Luglio 29, 2013

Rip Rig + Panic

In questi giorni mi è capitato di riascoltare tutta la discografia dei Rip Rig + Panic. Loro erano uno dei gruppi più intelligenti fuoriusciti da quella nube molto fumosa (e indefinita) che prende il nome di post-punk. Molto intelligenti perché erano un gruppo che osava sperimentare, fare cose fuori dal comune. E nube fumosa, e indefinita, riferito al post-punk perché i punti di vista sono fondamentali; e il mio punto di vista dice che, forse, all’epoca erano loro i veri gruppi punk e tutti gli altri si limitavano a fare dell’agiografia di ciò che il punk era stato. Insomma, i Rip Rig + Panic mischiavano le carte, e all’abrasione del punk aggiungevano quella del free jazz (erano molto, e non solo per via di Neneh, collegati a Don Cherry e il loro nome viene dall’omonimo album di Ronald Kirk), il caos organizzato dell’improvvisazione, le rotondità/profondità della musica dub e i ritmi spezzati del funk. La loro storia nasce quando finisce quella di un altro gruppo tra i più intelligenti dell’epoca: il Pop Group, dal quale provenivano il chitarrista Gareth Sager e il batterista Bruce Smith. Ed è una storia che s’intreccia con quella di moltissimi altri gruppi dell’epoca, generalmente catalogati sotto l’enorme ombrellone della musica popular, ma che possedevano però molteplici sfumature, influenze e avanguardismi (le Slits, il già citato Pop Group, i New Age Steppers e il mondo di Adrian Sherwood e degli African Head Charge).

Mi è capitato di riascoltare la loro discografia perché è stata recentemente ristampata dai tipi della Cherry Red, una delle etichette che più pesca nel passato per riproporre piccoli gioielli dimenticati. Non è stato difficile, d’altronde, riascoltare tutti i loro lavori: la loro produzione risale al periodo 1981-1983 e comprende tre album: God (1981), I Am Cold (1982) e Attitude (1983).

E, come spesso mi capita quando mi ritrovo ad ascoltare gruppi che non (ri)ascoltavo da tempo, sono andato a rileggere qualche indicazione che andasse oltre i primi tre risultati di Google. Questo è quanto ne scrive Simon Reynolds nel suo seminale tomo Post Punk, 1978-1984 (invero ne scrive poco):

Il Pop Group si disintegrò in molteplici gruppi. Glaxo Babies, Maximum Joy e Pigbag si concentrarono su versioni del funk leggermente differenziate. I Pigbag, capitanati da Simon Underwood e ancora associati all’etichetta Y di Dick O’Dell, diventarono un vero «pop group», indovinando una clamorosa hit con ‘Papa’s got a brand new pigbag’. Bruce Smith e Gareth Sager, i più fervidi free-jazzer del Pop Group, formarono Rip Rig & Panic, prendendo il nome da un vecchio album di Ronald Kirk. Per vivacizzare le interviste sfoderavano un gergo beatnik tutto ‘cat’, ‘dig’ e ‘out there’, mentre la musica piroettava e saltellava in una capricciosa sarabanda. I Rip Rig & Panic erano in definitiva il Pop Group meno gli innesti reggae e la politica. «Sì, era solo musica» dice Smith. «Non avevamo neppure un cantante. Sager e il nostro pianista Mark Springer gorgheggiavano nel microfono ogni tanto, ma finché non arrivò Neneh eravamo senza una vera voce.» In uno dei primi sevizi giornalistici sul gruppo, Sager svillaneggiava indirettamente l’ex collega Mark Stewart: «E’ ora di farla finita con i piagnoni. A me piacciono i tipi che… che si lamentano ma allo stesso tempo dicono ‘yeah’.»

http://www.youtube.com/watch?v=YIeytJpzJ2s

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *