Perché Ornaghi non l’ha chiamata?

Martedì 23 ottobre Roberto Giardina su Italia Oggi si chiedeva perché il ministro dei Beni Culturali Ornaghi non avesse pensato a Carolyn Christov-Bakargiev per il Maxxi, preferendole invece Giovanna Melandri:

Carolyn Christov-Bakargiev, 55 anni a dicembre, ha curato l’ultima edizione di Documenta a Kassel, la più grande rassegna al mondo di arte contemporanea, che si tiene una volta ogni cinque anni. Ha stabilito il buono record di visitatori, oltre 300 mila, ma è una dato che conta fino a un certo punto. I critici, di solito mai contenti della rassegna, concordano sul fatto che sia stata la migliore edizione degli ultimi decenni. La rivista Art Review ha appena scritto che Carolyn è la personalità più importante e più influente al mondo nel mondo dell’arte (la ripetizione è voluta). E, dopo Kassel, Carolyn è disoccupata. Come ha dichiarato il giorno di chiusura della rassegna, «non so che farò, ma di certo non vado in vacanza, non fare nulla per me è impossibile». Perché Ornaghi non l’ha chiamata?

Il resto qui.

Anche in questo caso, l’esempio è poco calzante.

Scrivevo un paio di settimane fa della riflessione che Christian Caliandro aveva condotto su Artribune circa la mancanza — a sua detta — di capacità di ricezione di un oggetto artistico presso il pubblico, diretta conseguenza di una mancanza di educazione nel riconoscere il capolavoro. Era un panegirico un po’ condotto filosofeggiando e un po’ condotto così così, che contestavo in quanto a mio avviso partiva dall’esempio sbagliato. Per lui, infatti, “Oceania” degli Smashing Pumpkins era uno di quei capolavori non riconosciuti dal pubblico non perché sia la chiavica di disco che è (a prescindere da cosa ne scriva Pitchfork), bensì perché, evidentemente piacendo a Caliandro, ci doveva essere per forza di cose qualcosa che non quadrava. Questo qualcosa è stato riconosciuto nel pubblico poco avvezzo a distinguere i capolavori, per via di un lavorio di pialla condotto sulla materia grigia che ha portato ad un livellamento verso il basso della stessa. Concludevo scrivendo:

fare una battaglia culturale in nome di “Oceania”, ecco, questo mi sembra davvero esagerato.

Oggi, sempre su Artribune e sempre per la penna di Caliandro, è pubblicata quella che sembrerebbe essere la seconda parte del discorso. Che, però, non aggiunge molto alla prima pur essendo viziata dello stesso problema di fondo: oggetto non riconosciuto, a questo giro, è infatti “Lulu”, disco uscito lo scorso anno come risultato di un’ambiziosa quanto inconcludente joint venture tra i Metallica e Lou Reed. Anche in questo caso, lavoro (quasi) universalmente riconosciuto come di scarsissimo interesse artistico e musicale. Più ancora di “Oceania”, il quale ha mancato più che tutto il successo commerciale di massa.

La premessa, ribadita da Caliandro, è sempre la stessa:

il livellamento e il conformismo culturale si sono spinti talmente avanti che l’avanguardia e l’opera “interessante” non sono neanche più riconoscibili in quanto tali, ma vengono confusi con il rumore di fondo, con il rumore bianco.

Lo svolgimento prende in prestito le parole di quello che dovrebbe essere un esperto di quel genere di musica, e cioè Alex Skolnick, il chitarrista dei Testament, il quale sul suo blog personale all’epoca dell’uscita di “Lulu” aveva postato che dischi come quello si rivelano interessanti:

unicamente come fenomeni da osservare, ponderare e discutere, piuttosto che da ascoltare [il cui senso è] quello di un’opera d’arte destinata ad essere apprezzata come una strana installazione in un museo, qualcosa che vi fermate a guardare ma che probabilmente non vi mettereste in casa, a meno che non abbiate gusti eccentrici.

Un’opinione rispettabilissima, per quanto mi riguarda. E che forse coglie più nel segno di quanto afferma poi Caliandro quando dice che Skolnick nella sua analisi ha separato troppo l’arte dal resto della produzione (musicale, ovvio) dei Metallica, della quale “Lulu” non rappresenterebbe un caso estemporaneo (quale evidentemente è), bensì «un risultato significativo dell’evoluzione creativa iniziata nel 1981». E qui un po’ viene da trasecolare: anche tracciando un’ipotetica mappa dell’evoluzione stilistica dei Metallica, è fin troppo chiaro che il loro percorso musicale non era minimamente destinato ad incrociare gli ambienti sonori di “Lulu”, il quale rimane — con buona pace di Caliandro, e per stessa ammissione dei diretti protagonisti già pronti a tornare a fare altro — un progetto estemporaneo. Ambizioso o artistico quanto si vuole, ma poco significativo della scala evolutiva (musicale) e dei Metallica e di Lou Reed.

Se “Lulu” non ha avuto il successo che secondo Caliandro meritava, non è per un livellamento verso il basso dei gusti del pubblico. Ma solo perché se paragonato alle esperienze musicali precedenti dei due protagonisti del progetto, ciascuno nel proprio campo, era qualcosa di imbarazzante, di totalmente folle. Un gesto artistico? Forse. L’avanguardia che non è stata riconosciuta? Non scherziamo. Tolto il concept di fondo, interessante quanto si vuole, “Lulu” non era nient’altro che la sovrapposizione di due elementi differenti: il riffing monotono (e sottotono) dei Metallica, con una specie di declamazione beatnik di Lou Reed. Una emulsione, e di quelle di cui si direbbe che sono impazzite. La fusione tra i due elementi non è mai avvenuta. Come prodotto musicale, di interesse scarsissimo. Altro che oggetto artistico.

Se Caliandro avesse voluto affrontare, magari per tempo, il caso “Lulu”, avrebbe potuto buttare un occhio su quanto scritto lo scorso anno su The Mire, il blog del magazine The Wire. “Lulù” è risultato, del tutto inaspettatamente, nono nella classifica finale dei migliori dischi del 2011 secondo lo staff della pubblicazione, scatenando le ire dei lettori, i quali contestavano l’alta posizione sulla base di motivi assolutamente differenti rispetto a quelli del mondo del rock tradizionale. Lettori, è bene ricordarlo, che non sono soliti ragionare — per dirla con Caliandro — «con codici e convenzioni molto rigidi e standardizzati», o che confondono l’avanguardia con il rumore bianco — se non altro perché sono lettori avvezzi all’ascolto di dischi realmente scolpiti nel rumore bianco. Su una delle più importanti riviste di cultura musicale contemporanea si era delineata questa situazione: lettori imbizzarriti perché a loro dire il disco faceva schifo, e staff che difendeva la scelta. Con un certo orgolgio, ma senza accusare nessuno di non essere abbastanza addestrato al riconoscimento di capolavori, o altre sciocchezze. Solamente difendendo, da posizioni incomprensibili ai più, il prodotto da un punto di vista musicale, e sottolineando come la parte più interessante fosse l’apporto di Reed anziché la backing band dei Metallica (vedere la recensione di David Keenan sul numero 334, December 2011). Nonostante a tutti sarebbe poi apparso il contrario, Caliandro compreso visto che si concentra maggiormente la sua analisi sui Metallica. Nel pezzo su Artribune, “Lulu” è invece trattato come oggetto artistico a prescindere, ma non c’è mezza riga che spieghi perché la musica in esso contenuta sarebbe un capolavoro e non una cazzimma.

[youtube http://www.youtube.com/watch?v=fJlU_9Vyvqs&w=560&h=315]

Un prodotto del genere, ai nostri giorni, con quelle banalissime parti di batteria suonate da Lars Ulrich, può essere considerato interessante?

Trojan, che si dipingeva il volto come fosse un Picasso.

Princess Julia è una delle più celebri reduci della scena dei club londinesi degli anni ’80. Dj, giornalista, music editor della bibbia i-D, ha avuto anche un momento di celebrità al di fuori del circuito londinese come protagonista del video di “Fade To Grey” dei Visage. Proprio sull’ultimo numero di i-D (The Role Mode issue, no. 321, fall 2012) ha scritto dell’imminente mostra che l’ICA di Londra ha dedicato a Trojan (“Works on Paper”, fino al 18 novembre). Trojan, pseudonimo col quale era conosciuto Gary Barnes, era uno dei personaggi più eccentrici e geniali apparsi negli anni Ottanta nei circuiti più cool della capitale del Regno Unito. I suoi innumerevoli travestimenti, e il suo lavoro artistico, purtroppo non hanno avuto il giusto merito che spettava nel resto del mondo.

Cercando in rete mi sono imbattuto in questo bellissimo articolo, pubblicato nel 1986 immediatamente dopo alla sua morta per overdose, nella ormai defunta The Face. Merita una lettura, per capire che personaggio fosse Trojan, e quale eredità ha lasciato la sua breve, ma intensa, meteora.

Noi giovanotti squattrinati la sera andavamo a ballare al Santa Tecla.

ballo

Sia lodato Giorgio Dell’Arti. Il quale confeziona l’edizione del lunedì del Foglio, chiamato anche per l’occasione «Foglio dei Fogli» o «Foglio rosa», per via della carta color salmone sulla quale è stampato. Esso raccoglie il meglio dei giornali italiani della settimana precedente (a parte qualche sparuta eccezione più in là col tempo), insieme a colonnini (da non perdere quello di cronaca nera) e ad altre rubriche sempre frutto di collage di varie testate, secondo una logica descritta proprio da Dell’Arti tanto tempo fa:

sui giornali esce tanta roba di qualità che si perde nel mare delle cose meno buone. Su cento pagine di quotidiano, novanta sono dimenticabili, nove importanti, almeno una potrebbe smuovere la storia della letteratura. Ho mostrato dove volevo arrivare: una sequenza di materiale destrutturato, dalla prima colonna fino all’ultima pagina: pezzi interi, brani riassunti, amori e delitti. Ma con una logica di montaggio.

[Il Foglio, 12.02.2004, p. 2]

L’edizione di oggi 15 ottobre non aveva la solita apertura sull’argomento caldo realizzata prendendo pezzi da varie testate ma — e per questo dico sia lodato — la riproposizione di un articolo fiume di Umberto Eco uscito su Repubblica sabato scorso. Un articolo di sicura qualità, garantita del resto dall’estensore, ma dai contenuti che mi hanno fatto sobbalzare sulla sedia.

Oggetto del pezzo: ah, come si stava bene a Milano nel 1954 quando ci arrivai io pensando di poter andare a teatro tutte le sere con i biglietti gratis che gli autori e i registi della televisione (di stato) ci procuravano, e quanto è invece una città corrotta e impresentabile da una trentina d’anni a questa parte. Dopo lo svolgimento, a metà tra l’autobiografia romanzata e il romanzo autobiografico, arriva la conclusione moralista. Come fare, infatti, per isolare tutti quelli che insozzano la (ex?) capitale morale d’Italia con la loro presenza? Il consiglio del Professore è lungimirante: ritirarsi a vita «proba e riservata» [sic!], e mobbizzare gli sozzi:

riduciamo le nostre frequentazioni, stabiliamo una sorta di mobbing nei confronti di tutti coloro che ci paiono spendere con troppa disinvoltura o cambiano macchina con troppa frequenza. […] Si potrebbe arrivare, a lungo andare, alla manifestazione evidente del comportamento di una parte della popolazione che non accetta più certe frequenze, che si sottrae con noncuranza all’interessamento spesso affettuoso di chi vorrebbe a copertura della propria vita pubblica e privata.

Fino al colpo di genio finale, ricordo di quanto gli diceva suo padre da giovane:

se qualcuno vuole darmi qualcosa che non mi pare aver meritato, tanto per cominciare io chiamo i carabinieri.

Tutto questo, inutile da dire, è abbastanza grottesco. Senza arrivare a quanto faceva notare un lettore di Dagospia [14.10.2012] sul predicare bene e razzolare così così, si può dire che quanto scritto è il solito vecchio discorso già sentito mille volte e culminato nella riunione dei puritani del Palasharp di qualche tempo fa, dove venne messo un ragazzino a criticare i comportamenti di un ex Presidente del Consiglio e si consigliò a tutti di leggere Kant la sera prima di coricarsi, al posto di fare varie altre attività ricreative.

Soprattutto, questo articolo è il culmine di uno dei più grandi problemi dell’Italia: la cultura del sospetto, la presunzione di colpevolezza. La spocchia, infine, di chiamare i carabinieri se qualcuno vuole darci qualcosa che noi pensiamo («mi pare») di non aver meritato. L’anticamera del pregiudizio, declinata in modo solo più aulico. Il modo sottile di voler imporre a tutto il pensiero più corretto, quello più morale. Il pensiero unico.

Un paio di pensierini non richiesti su Veltroni e il Pd.

La domenica non bisognerebbe fare annunci epocali. Nemmeno riedizioni di annunci epocali, come quello che ha fatto Walter Veltroni oggi: “non mi ricandiderò alla Camera”. Non ha specificato, questa volta, se andrà o meno in Africa, e sinceramente poco ci frega. Però pare essere la notizia del giorno, quella su cui domani molti giornali faranno le aperture — ecco perché, Walter, annunci del genere non vanno fatti la domenica: chi mai li legge i giornali il lunedì?, e tanto più che oggi nemmeno c’era il campionato. Vabbé.

L’annuncio è però di quelli ghiotti, e forse val la pena agganciarsi ad esso e azzardare due righe due sullo stato del Pd. Rubricare affettuosamente il tutto sotto la voce “consigli non richiesti”, anche se non si tratta di consigli, ma di semplici pensierini.

La storia è questa. Veltroni è un uomo che, politicamente, avrà anche tanti demeriti, e non lesino dal riconoscerglieli tutti. Però, va detto, ha anche un grande merito: l’aver provato realmente a dare una veste nuova alla sinistra italiana, per via di quel Pd a “vocazione maggioritaria” da lui progettato che ha avuto come enorme e unico risultato quello di tenere fuori i comunisti dal parlamento italiano per la prima volta. Ah, dimenticavo: quella volta il Pd, che certo le aveva prese sonoramente da Berlusconi, stava intorno al 32% su scala nazionale, e cioè cifre per le quali alle prossime elezioni Bersani si giocherebbe anche la casa. Bene, oggi Veltroni dice che non si ricandiderà più. Sì, lo so, l’aveva già detto e poi abbiamo visto come è andata a finire. Non ricordo quella volta, ma questa volta il motivo per cui l’ha detto è semplice: Massimo D’Alema, ovvero il suo arcinemico di sempre, ha fatto intendere che col piffero che non si ricandiderà più, lui, anche se è in parlamento da una vita, per la semplice ragione che lui i voti li ha e chissenefrega (il testuale era sottilmente diverso, ma il significato drammaticamente identico).

Ed è qui che arrivo alle osservazioni sul Pd di oggi, tanto diverso da quello che fu di Veltroni. Un partito che è governativo, facendo parte della “strana maggioranza” che appoggia il governo Monti, ma che sta conducendo una campagna elettorale manco fosse il più arcigno tra i partiti all’opposizione, perché ha paura che un Vendola o un Di Pietro (e, certo, un Grillo) gli rubino voti. Un partito che ha, fortunatamente dal punto di vista moderato, mandato all’aria un’alleanza politica con i centristi perché la vecchia base comunista aveva mugugnato (e poi per il motivo dei voti portati via di cui sopra), ma che ha abbracciato Vendola (per lo stesso motivo di cui sopra, ancora) relegando a una sola riga e mezza morsicata nella carta degli intenti la sua attività governativa di oggi. Il Pd di oggi è un partito che ha ristabilito quell’alleanza che, con ogni probabilità, riporterà l’estrema sinistra nel parlamento italiano.
Soprattutto un partito che — e qui siamo all’assurdo — sembra schifare i voti che potrebbero arrivare dai simpatizzanti di Renzi, perché che il sindaco di Firenze vinca le primarie evidentemente non è possibile, non deve succedere e poveri noi. Allora si cerca di impedire che ciò possa avvenire complicando la vita, e obbligando l’eventuale simpatizzante di Renzi che mai ha votato a sinistra (ma che, attenzione, questa volta potrebbe pure farlo), a iscriversi ad un registro in cui dichiara la sua appartenenza a quello schieramento ancora prima che il suo eventuale candidato vinca alcunché. Ditemi voi se questo è l’atteggiamento di un partito come quello Democratico, o non più quello di un club di taglio e cucito nato un mese fa e che ora è deciso nell’azione di scendere in politica. E’ la prima volta, a memoria, che un partito non vuole prendere i voti di chi la volta precedente ha votato da un’altra parte. Roba che a raccontarla nelle scuole di formazione politica non si direbbe che è farina proveniente dal sacco di quadri formati alle Frattocchie.

Il fatto è che questi ci credono. Cioè, Bersani crede davvero di poter essere il prossimo Presidente del Consiglio italiano. E di poterlo fare in alleanza con Vendola, cioè con la Cgil. E, statene certi, tra un po’ arriverà anche Di Pietro, ovvero il peggior giustizialismo italiano. A me sembra tanto una riedizione dell’Unione prodiana, dove erano una decina a decidere l’agenda del governo, e sono stati i due peggiori anni della storia repubblicana italiana. Ma io, dico, io sono un esponente del “campo avverso”, per dirla con il ritirante Veltroni.

[fondo di magazzino] la gente i dischi li comprerebbe ancora, se solo voi li sapeste produrre.

Pubblico su questo sito gli appunti di un discorso che avrei dovuto tenere qualche mese fa e di cui poi non se n’è fatto più niente. Avrei potuto articolarlo meglio, avendolo interrotto nel momento in cui mi è stato detto “è saltato tutto, ci spiace”. Ma il file giaceva nella cartella delle bozze da troppo tempo, e rimetterci mano ora avrebbe significato buttare via molto di quanto scritto. E tra il cestino e il blog ho scelto il blog. Prendetelo per quello che è: una specie di fondo di magazzino. (g.m.)

* * *

Si sente dire sempre più spesso che «la gente non compra più i dischi». Non è ovviamente vero: la gente compra ancora i dischi, altrimenti non staremmo qui a discutere. Certo è che lo fa con una frequenza immensamente inferiore rispetto a un tempo e per diversi motivi, alcuni dei quali non hanno niente a che vedere con la musica, col suo stato di salute e con la fama di cui gode. C’è da dire anche un’altra cosa: chi acquista sempre meno dischi (o non li acquista affatto) potrebbe anche non essere la stessa persona che vent’anni fa si recava regolarmente nei negozi di dischi (o non si recava affatto, perché il «una volta era diverso» è un po’ vero ma anche un po’ una storiella).
Rimane un problema: persino gli addetti ai lavori comprano meno dischi. Anche chi è professionalmente nel mondo dell’industria musicale (o nel grande indotto che questa genera) tende a spendere meno in prodotti discografici, o a sviluppare un odio generalizzato e semplificatorio verso l’industria, al quale fa da contraltare un elogio spericolato del file sharing. Tutto ciò può sembrare anche un po’ paradossale: come se un salumiere o un barista smettessero di comprare il prosciutto, o di bere caffé. Continue reading →

La bugia della pensione a Nicole Minetti.

Ci sono mille buone ragioni per denunciare come scandaloso il fatto che un consigliere regionale, dopo solo un mandato, maturi i requisiti per una pensione di 1.300 euro al mese. Una di queste non è, però, che il consigliere in questioni si chiami Nicole Minetti. Quello che si è scatenato in queste ore in rete, con il solito tam tam del popolo dei contrari a tutto (o, per usare una più gentile definizione coniata qualche giorno fa dal Foglio, “chiasso degli onesti”) è invece altrettanto scandaloso. Anzi, è vergognoso. Perché parte da una giusta causa e poi crolla penosamente nel personalizzare una questione e nel dar via all’ennesima campagna di odio. Sapendo, tra l’altro, di mentire e giocando sul non detto molta parte della sua efficace espansione.

La personalizzazione, va da sé, riguarda il fatto che tutto è ricondotto a Nicole Minetti, e adesso accusatemi pure (ingiustamente) di voler difendere l’indifendibile. Ma Nicole Minetti, siamo pronti a scommettere, non è la sola in consiglio regionale che tra 10 giorni maturerà il diritto al vitalizio (per questo se ne chiedono le dimissioni entro quella data). Come se la Minetti stesse lì a rubare qualcosa se non si dimette prima. Le ragioni che l’hanno portata ad essere eletta, probabilmente, sono altre e nemmeno quelle che il popolo della rete si è arrogato il diritto di conoscere. Ma non c’entra più; c’entra il fatto che, essendo lei balzata alla cronaca, ora si trova nella condizione di rinunciare ad un qualcosa che spetta a lei (come ad altri) per legge. Ecco, magari impegniamoci un po’ di più e facciamo una battaglia per denunciare la stortura di una legge, o forse ricordiamoci di quando la demagogia non ci scorreva così copiosamente nelle vene, e dei vitalizi dei consiglieri (regionali, provinciali, dei parlamentari, di tutti) ce ne fregava meno di zero — perché è esistito anche quel tempo, non troppo fa. E facciamo tutti un po’ di autocritica.

La cosa senz’altro più grave è, però, il mentire sapendo di farlo. Tirando in causa il solito marziano al quale, essendo arrivato oggi sul pianeta terra, vanno spiegate le cose, gli si vorrebbe far capire questo: tra 10 giorni la Minetti ogni mese riceverà un assegno dalla regione Lombardia di 1.300 euro. Fate un giro su Facebook, su Twitter, sui siti viola e di ogni altro tipo di colore incazzato, e ditemi se trovate scritto altro oltre a ciò. Il problema è che non corrisponde minimamente alla verità. Nicole Minetti quella cifra la prenderà, se la prenderà, una volta compiuti i 60 anni, secondo quanto dice la legge regionale della Lombardia n. 12 del 20 marzo 1995, e solo — ovviamente — se in linea col pagamento di tutti i contributi. Io l’ho trovato scritto, in rete, solo su Giornalettismo; mentre sarebbe stata la parte da scrivere in grassetto, prima ancora di spiegare i motivi della protesta. Solo — mi rendo conto — lo sputtanamento, la “macchina del fango” così sempre celermente denunciata quando a metterla in moto sono però gli altri, perderebbe tutta la sua portata.

Facendo una chiosa, si potrebbe anche aggiungere che, visti i tempi che corrono, non è nemmeno detto che a 60 anni la Minetti prenderà ciò che le spetta. Le spetta — capito? — e siccome le spetta che diritto abbiano noi di chiederle di rinunciare? In quanto cittadini ed elettori, altri sono i diritti di cui godiamo, tra i quali il chiedere ai nostri rappresentanti un rendiconto di ciò che fanno o, come più plausibile in questo caso, non fanno. Ma non quello di decidere che da una parte ci sono i buoni, che vanno in pensione, e dall’altra i cattivi che non la possono prendere, secondo una divisione i cui motivi la maggior parte dei protestanti nemmeno conosce, pur ripetendoli a vanvera come uno stormo di pappagalli impazziti.

Sono anni che mi sento ripetere che la pensione, noi, probabilmente non la vedremo mai. Forse anche perché stiamo già pagando quella di chi a 40 anni è realmente andato in pensione, con scappatoie dal mondo del lavoro che hanno dell’assurdo, e se già ora le casse dell’Inps non sono messe bene, figuriamoci tra decenni. Ma su Facebook di tutto ciò non ho letto nemmeno mezza riga, anche stando lì a ravanare per ore nella merda in cerca di qualcosa.