Archivio mensile:Gennaio 2013

Ruzzle nella campagna elettorale.

Ruzzle, la versione moderna dello Scarabeo, è il talk of the town degli ultimi due giorni. Complici i media che hanno parlato del suo exploit in modo massiccio, sembra essere entrato pesantemente anche nella campagna elettorale italiana.

Due sono gli spot che girano e che hanno questo social-game come protagonista assoluto: uno di Sel e l’altro del Partito Democratico. D’altronde, chi più della sinistra è sempre stato in grado di arruffianare i gusti dei più giovani? Nessuno, anche se fa nulla se i tempi sono cambiati e oggi c’è meno voglia di vedere anche un app telefonica strumentalizzata in chiave politica.

Comunque, due spot. Nel primo, quello del partito di Vendola, 30 dei 45 secondi di durata totale sono utilizzati per elencare i nomi dei leader politici genericamente “di destra”: da Berlusconi a Monti passando per Fini e anche per quel Casini che di Vendola sembra essere il nemico (politico) numero uno, dato che con il suo celebre doppiogiochismo sta cercando di ipotecarsi il suo bel ruolo di sponda politica del Pd al senato.

La logica che sottosta a questo spot è quanto di più incomprensibile possa esserci. Al di là dello strizzare l’occhio ad un giochino accativante, al suo interno ci sono tutti i motivi per cui la sinistra fa fatica a imporsi nella campagna elettorale: anziché parlare di essa, perde più della metà del tempo a disposizione a parlare degli altri, quelli che sarebbero i suoi avversari, avvitandosi in una logica di comunicazione suicida.

Nel secondo spot, il partito di Bersani la mette più sulle spicce: in un ipotetico confronto tra il leader del Pd e Berlusconi, il primo vince sul secondo con il termine “diritti”, a quanto pare determinante nelle differenze tra i due schieramenti.

Ruzzle_pd

Qui la pochezza dello spot si nota ancora di più: la sfida è ridotta a due e incentrata sulle parole chiave con le quali il Pd dovrebbe vincere le elezioni. L’impressione che ne deriva è quella di un rincorrere l’altro spot per non sfigurare. Cioè il peggio che possa capitare: si copia un’idea e, la maggior parte delle volte, la si copia anche male.

Casualità musicali.

Finalmente è online l’articolo che Mark Fell (immischiato in mille progetti, tra cui gli strabilianti SND) ha scritto per la serie Collateral Damage di The Wire. Attraverso una serie di ricostruzioni e aneddoti, descrive come la limitazione tecnologica insita nell’apparecchiatura musicale non deve essere vista come una limitazione ma, al contrario, come uno stimolo alla creatività. Se così non fosse, molti dei suoni che oggi ascoltiamo non sarebbero mai stati prodotti. Come, ad esempio, il classico timbro dell’Acid House:

Let’s skip forward a few years to 1987, to the arrival of Acid House, and another interview on British TV, which tells a very different story. Here, Earl Smith Junior (aka Spanky) and Nathaniel Pierre Jones (aka DJ Pierre), collectively known as Phuture, describe the making of “Acid Tracks”, widely regarded as the first Acid House record. The story goes that neither of them knew how to use the Roland TB303, which was in those days a more or less ignored little synthesizer known for its astonishingly bad imitation of the bass guitar. Pierre explains how he couldn’t figure out how to work the 303 – it didn’t come with a manual – so he just started to turn the knobs.

The result became the sonic signature of Acid House – not just the familiar squelchy Acid sound (which often steals the limelight in the Acid House story) but also to the repeating musical sequence, the use of accents, portamento and varying note lengths. When Pierre talks about “not being able to figure out the thing”, I think he’s referring primarily to the 303’s convoluted step time sequencer, which is much less familiar than the filter and envelope controls common to many synths of that era.

No, cioè sì.

Che la toppa sia peggio del buco te ne accorgi subito dal fatto che Bersani e D’Alema hanno due idee, per così dire, discordanti sul ruolo del Partito Democratico nel Monte dei Paschi di Siena.

Inutile aggiungere, come chiosa, che fosse capitato a qualunque altro partito, la contraddizione sarebbe ben evidenziata in ogni dove. Mentre dove dobbiamo cercarla oggi è in ogni sito internet, giornale, telegiornale. Facendo tra l’altro una fatica boia.

Non è delazione – ci mancherebbe altro.

Io non so quasi nulla della politica di Apple sulle applicazioni che vende nell’AppStore. Quel poco che so mi viene dall’esperienza diretta nell’utilizzo di un iPad e dalla lettura di quei 3-4 mila tra siti tecnologici, sezioni tech di siti generalisti, feed rss e tweet. Insomma, potrei anche bluffare.

Ciò non toglie che non riesca a comprendere per quale motivo l’applicazione della piattaforma di condivisione di fotografie 500px sia stata rimossa dallo store di Apple. Cioè, le motivazioni ufficiali rilasciate dall’azienda:

The app was removed from the App Store for featuring pornographic images and material, a clear violation of our guidelines

sono perfettamente coerenti con le linee guida.

Ora manca solo che avvisino i tizi di Tumblr che, tramite la loro applicazione disponibile su tutti i dispositivi dotati di iOS, è possibile fare la ricerca di tante di quelle piastrelle che basterebbero da qui all’eternità.

Stampare un edificio in 3-D

landscape_house

Progettare un edificio e stamparlo in 3-D. Quella che sembra essere non tanto un’utopia quanto una proiezione da un futuro non si capisce nemmeno quanto remoto, rischia invece di essere molto più vicina alla realtà di quanto si possa immaginare.

Alla base di tutto c’è un ingegnere italiano, Enrico Dini. La cui stampante D-Shape sarà infatti usata per “costruire” un edificio vero. Non un oggetto, nemmeno una stanza (che sarebbe già un bel traquardo): no, una struttura vera e propria, di quelle che di solito si fanno partendo dalle fondamenta e utilizzando abbondanti dosi di cemento armato. E’ la prima volta che questo succede, e di colpo ciò che ancora non è vista come un’invenzione “di massa” sposta l’asticella avanti di parecchie tacche.

L’idea è venuta allo studio olandese Universe Architecture, dell’architetto Janjaap Ruijssenaars. L’edificio, il cui nome è Landscape House, non sarà un semplice palazzo, bensì una struttura con la forma dell’anello di Moebius, quindi in perfetta “continuità”: una piccola parte sarà posta sottoterra, mentre l’altra dà l’idea di “emergere” dalla superficie. Il claim del progetto è in linea con l’idea: “Può la costruzione essere natura? Quando il dentro e il fuori si fondono, non c’è inizio e non c’è fine” — siamo a metà strada tra la fantascienza e il marketing ad effetto.

Il materiale utilizzato sarà quello tipico delle stampanti 3-d: una speciale sabbia trattata con vari agenti chimici. Solo successivamente alla “stampa” dei pezzi che andranno a comporre il tutto (parlare di costruzione, infatti, non ha più molto senso) questi saranno trattati con del cemento per garantire maggiore solidità.

Oliver Wainwright, critico d’architettura del Guardian, si chiede quanto questo tipo di visioni possano essere interessanti. Il discorso, infatti, non riguarda tanto il fatto — garantisce Dini — che in questo modo “non ci saranno più muratori a limitare le visioni degli architetti” (il che potrebbe comunque aprire un discorso su come e quanto certe visioni  è positivo siano modellate dallo scontro con i limiti della realtà), piuttosto si concentra sulla facilità con cui l’operazione viene presentata. L’ingegnere italiano afferma infatti che, d’ora in avanti, basterà “premere play sul computer”:

But the question remains: is speeding up the process from concept design to built reality an entirely welcome change? In a world where scaleless computer-generated forms can be summoned so quickly from the inky black depths of the screen, free from context, what might “simply pressing ‘enter'” lead to?

Come il Guardian.

Così Roberto Napoletano, sull’unione delle redazioni cartacee e digitale al Sole 24 Ore.

Abbiamo smesso di pensare separatamente in termini di carta e di digitale e abbiamo organizzato la redazione in un’unica newsroom, operativa dall’alba alla notte con un solo super-desk, per mettere in comune i saperi e declinarli, in modo identitario e finalizzato a rispondere alle specifiche domande, nei singoli mezzi. il Sole 24 Ore sarà aperto 24 su 24, la prima riunione del super desk carta-online è alle 9.30, la prima edizione cartacea chiude alle 22 e la seconda alle 24.

Dove l’ho già sentita?

Corriere_monti

Non è che ci speri, perché lasci che siano gli altri ad illudersi. Solo che, dato il personaggio, t’immagini che in certe dichiarazioni non cada. Mica perché lui è migliore degli altri — dove mi auguro che “migliore degli altri” non sia letto con la solita lente dell’antipolitica: non sono il tipo. Solo perché l’aplomb non glielo permette. E poi, suvvia, ci si aspetta la critica costruttiva, non l’opposizione. Soprattutto se c’è una certa contiguità di provenienza.

E invece niente: Wolfgang Munchau, l’editorialista del Financial Times che ha scritto che Mario Monti ha alzato le tasse e poco altro, “è schierato”.

Edit — su Twitter il direttore del quotidiano britannico ha detto che intervisterà Mario Monti giovedì prossimo e che staserà andrà online una dura lettera del Presidente del Consiglio Italiano in replica alle accuse della column di Munchau. Ritiro parzialmente (perché si replica nelle sedi ufficiali, prima di tutto) quanto scritto sopra.

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Robert Fisk su Argo.

Robert Fisk, l’inviato in Medio Oriente dell’Independent spesso accusato di essere un po’ troppo moralista e partigiano, scrive un bell’articolo sul film Argo. Mette l’accento su un po’ di cose che secondo lui non funzionano nel film (compreso qualche blooper: a quei tempi — scrive — all’aeroporto di Teheran non c’erano i computer). Anche se poi si complimenta per la cosa che emerge di più nella pellicola, e cioè la veridicità della descrizione del clima di quei giorni:

it does – chillingly and with enormous veracity – capture the mood of suspicion and savage vengeance in post-revolutionary Tehran. Suspected members of the former regime were shot down in prison yards, pleading with pathetic smiles and great fear with the men who were about to murder them. Men were executed in the streets of Iran, hanging from cranes – although the original executions were carried out in prison and crane hangings were normally provided for “convicted” drug smugglers.

i Davide della musica contro i Golia della vendita.

In un articolo sul Corriere della Sera [20.01.2013 – p. 31, non esiste un link] Caterina Caselli si lancia in un’appassionante difesa del copyright. Il che, in punta di diritto e obiettivamente, è una difesa che ci si aspetta da chiunque, a maggior ragione da un discografico ed editore.

Come in molti degli interventi di questo tipo scritti dagli “addetti ai lavori” dell’industria discografica, vengono snocciolate le cause che hanno portato l’industria stessa al collasso: la pirateria musicale che lavora a larga scala grazie ad internet, soprattutto; e il presunto doppio-gioco dei “giganti del web” che a parole dicono di volerla combattere mentre nei fatti la “finanziano” (scrive proprio così Caselli). Purtroppo in questi interventi non viene mai — mai! — fatta una piccola auto-critica su come la stessa industria sia rimasta, in tutti questi anni, fondamentalmente ferma a vedere le macerie che cascavano e non abbia provato a trovare delle soluzioni (qualcosa nelle realtà più piccole è successa, in verità) ma solo cavalcato qualunque cosa le garantisse un minimo di ritorno economico sul brevissimo periodo. Perché il discorso che meno soldi all’industria significa meno investimento sugli artisti è vero; ma è vero anche che con gli introiti dei cantanti di X Factor (a titolo generale, non so nemmeno se in Sugar ce ne sia uno) non si rilancia un’industria agonizzante, né si hanno a cuore le magnifiche sorti e progressive della cultura musicale italiana. E’ però un discorso troppo lungo e legato anche a fattori sociologici (leggi: il cambiamento nelle abitudini d’ascolto) che richiederebbe spazio e tempo per essere affrontato.

Ciò che non ho condiviso minimanente nel discorso di Caterina Caselli è l’aver fatto un minestrone indigesto delle cause, mischiando la pirateria con le questioni fiscali dei grandi colossi di vendita. Scrive infatti:

Insomma, meno risorse per tutti, anche per i cittadini. Ma non per i colossi del Web che sanno come sfruttare al meglio le contraddizioni di una Europa che accetta nell’Unione Paesi a fiscalità differenziata, permettendo alle multinazionali di stabilire la sede legale nel Paese dove conviene loro. Qui fanno i profitti (tanti), lì pagano le tase (poche).

La storiella è un po’ quella della caccia ad Amazon e al fatto che non pagherebbe (condizionale!) le tasse come dovrebbe. Il che è una storiella finta, ovvio. Amazon le tasse le paga e non può essere colpevole di non pagare quanto qualcuno — vai a capire perché — vorrebbe fargli pagare in penitenza di chissà cosa. Ci si dimentica un po’ troppo spesso del fatto che aziende come Amazon nel paese in cui insediano una filiale (non nel paese dove hanno la residenza fiscale!) danno da lavorare a migliaia di persone, considerando l’indotto, e creano dunque gettito fiscale.

Leggendo l’articolo di Caterina Caselli sembrerebbe invece che l’industria musicale sia in crisi, oltre che per la pirateria, per via dell’esistenza di non meglio specificati “colossi del web” che altro non fanno se non vendere i prodotti dell’industria stessa. Boh, mi viene il mal di testa.