tedesca del magazine, descriveva la sua esperienza di “artaholic” vissuta in occasione della visita a dOCUMENTA(13). Raccontava del dolore ai piedi e alla schiena, delle paia di scarpe rovinate, delle borse sotto agli occhi dovute non ad una carenza di sonno, ma ad un troppo osservare. Ma non erano solo gli acciacchi fisici a darle l’impressione di avere sviluppato una dipendenza dall’arte: di notte i suoi sogni erano composti da frammenti delle molte delle opere viste durante il giorno, ricombinati con ricordi apparentemente causali (ma con le quali il cervello aveva stabilito delle relazioni) di opere ed esperienze vissute nel passato. L’articolo si concludeva con un po’ di rassegnazione e con l’ammissione di essere una drogata d’arte. Anche se Allen si chiedeva perché ciò avrebbe dovuto causarle problemi o preoccupazioni:

why seek relief from one of the only excesses that supposedly does you no harm?

Leggendolo, mi è venuto in mente un parallelismo con il mio essere “musicaholic”. Ci sono giorni, infatti, in cui ascolto musica praticamente dalla mattina alla sera. I motivi sono molti, non ultimo quello di alleggerire un po’ la pila dei dischi da ascoltare, oltre ad un tentativo di disciplinare la mente quando ci sono situazioni intorno a me che non sento troppo congeniali. Un modo per evadere, per concentrarmi su altro senza avere la sensazione di stare perdendo del tempo. Funziona, certo. Per uno, due, tre giorni. Al quarto, raggiungo una specie di saturazione musicale: non trovo più la concentrazione necessaria per affrontare nuovi dischi, né il sollievo mentale di mettere un brano ben conosciuto, che non necessita di alcun sforzo di concentrazione/comprensione per essere ascoltato. Ma niente: sembra un rifiuto.

A differenza di Jennifer Allen, a me la cosa un po’ spaventa. Se lei sembra non preoccuparsi affatto della sua condizione, quando capita a me la prima domanda che solitamente mi pongo è la seguente: non è che tutto questo sforzo, tutto questo auto-disciplinarmi, alla lunga mi porteranno all’opposto, ovvero mi faranno raggiungere una situazione di perenne saturazione musicale? Esiste un rischio — reale ed oggettivo — alla sovraesposizione, e fa nulla se è una sovraesposizione a qualcosa che riteniamo fondamentale e poco pericoloso, oltre che totalizzante per la nostra vita (ne ho fatto, in qualche modo, una parte del mio lavoro)? Quando arrivo a formulare questi pensieri, mi vengono in mente anche le parole di David Toop. Lui, per chi non lo sapesse, è un musicista/critico/teorico tra i più accreditati nel campo delle musiche sperimentali e di confine. Qualche anno fa ebbe una forte crisi musicale, che lo portò a dichiarare questo (era un’intervista non più reperibile in rete, ma è stata ripresa da un keynote di Simon Reynolds a lui dedicato, pubblicato poi in versione estesa come articolo su The Wire [“We Are All David Toop Now”, n. 338, April 2012, p. 36]):

A lot of people feel there’s too much stuff out there, too much music… I feel it myself, I love silence, but music as a whole I don’t like anymore… I don’t like listening to it on the radio, seeing music on television. I don’t like having it on in the house… That love of music as a generalised experience, I’ve come to the end of that.

Alla domanda se esista o meno il rischio di sovraesposizione di cui parlavo prima non riesco a dare una risposta, se non quella di smettere di ascoltare. Solitamente mi prendo una pausa, spesso basta anche un solo giorno completamente a digiuno dall’ascolto ragionato per recuperare tutte le forze. In quel momento però capisco una cosa importante: che il voler cercare di essere sempre sul pezzo, se non addirittura di portarsi avanti nel lavoro, almeno nel caso di ascolto/lettura/compresione di qualsivoglia elemento artistico, non sempre risulta essere vincente. E allora mi tranquillizzo, tiro un sospiro di sollievo e penso a quando, con la mente sgombra, riuscirò ancora a godere della fruizione musicale. Fino a quando mi ritrovo nella medesima condizione di partenza.

(Ps – A volte, ma solo a volte, da quando ho scoperto questo articolo su Brain Pickings, mi capita di rileggerlo quando mi trovo nei momenti di saturazione. Val la pena segnalarlo.)

Smarchetto Byrne (e non mi pagano nemmeno).

Che il libro di David Byrne How Music Works sia una delle uscite più interessanti in ambito musicale quest’anno è fuori discussione — perciò mi ri-appello alle case editrici italiane: traducete le biografie di chiunque, ora potete anche smetterla di raschiare il barile ‘musica’ e puntare su un titolo di sicuro interesse.
Che si stia creando un notevole hype intorno al testo, altrettanto. Non si vorrebbe quindi esagerare con le citazioni di interviste dell’ex Talking Heads, o con presentazioni di brani tratti dal testo. Però oggi su Smithsonian ho letto un corposo estratto (lo lascio linkato anche tra i Delicious in alto a destra) del quale mi ha colpito questa parte in cui si parla di digitalizzazione:

After more than a hundred years of technological innovation, the digitization of music has inadvertently had the effect of emphasizing its social function. Not only do we still give friends copies of music that excites us, but increasingly we have come to value the social aspect of a live performance more than we used to. Music technology in some ways appears to have been on a trajectory in which the end result is that it will destroy and devalue itself. It will succeed completely when it self-destructs. The technology is useful and convenient, but it has, in the end, reduced its own value and increased the value of the things it has never been able to capture or reproduce.

Non so se la digitalizzazione abbia aumentato la funzione sociale della musica, intesa non solo come scambio di informazione musicale. Sono scettico a riguardo, e a voler essere un po’ cattivi si potrebbe (ri)citare lo stesso Byrne quando, qualche riga sopra, dice che non ascolta più musica in luoghi pubblici che non siano espressamente votati alla musica (es: i ristoranti), e che non usa più supporti fisici ma si è convertito all’mp3, ascoltando spesso dal suo telefono (si presume in cuffia, e si presume quindi isolandosi da qualunque tipo di contesto sociale e/o di ascolto condiviso).

Però, insomma, la riflessione è interessante e tutto l’estratto molto godibile, anche perché apre la possibilità di un dibattito sulla funzione sociale della musica oggigiorno, nonché sulle modalità migliori di ascolto.

l’inutile retorica del “con i nostri soldi”.

Ogni volta che la politica offre di sé uno spettacolino triste, i commentatori sono tutti concordi nel sottolineare un aspetto: succede quello che succede “con i soldi nostri”. E così si scopre che il capogruppo Pdl alla Regione Lazio si è comprato un Suv “con i soldi nostri”. O che un altro consigliere, sempre Pdl, ha fatto una festa post-elettorale più simile ad un baccanale che ad un festeggiamento, “con i soldi nostri”. O che vengono spesi (trasversalmente) soldi in viaggi, cene e chi più ne ha più ne metta “con i soldi nostri”.

A parte che tra il sensazionalismo della notizia e la verità non sempre c’è una precisa corrispondenza. Se i giornali li si leggessero anche, anziché mettere solo le loro foto su Instagram con commentino indignato, si scoprirebbe ad esempio che il consigliere De Romanis, quello del baccanale, dice di aver pagato tutto di tasca sua, non con i soldi nostri. Non vuole suonare come una difesa d’ufficio, però a dire il contrario si mette sempre la propria parola contro quella di un’altra persona: non esattamente il metodo più corretto per giudicare le azioni. Poi, certo, rimane l’aspetto estetico, di costume, che prescinde da chi ha messo i soldi per cosa, ma che non costituisce corpo di alcun reato: ne ha scritto un articolo al vetriolo, questa mattina, Guia Soncini sull’Unità, e senza che vi si leggesse alcuna sentenza.

Detto questo, i soldi nostri. A me non piace tutta questa retorica del “con i soldi nostri”. Perché dà modo d’intendere una cosa profondamente sbagliata. E cioè che, ad esempio, se Fiorito non avesse comprato un X5, quella parte di soldi sarebbe ancora nostra e ce la ritroveremmo nel nostro portafogli. Capite che le cose non stanno affatto così, nonostante il sottinteso — più sottile nei commenti sui giornali, meno in quelli degli improvvisati opinion maker su Twitter — rimanga quello.

Quei soldi, invece, noi non li abbiamo più. In partenza erano nostri ma, per i meccanismi che regolano il funzionamento della politica, non sono più a nostra disposizione. Si dirà: possono essere però impiegati meglio. Il che è sacrosanto, e dà modo di spiegare la stortura. Devono essere impiegati meglio, ma per raggiungere questo obiettivo devono essere cambiati i meccanismi che regolano la politica. Se, faccio un esempio, il regolamento di un consiglio regionale prevede che per un assessore ci sia la possibilità di avere 15 assistenti, l’assessore è nel giusto fino a quando assume il quindicesimo. Anche se non gli serve, e anche se a saperlo girano i cosiddetti. Però, poi, non si può innescare il giochetto per cui quell’assessore ruba solo perché si è dotato di un numero di assistenti esagerato: il regolamento lo permette, e lui avrà sempre gioco facile nel trincerarsi dietro questo.

Da qui ne consegue che anche tutta la retorica sui tagli non serve a nulla, né per chi la chiede (spesso inutilmente), né per chi la mette in pratica (sempre tardi, quando ormai i buoi sono fuggiti dal recinto). L’unico modo per risolvere il problema alla base non è l’antipolitica. Ma la politica, che prende e riforma i regolamenti. Li cambia. Elimina gli sprechi togliendoli dalle regole del gioco. Altrimenti fatto un taglio superificiale, e calata la tensione, si ritorna al baccanale, alle ostriche e allo champagne, e qualcuno dirà: “con i soldi nostri”. E saremo punto e a capo.

la predominanza della forma sul contenuto.

Intervistato qualche giorno fa dal Guardian a proposito del suo nuovo libro How Music Works, David Byrne fa un po’ la somma di 40 anni di pop music e della predominanza del contesto e del forma sul contenuto:

With pop music, the format dictates the form to a big degree. Just think of the pop single. It has endured as a form even in the download age because bands conform to a strict format, and work, often very productively, within the parameters. Dance music stretched that form with the extended remix but it’s the form that drives the content as much as the other way around.

35 anni dopo siamo ancora fermi a: non sapevano suonare.

I got no emotions for anybody else
You better understand I’m in love with my self
My beautiful self
Sex Pistols, “No Feelings”,  1977

Sul primo numero di Pubblico, il nuovo quotidiano diretto da Luca Telese, c’è un articolo a firma Luca Bussoletti (“cantautore un po’ grafomane”, dalla bio su Twitter) che fa un’analisi del fenomeno Sex Pistols. Non si capisce il motivo dell’analisi, il perché, la notizia correlata. Ma, si sa, i numeri uno vengono dopo i numeri zero, c’è un tempo per gli articoli di prova e un tempo per quelli da pubblicare — con nel mezzo un tempo in cui, evidentmente, qualcuno dimentica i primi in pagina.

Il pezzo è carino, al netto della mancanza di freschezza della notizia. Non aggiunge nulla che un buon passato sulle biografie edite dalle edizioni Blues Brothers non porti già in dote, ma tant’è. Nella dote, ad esempio, c’è quella di considerare il fenomeno punk, sia dal punto di vista musicale che da quello sociologico, solo con i Sex Pistols (primo errore). E di considerare la musica dei Sex Pistols come “non musica”, o “musica svuotata” (secondo errore). Allora via con i luoghi comuni sulla scarsezza dei musicisti punk, anche se non si capisce bene a che tipo di scarsezza ci si riferisca: se è tecnica, ci sono pile e pile di dischi a ribaltare il luogo comune; se è artistico/concettuale, ci sono pile e pile di dischi, di opere, di situazioni, di libri utili a far cambiare opinione. Certo, fa comodo scrivere che qualcuno ha rivoluzionato la musica senza saper suonare: s’imbastisce un pezzo anche con 35 anni di ritardo. Oppure — ma questo nell’articolo non c’è, del resto nemmeno sui libretti delle edizioni Blues Brothers stava scritto — che sulle fanzine punk autoprodotte venivano spiegati i 3 accordi fondamentali per incitare i ragazzi a scendere nelle strade e formare una band, e che questo abbia prodotto una miriade di fondamentali gruppi che han cambiato il corso della musica. Tutti miti, che sono sì veri ma anche sovradimensionati per continuare ad alimentare le storie che, a distanza di quasi 40 anni, ancora finiscono in pagina.

Nessuno mette in dubbio la nascita di mille giovani gruppi, e il fatto che col punk fu offerta loro la possibilità di andare sul palco tenendo a malapena in mano uno strumento. Chiediamoci, però, se i brocchi esistevano (ed esistono tuttora) solo nel punk. Altro fu il punk, soprattutto letto attraverso la lente della sottocultura: un taglio che forse avrebbe aggiunto un po’ di carne al pezzo pubblicato su Pubblico. Insomma, se rivoluzione c’è stata (e c’è stata), chiedo una moratoria sulla storia che fu una rivoluzione compiuta solo da scarsoni; il concetto, tra l’altro, non è nemmeno spendibile in supporto a molte delle (pseudo) rivoluzioni/rivolte odierne (ma anche, rimanendo in Italia, a quelle passate: in Inghilterra avevano il Punk, noi il Festival di Re Nudo al Parco Lambro. Là i Pistols fecero sì che per la prima volta la classifica dei singoli più venduti non avesse il numero 1, perché era considerato osceno il loro nome e non lo si poteva divulgare; qui, i compagni della rivoluzione se la presero con il camioncino dei polli arrosto — due stili completamente differenti).

A Luca Bussoletti, sicuramente animato da buone intenzioni, dico solo di rileggersi l’articolo. E poi di andare a riprendersi non dico i concetti dei Crass; e non dico nemmeno “London Calling” o “Sandinista!” dei Clash. No, semplicemente dico di ascoltarsi ancora “Nevermind the Bollocks” proprio dei Sex Pistols. Ci faccia sapere poi se trova quel disco, e chi lo ha suonato, così scarso. Ci dica se il riffing di Steve Jones non è quanto meno sopra la media dei chitarristi che, come lui, avevano copiato tutto dagli eroi degli anni precedenti (oltre che le mossette da Johnny Thunders). Ci dica se la sezione ritmica non è, almeno, compatta. E se la produzione non lo rende, ancora oggi, uno dei dischi rock che suonano meglio per potenza e muro di suono. Poi, magari, scriva anche che la storiella del non saper suonare era messa in giro ad arte e interpretata all’occorrenza. Arte, già, una parola che nella scena punk saltava fuori spesso, per via della provenienza di molti dei suoi esponenti proprio dalle scuole d’arte inglesi, notoriamente frequentate da disadattati e/o squattrinati. Se proprio proprio ancora non si è convinto, provi ad approfondire le influenze musicali di Johnny ‘Rotten’ Lydon, declamate spessissimo in interviste radiofoniche post-Pistols e pre-Pil: ci troverà il reagge, il dub, i minimalisti e persino i Van Der Graaf Generator (così sfatiamo anche il mito: punk vs progressive). A dimostrazione di una sensibilità artistico/musicale non proprio scarsa e messa in secondo piano per motivi di — diciamo — finzione.

Ne esce che l’unica parte del pezzo di Bussoletti che si salva è quella in cui Malcolm McLaren è citato come padre di tutta l’operazione: questo, forse, avrebbe potuto essere il fulcro dell’articolo.

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Chi è il più grottesco del reame?

Che la privacy delle persone debba essere inviolabile è fuori da ogni discussione. Da me, sull’argomento, non sentirete mai dire l’opposto. Però la questione delle foto di Kate Middleton in topless, con conseguente reazione della stampa inglese, sta assumendo contorni grotteschi.

Il fatto è noto: in vacanza col marito in Francia a casa di amici, la Middleton è stata paparazzata mentre su un terrazzo si levava il pezzo sopra del reggiseno, mostrando (inconsapevolmente) agli obiettivi parte delle sue grazie (reali). Le foto — e pare nemmeno tutte: solo quelle più innocenti — sono state pubblicate sulla rivista francese di gossip Closer e da oggi sono in edicola anche sull’ultimo numero dell’italiano Chi (che col la rivista francese ha in comune l’appartenenza al medesimo gruppo editoriale, orbita Mondadori). Apriti cielo. Reazioni indignate dalla stampa d’oltremanica, con anche la risibile accusa a Silvio Berlusconi: la Mondadori è in qualche modo affar tuo, c’avrai sicuramente messo tu lo zampino. A parte il fatto che se Berlusconi avesse realmente voglia di occuparsi di problemi, avrebbe ben altre questioni nelle quali intervenire; a parte questo, dico, e anche ragionando per assurdo sulle ragioni delle accuse inglesi, mancherebbero il movente e il mezzo: per quale motivo? e con quelle foto? Suvvia, siamo nel ridicolo.

Molti individuano il movente in una (freddissima, fuori tempo massimo) vendetta nei confronti degli inglesi, rei qualche anno fa di aver (realmente) violato la privacy quando pubblicarono le famose foto di Villa Certosa, quelle con Topolanek e il suo pisello al vento. Quelle che, per essere scattate, hanno visto gli obiettivi dei fotografi violare una proprietà privata: il giardino di una villa, capireste cari inglesi se vi stesse davvero a cuore la privacy, non è il pubblico affaccio di un terrazzo su una strada. Ma questo non è un movente, bensì la prova provata del fatto che gli inglesi, oggi, a fare la morale si stanno sbagliando di grosso. Il gossip è gossip e si muove da sempre su quel filo lì: ne dovrebbero sapere qualcosa proprio loro, i cui giornaletti scandalistici una ventina o più d’anni fa pubblicarono le intercettazioni in cui Carlo, cioè il suocero della oggi paparazzata Kate, voleva essere il tampax nella donna che all’epoca era la sua amante e oggi è la moglie. Una roba illeggibile ancor prima che non pubblicabile per questioni di deontologia.

La stampa inglese, anziché pubblicare editoriali col ditino puntato, facesse un po’ di mea culpa. Mentre Kate, lei, divina, potrebbe sempre stare un po’ più attenta, perché insomma la sua immagine è pubblica e i suoi famigliari acquisiti tengono particolarmente alla faccia. Il pezzo di sopra, quindi, potrebbe anche levarselo con un po’ più di riservatezza. Dopodiché, se proprio non riuscisse a fare a meno (intendo né della riservatezza e né del topless), mostrasse anche un poco reale dito medio al pubblico, gridando: ho 30 anni, delle tette stupende ed un cervello; voi fatevi gli affaracci vostri (riviste di gossip comprese).

Accontentarsi di galleggiare.

L’editoriale da leggere oggi è quello del Professor Galli Della Loggia sul Corriere Della Sera [16.09.2012, p.1]:

Sembra di capire che per accrescere l’attrazione elettorale dell’Udc, egli la vorrebbe trasformare in una formazione di rassemblement, in un partito di raccolta per un’intera area. Ma è dubbio che per questo obiettivo basti l’immissione di logori e scoloriti professionisti della politica come Fini o Bonanni, ovvero di personaggi come Passera e Marcegaglia, privi di qualunque vera immagine pubblica che non sia quella di sedicenti «tecnici», mentre in realtà si tratta di titolari di cospicui redditi d’impresa che li destina più che altro ad essere soggetti di un rilevante conflitto d’interessi. Anche qui, insomma, il problema dell’Udc e del suo segretario appare la sproporzione tra le ambizioni nutrite e la effettiva capacità di rischiare in proprio per realizzarle. Affermare di voler costruire qualcosa che vada oltre, molto oltre, il piccolo partito attuale, ma poi non saper rinunciare al comodo riparo del cespuglietto cattolico-minidiccì con annesse «personalità » da due di briscola. Sognare di diventare domani se non proprio una portaerei almeno un incrociatore pesante, continuando però ad essere oggi la zattera galleggiante che si accontenta di galleggiare.