Luglio 30, 2013

Chris Watson, quello dei field recordings.

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I field recordings vanno molto di moda ultimamente. Ne esistono due tipi, per semplificare al massimo: un primo, in cui le registrazioni ambientali vengono poi riprodotte così come sono state riprese e che possiamo legare maggiormente all’etnomusicologia, o alla biomusicologia; un secondo, dove le registrazioni sul campo (Wikipedia parla, secondo me in modo errato, di “tutte le registrazioni effettuate al di fuori di uno studio”) sono usate come materiale grezzo da rielaborare, in digitale, o da combinare insieme ad altri elementi musicali.

Uno dei più celebri artisti di field recording del primo tipo è Chris Watson. Tanto celebre che uno dei suoi dischi più famosi, Weather Report del 2003, è stato inserito in una di quelle liste che i compilatori tanto si divertono a fare, nella fattispecie quella dei mille dischi da ascoltare assolutamente prima di morire, e che è stata pubblicata dal Guardian qualche anno fa.

Chris Watson è un musicista che i più informati ricorderanno anche come membro dei Cabaret Voltaire, gruppo ponte tra il post-punk e l’industrial (a proposito: è appena stato ristampato il loro Red Mecca). Ha poi intrapreso un percorso che l’ha portato ad appassionarsi a registrazioni ambientali e ambienti sonori e alla creazione di installazioni (ché i field recordings sono figli della sound art, prima che dell’industria discografica) tramutati poi in una serie di dischi per la Touch.

Il suo inquadramento artistico (se così lo possiamo chiamare) l’ha spiegato lui stesso all’interno di un lungo servizio di copertina apparso nell’Agosto 2010 sul mensile britannico The Wire. Dove di sé accettava la definizione di “sound recordist”, spiegandola così:

There are lots of other terms that people use to pigeonhole me: musician, sound designer, sound artist. I’m a sound recordist. That’s what I do. And as a sound recordist I can work across all these different media, so I do regular television documentary sounds, I do sound for feature films and radio programmes, or I make CDs for Touch. I do installation work. I do presentations like this afternoon. I even had an enquiry this week about doing sound for a videogame. What I love about what I do is this idea of cross-pollination. That’s why I like the title: it enables me to do all those things. One thing often informs another across each different medium. I have a lot of friends who are cameramen, and they’re restricted to this two-dimensional image -– they’re sort of stuck with it. But I really like the idea of floating across all these different media.

Di Chris Watson è appena uscito l’ultimo lavoro, In St Cuthbert’s Time, sempre su Touch e frutto della fissazione su disco di un’installazione sonora realizzata in collaborazione con l’Institute for Advanced Study dell’Università di Durham e che sarà possibile visitare presso la cattedrale di Durham fino al prossimo 30 settembre. La commissione che è stata fatta a Watson è così riassumibile: cercare di riscoprire il paesaggio sonoro dell’isola di Lindisfarne al tempo (all’incirca 700 d.C.) in cui i monaci avevano composto l’omonimo Evangeliario.

Il disco possiede un fascino tutto suo, inutile negarlo. Del resto l’obiettivo che si prefigge è quello di cercare di far respirare all’ascoltatore dei paesaggi decisamente arcani rispetto alla modernità dei nostri tempi. Certo l’effetto può sembrare ad un primo momento un po’ posticcio — d’altronde le registrazioni sono state effettuate ai giorni nostri. Questa constatazione potrebbe però fornire un’ulteriore chiave di lettura: al netto dell’industrializzazione, forse il paesaggio sonoro non è cambiato poi così tanto nel corso dei secoli. Il mare, il vento, gli animali: tutti elementi presenti in questo St Cuthbert’s Time e tutti elementi — presumibilmente — presenti anche milletrecento anni fa.

E’ anche inutile negare che si tratti di un disco dal non facile ascolto — al di là dello spiazzamento cui ci si imbatte nel momento in cui si schiaccia ‘play’ e non si sente nota alcuna, anche i rumori di fondo, soprattutto quelli del nostro paesaggio così tipicamente lo-fi (così come l’ha definito Murray Schafer), possono distrarre e rovinare l’atmosfera. Sono contenute quattro tracce, che non possiamo assolutamente chiamare brani, ma che seguono una logica nella divisione: ciascuna di esse, infatti, riproduce il paesaggio sonoro di una stagione, così che il disco segue la scansione temporale di un intero anno solare.

Può sembrare strano, per alcuni, mettersi ad ascoltare attentamente un disco dove a farla da padrone sono i fruscii del vento o lo starnazzare della fauna tipicamente marina. Non sono documenti, questi, in cui cercare un aspetto musicale; e non sono dischi di musica ambient, neppure se traduciamo erroneamente il termine con “ambientale”. Album di questo genere vogliono, piuttosto, essere l’equivalente audio di una fotografia. Se per osservare gli strumenti sono alla portata di tutti, e tutto sommato l’azione si rivela facile, l’ascolto è molto più complesso e richiede una dose maggiore di attenzione. Ma il risultato, sia che lo si guardi sotto la lente della ricerca (spesso ci sono di mezzo associazioni, enti, se non addirittura Università) che sotto quella del puro intrattenimento (perché no?) è molto più soddisfacente.

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