Dieci anni che sembrano secoli.

Raccontare i tempi di Napster, oggi, suona anacronistico come decantare la lode della musicassetta in macchina mentre si limonava. Sta di fatto che la fruizione musicale per come la conosciamo ora — qualcuno dice: per come si è conciata oggi — non sarebbe stata la stessa senza quel software (e tutti gli epigoni che ne seguirono, certo). In occasione del documentario Downloaded, la cui premiere sarà durante il prossimo SXSW film festival — sull’Observer Tom Lamont si lancia in qualcosa a metà tra il ripercorrere le tappe e il memoir su come la sua vita e quella di altre persone sia cambiata da quei giorni del 2000.

Per quanto impallidisca di fronte ad altri avvenimenti, a suo modo la scoperta di Napster conserva in ognuno di noi un ricordo simile a quello di altri e ben più importanti (talvolta anche gravi) avvenimenti. Tutti ci ricordiamo, infatti, la prima volta che abbiamo avuto accesso a quel software magico. Prima, scaricare musica da internet in quell’oscuro formato che si chiama Mp3, era una cosa da smanettoni professionisti; l’utente medio, infatti, spesso si doveva accontentare di un brano guadagnato con sofferenza non solo per via della velocità dei collegamenti, ma anche per la non facile reperibilità. Da Napster in poi, era come saccheggiare un supermercato con la merce ordinata sugli scaffali. E tutti ci ricordiamo la prima canzone che abbiamo scaricato.

Non sto facendo dela facile nostalgia mischiata all’apologia della pirateria. Il discorso, tra l’altro, sarebbe troppo complesso e ho provato a spiegarne non le motivazioni, ma quanto meno il mio punto di vista, altre volte. Rimane indubbio il senso di liberazione che non solo gli appassionati di musica, ma anche il semplice “ascoltatore medio”, provavano all’apertura del magico software. Improvvisamente ci siamo riempiti le case di cd-r pieni zeppi di files audio. Una volta scoperto che i cd-r da battaglia dopo qualche anno risultavano illeggibili, i più temerari si sono dotati di hard disk (e i più maniaci di ulteriori hard disk che fungevano da backup).

Personalmente, non ho mai smesso di comprare dischi. Continuo a farlo tutt’ora che l’ascolto musicale quasi gratuito è più che legalizzato (in questo momento, ad esempio, sto ascoltando un vecchio album dei Japan tramite Spotify) e devo dire che non ho la più pallida idea di dove siano finiti quei brani scaricati con Napster — segno che si trattava più di una bulimia, di un desiderio incontrollato di possesso, che di un vero e proprio interesse: anche questa è una delle degenerazioni nella fruizione musicale generate dal file-sharing.
Però rifletto sul tempo che è passato da quelle serate in cui la disperazione per connessioni lentissime era compensata dallo stupore per la quantità di roba che si poteva “tirare giù”. Quelle serate in cui si conosceva anche un sacco di gente tramite l’apposita chat, che alla bisogna era usata anche per insultare l’utente che ci limitava l’accesso alla sua libreria o che si disconnetteva proprio quando eravamo ad un passo dall’aver scaricato un intero album. Sono passati poco più di dieci anni, ma sembrano passati secoli.

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