Giugno 1, 2013

Un sabato italiano.

Il sabato, durante la settimana, ce lo immaginiamo sempre uguale. E cioè quella giornata carica di aspettative che poi vengono (quasi) sempre disattese. Lo stipiamo di ogni cosa, il sabato. Diventa il rifugio per tutto quello che durante la settimana rimandiamo, e che ci illudiamo di riuscire a sbrigare nel primo dei due giorni del fine settimana.

Poi il sabato arriva. E si divide in due tipi. Il primo, il solito sabato di aspettative disattese, ma tutto sommato ci si diverte. Il secondo, quello in cui i postumi della settimana appena passata si fanno sentire. Quello in cui capisci fin da quando apri gli occhi la mattina che sarà un sabato difficile. Quello dove ti crolla la pressione dopo nemmeno mezz’ora che sei sveglio — e a quel punto mandi a benedire il mucchio di roba rimandato e pensi solo a sopravvivere.

Oggi è stato un sabato del secondo tipo. Ho tirato a campare fino alle 5 di pomeriggio, poi sono collassato nel letto. Ma non è servito: la pressione è bassa tanto quanto lo era stamattina, gli occhi si fanno fessura e le occhiaie aumentano. Domani, si spera, sarà passato tutto.

Epperò, un po’ ti dispiace di aver buttato via un sabato così. Un sabato che diventa un’appendice, fastidiosa, del venerdì. Un sabato sacrificato a smaltire lo stress anziché l’hangover. Un sabato passato a maledire il fatto che, il giorno prima, hai iniziato come sempre al solito orario e te ne sei stato a spasso fino a mezzanotte, senza mai passare dal via.

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