Il peggior modo di farsi dimenticare è quello di procrastinare l’addio.

Io credo che ad un certo punto uno possa anche fare armi e bagagli, e sparire dalla scena. In due modi: discreto, senza proclami né piagnistei; oppure, con un evento che celebri l’evento — il gioco di parole che mi sono perso ma, ne sono sicuro, sta da qualche parte, me lo recapiterà via mail il gentile lettore.

Il modo peggiore per uscire di scena, rimanendoci, è quello di dar vita ad inutili polveroni artistici. Tori Amos — tanti anni fa avrei detto: strafulminatemi se ne parlo male — ha scelto questa modalità, e procrastina nel tentativo di ritrovare se stessa già da qualche anno. Le ultime cose che da queste parti si ricordano volentieri di lei risalgono all’anno 2007, col disco American Doll Posse. Lì, dove in molti già parlavano di declino, si ascoltava qualcosa di ancora grandioso; c’erano frizzi e lazzi che procuravano ancora una certa goduria. Dopo, il vuoto. Un disco, Abnormally Attracted To Sin, ricalcato sulla scia del precedente, in cui la Amos si cimentava ancora nel formato canzone che l’ha resa celebra. E poi il tentativo barocco, palloccoloso e pretenzioso rappresentato dal successivo Night Of Hunters, pubblicato dalla Deutsche Grammophon (o, meglio, da ciò che rimane del glorioso marchio) e prodotto con un orchestra da camera, e disseminato qua e là di variazioni sul tema di celebre opere classiche. Intenzione già di per sé fastidiosa: si citino, tra gli innumerevoli tentativi degli ultimi 40 anni, quei due o tre dischi che, non diciamo “capolavori”, almeno hanno posseduto una loro dignità, prodotti da un gruppo/solista proveniente dal mondo pop/rock (rock, soprattutto, è dove si sono ascoltati i peggiori obbrobri nel genere) che incontrava il mondo delle orchestre classiche, più o meno ampie.

(Ho volutamente saltato un passaggio, quello del disco più o meno invernale o più o meno natalizio: Midwinter Graces. Se il giudizio espresso dai risultati del connubio tra pop e orchestra è quello esposto qualche riga sopra, potete immaginarvi cosa penso dei dischi di Natale. Si potrebbe ottenere lo stesso risultato economico salvando la faccia e chiedendo ai fan di aprire il portafogli per nulla. A volte questi lo farebbero più volentieri rispetto a quanto già fanno per ascoltare certe porcherie).

Fino a questa settimana, dove sempre per Deutsche Grammophon (o, meglio, sempre per ciò che rimane del glorioso marchio) è uscito Gold Dust. Ricicciare nel ricicciare: anche qui è tutto barocco, palloccoloso e pretenzioso, con il sovramercato di aver già ascoltato tutto, trattandosi di rivisitazioni di suoi vecchi brani più o meno celeberi. Aggiungere altro sarebbe davvero troppo: in questo caso mettersi a fare un’analisi del disco, della produzione, degli arrangiamenti dei singoli pezzi, aggiungerebbe solamente pesantezza a pesantezza, polvere a polverone.

Lei intanto rimane lì, sempre divina, questa volta che guarda dal finestrino di un taxi, indecisa se rimanere e provare a stupire ancora, o andarsene senza più doverci far ascoltare certi tentativi maldestri di esposizione di ogni tipo di aridità artistica, mischiati alla pretesa di trovare la quadratura di un cerchio impossibile da inquadrare — vale il discorso di prima: anche questo gioco di parole, se lo trovate, mandatemelo via mail, ché io sono troppo frastornato per cercarlo.

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