Febbraio 9, 2013

best (?) new (sic!) music.

My Bloody Valentine collect an award for their album Loveless in 2008

Oggi pomeriggio l’ho fatto. Mi ci sono mezzo di buzzo buono e ho ascoltato attentamente m b v, il nuovo disco dei My Bloody Valentine.
La genesi del disco la conoscono tutti: doveva uscire una ventina di anni fa, Kevin Shields dichiarava da tempo (leggasi, almeno una quindicina di anni) che il disco era pronto e che, insomma, la pubblicazione sarebbe stata a breve. Poi invece è successo che sono uscite le ristampe di Isn’t Anything e Loveless — e anche lì tra l’annuncio e l’uscita di tempo ne è passato, sufficiente anche per invertire l’ordine dei dischi nella ristampa di Loveless: il secondo corrisponde alla ristampa originale del primo e il primo a quella dai nastri da mezzo pollice, viceversa rispetto a quanto scritto nel libretto.

Poi, improvvisamente, sabato scorso l’album è apparso in rete. Autoprodotto, ché non sono più i tempi di cambiare l’angolazione della musica pop e di uscire su un’etichetta figa come la Creation. La notizia ha fatto immediatamente il giro del mondo e il sito del gruppo, l’unico posto dove l’album è acquistabile fisicamente e in digitale, è crashato per ore. Non bastasse per far capire quanto l’attesa fosse elevata, nel giro di pochissimo tempo l’album ha ricevuto un’enorme quantità di voti su Rate Your Music ed è diventato “best new music” su Pitchfork (il link cercatevelo da voi, vado piuttosto di fretta).

Dicevo: mi ci sono messo e l’ho ascoltato. Non era la prima volta. Un paio di ascolti più o meno distratti li avevo già dati nei giorni scorsi, tanto bastava per farmi una prima negativa impressione. Best new music su Pitchfork, e ci sta per il tempio dell’hipsterismo musicale. Possiamo anche chiudere un orecchio e pensare che la musica contenuta in m b v non sia affatto malaccio — cosa che effettivamente non è: intendiamoci, il lavoro si fa ascoltare eccome. Mi concentrerei di più sull’aggettivo “new”. Ecco, non c’è nulla di nuovo che possa giustificare 22 anni di attesa. L’album ormai era diventato una barzelletta, sopravvissuto a quell’altra barzelletta che si chiama “Chinese Democracy” buttata fuori da un tizio che una volta cantava con i Guns ‘n Roses. Voglio dire: 22 anni e mi fai un disco identico a Loveless? Cioè, nemmeno identico a Loveless, che saprebbe già di capolavoro, muffo ma capolavoro — anche se io ho sempre preferito di più Isn’t Anything: avanti con gli insulti.

(Apro una parentesi che con il resto del discorso non c’entra nulla, per cui se non volete perdere il filo, saltatela a pie’ pari. La apro per spiegare perché, secondo me, Isn’t Anything è più bello di Loveless. Contiene Several Girls Galore, il brano in cui il basso non esiste se non alla fine, nell’ultimo ritornello, dopo che per oltre due minuti ogni battuta sembrava quella buona per farlo entrare ma niente, lui rimaneva fuori dallo spettro sonoro. E’ un vecchio trucco, direi mutuato dal sesso, per far esplodere il brano in ritardo e tenere incollato l’ascoltatore alla musica in attesa spasmodica, allo stesso modo in cui l’orgasmo esplode alla fine del rapporto. Ma è, soprattutto, uno di quei momenti che ti fanno comprendere la bellezza della musica e dell’ascolto. Come quando senti in radio, e capita sempre per sbaglio, Fool in the rain dei Led Zeppelin; o quando Joey Santiago suona quel riff — riff? — di chitarra esattamente tra il primo giro di basso e l’attacco di batteria in Debaser dei Pixies; o, ancora, come quando Thomas Koner sembra far esplodere i relitti di una guerra post-nucleare nel suo ultimo, meraviglioso, Novaya Zemlya dello scorso anno. Chiusa la parentesi)

Il fatto è che questo sembra un disco di scarti di Loveless, o forse c’entra solo che sono passati tanti, troppi anni, e una roba del genere oggi, nel 2013, ci sembra impossibile anziché irresistibile. Da Kevin Shields ci si aspettava un disco epocale, un disco in grado di cambiare ancora il corso della musica pop (come Brian Eno disse una volta del loro brano “Soon”); non un dischetto che ripercorre un lavoro del secolo scorso. Ditemi che è uno scherzo, che Shields si sentiva sotto pressione per via di un bluff al quale non riusciva più a resistere nemmeno lui — ma quale nuovo disco?, tutte balle!, non ho in cantiere nulla e ora vi raffazzono due vecchie demo che già all’epoca scartammo così la smettete di pressarmi.

Leggevo in rete, per sondare un po’ gli umori sul lavoro, umori che — meglio precisare — quasi mai coincidono con questi miei. E mi sono imbattuto in un vecchio articolo di Rolling Stone, edizione americana. Era il 1992, e Kevin Shields dichiarava che loro non avrebbero mai suonato meglio dei Beatles, anche se i My Bloody Valentine erano l’ora e i Beatles il passato:

if you play our thing and then play theirs, ours is different — ours is now and theirs is then.

Che è una frase bellissima, e veritiera e universale. E ho pensato che di tempo ne dev’essere passato davvero tanto, se anche uno dalla coerenza pressoché inappuntabile come lui ha deciso di rimangiarsi la parola data. Ora trovatemi un ragazzino di questi qui della nuova generazione che vada a dire a RS che loro non suoneranno mai come i MBV, però sono il suono di adesso e quello di Shields il suono di un paio di epoche fa. Poco importa, ormai, se hai rappresentato l’ultimo scossone realmente interessante nella musica pop (così sistemiamo anche quelli che i Nirvana sono stati l’ultima meraviglia). Hai avuto la possibilità di dire ancora la tua, per altro davanti ad una platea in trepidante attesa da oltre vent’anni, e ti sei comportato come la montagna che ha partorito il topolino – proverbiale.
Ci si potrebbe aggrappare agli ultimi brani, quelli che — proprio come il già citato “Soon” di Loveless” — strizzano l’occhio all’amore di Shileds per la jungle. Ma sarebbe una cazzata altrettanto anacronistica: non avrei perso tempo nemmeno se il nostro si fosse infatuato di dubstep, tanto l’avrei trovato antiquato. Figuriamoci anche solo prendere in considerazione un fenomeno musicale anch’esso di una ventina d’anni fa. Diciamo solo, allora, che i pezzi migliori sono quelli in cui canta Bilinda Butcher. Ma già lo sapevo che avrei preferito quelli.

Un pensiero su “best (?) new (sic!) music.

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