Bastards of young

Con un tempismo e un senso del marketing assai discutibile (era la stessa sera dei VMA’s e del balletto di Miley Cyrus che da giorni tiene banco sulla stampa, incredibilmente solo su quella estera), i Replacements hanno tenuto il loro reunion show a Toronto, Canada.

Spiegare, al giorno d’oggi, chi siano i Replacements ad un ventenne è impresa alquanto ardua. Si potrebbe iniziare col dire, ad esempio, che i Replacements erano uno di quei gruppi che oggi non esistono più. Forse non erano il gruppo ‘alternative rock’ per eccellenza, ma erano tra quei tre-quattro non di più che potevano fregiarsi di tale titolo. Erano mainstream senza davvero esserlo, ma col tempo sono riusciti a guadagnarsi tutto il rispetto e la considerazione che si meritano.

C’era anche un po’ di sano antagonismo con un altro gruppo che aveva suppergiù la loro stessa storia: gli Husker Du. Alla fine, però, piacevano entrambi e la competizione era più di facciata che altro (“here, sitting in my room, with The Replacements and Husker Du” cantavano i Wildhearts).

Primi passi come gruppo punk (all’americana: non riesco però a definirli hardcore), e ultimi come gruppo college rock — che si siano fermati laddove hanno iniziato i Pixies? Uhm.

Due dischi fondamentali, Let It Be (1984) e Tim (1985), e grandissimo impatto su tutta la scena grunge che sarebbe esplosa dopo una manciata di anni a Seattle. Mica per niente, infatti, il leader Paul Westerberg è stato chiamato per la colonna sonora del film culto di quell’epoca, Singles, nella quale appare spesso e volentieri anche il tema della loro classicissima “Bastards of Young”.

Tutto questo per dire che chi se li fosse persi l’altra sera (era il 25 agosto, repliche a Chicago il 15 settembre e a Denver il 21) può riascoltare la registrazione che è stata pubblicata con il loro placet attraverso il progetto Live Archive Project. E’ una registrazione dal pubblico, sebbene la qualità non sia delle migliori; e alcuni brani suonano un po’ moscetti, ma d’altronde Westerberg è ormai l’archetipo del middle-aged rocker.

La mappa della segregazione razziale negli Stati Uniti.

la mappa di Detroit (immagine di Dustin Cable)
la mappa di Detroit (immagine di Dustin Cable)

Nel 2012 si è verificato il minor grado di segregazione razziale negli Stati Uniti dal 1910 — il che non vuol dire, ovviamente, che sia sparita la segregazione razziale.

Una mappa esaustiva, la prima nel suo genere a comprendere sia il dato della distribuzione etnica sia la rappresentazione di ogni singolo cittadino, è stata sviluppata da Dustin Cable all’Università della Virginia. 308.745.538 di puntini (uno per ogni cittadino), per un totale di dati visuali dal peso di 7GB.

I puntini blu rappresentano le persone bianche, quelli verdi gli afro-americani, in rosso gli asiatici, in arancione i latino americani e in marrone tutte le altre etnie prese in considerazione dall’ufficio del censimento americano.

(via Wired.com)

I saggi consigli.

Ogni volta che leggo Ricardo Franco Levi fare un’analisi sullo stato dell’informazione, o su qualunque altro avvenimento riguardi essa, mi viene un brivido. L’uomo, giornalista finanziario, editore, fondatore e direttore di quotidiani (di un quotidiano, a dire il vero), già braccio destro di Romano Prodi e sottosegretario alla Presidenza del Consiglio (sempre regnante Prodi), ha ovviamente il diritto di dire ciò che pensa, soprattutto se forte del fatto che qualche cattedra autorevole ospiti le sue opinioni — ultimamente lo fa con una certa cadenza il Corriere della Sera, e la cosa mi stupisce un pochino per via del suo direttore Ferruccio De Bortoli.

Ovviamente chiunque ha poi il diritto di soppesare i commenti di Levi, o di farsene una migliore idea anche guardando a quanto in passato il giornalista ha fatto. Per dire, Ricardo Franco Levi è l’uomo che nel 2007 propose di iscrivere i blog al Roc, scatenando un putiferio di polemiche (e infatti un comma aggiunto in extremis scongiurò l’ipotesi). Oppure, più recentemente, è stato l’autore di quella legge passata volgarmente sotto il nome di “ammazza Amazon” che fissava per legge un limite allo sconto applicabile ai libri. Ma la cigliegina sulla torta, per me ma credo anche per molti altri, rimane la sua avventura come fondatore de l’Indipendente. Ne ho scritto parecchie volte nella vecchissima versione di questo blog e non mi piace ripetermi. Per raccontare quella vicenda vi sono vari testi, nonché gli archivi storici dei principali quotidiani italiani accessibili anche online. Se poi ne volete un ritratto impietoso ma veritiero, Giancarlo Perna — che è uno dei migliori ritrattisti della stampa italiana — anni fa ne pubblicò uno incredibile sulle pagine de Il Giornale. Dal quale, in merito alla vicenda dell’Indipendente, mi limiterò a citare quanto segue:

Ricardo lasciò il Corriere e, nel ’91, fondò L’’Indipendente. Doveva essere un quotidiano anglosassone, i fatti separati dalle opinioni. Ricky riuscì a separare le opinioni dalle opinioni. Quando, in piena Tangentopoli, fu arrestato l’ing. Carlo De Benedetti, scrisse un editoriale con due titoli. Uno in testa: «Perché l’Ingegnere ha torto», l’altro al centro: «Perché l’Ingegnere ha ragione». Mentre poi le procure eccitate arrestavano a destra e a manca, il giornale se la cavava con due colonne e non prendeva partito. Un surgelato. «Un morticino vestito bene», disse meglio Eugenio Scalfari. Dalle 120mila copie del primo numero, L’’Indipendente precipitò a 20mila. Sei mesi dopo, Ricky fu cacciato. Rimise di tasca propria cinque miliardi di lire. Ma tuttora, gonfio com’è, continua a dire: «Ah, se mi avessero lasciato fare…».

Per questo quando ieri, nella pagina delle opinioni del quotidiano milanese, ho letto Levi dare delle specie di consigli non richiesti a Jeff Bezos, capo di Amazon (pensa un po’, la stessa azienda che secondo la vulgata la legge di Levi avrebbe dovuto “ammazzare”) e fresco proprietario del Washington Post, mi è venuto l’ennesimo brivido. Nell’articolo (purtroppo non si riesce ancora a reperire in rete), il nostro si prodigava (nessun calembour nell’uso di questo verbo, giuro) nel tracciare le traiettorie del quotidiano del futuro, così differenti da quelle che aveva fondato lui, per altro (“la disponibilità dei lettori a pagare un prezzo per un giornale dipenderà sempre più dalla qualità e dall’originalità di un prodotto.”). Fino al consiglio principe, e cioè quello di:

[nominare] un direttore donna. […] Non per la ricerca del facile effetto di una spettacolare concorrenza con l’altro grande quotidiano americano, il New York Times, oggi diretto proprio da una donna, Jill Abramson. E nemmeno per un omaggio al mondo femminile che rischia di diventare poco più di una moda [… Quanto perché] l’occhio, la curiosità, la sensibilità di una donna si prest[ano] ad una lettura, e dunque ad un racconto, nuovi ed originali. […] Una direzione di un quotidiano affidata ad una donna si presenta come un’opportunità. Interrogato su come pensava di potere allargare il proprio pubblico di lettori, una ventina di anni fa l’editore di un quotdiano rispose: «assumendo quante più donne possibile nella mia redazione». La sua risposta fu solo apparentemente banale. Ma sarebbe stata ancora più appropriata se avesse detto «nominando un direttore donna».

Avrebbe potuto citare un esempio tutto italiano di donne che dirigono i giornali: Pia Luisa Bianco. Fu la prima donna, in Italia, a dirigere un quotidiano nazionale. Per di più, la poltrona da direttore la ereditò da uno che è riconosciuto più o meno all’unanime per essere uno dei direttorissimi degli ultimi 30 anni, Vittorio Feltri. Il giornale che Bianco diresse fu proprio quell’Indipendente fondato da Levi. Ma non dev’essere facile, per lui, nominarlo sulle pagine del primo quotidiano nazionale.
Rimane solo la curiosità di sapere chi era quell’editore interrogato una ventina di anni fa.

Il gran lavoro di Marissa, brava (e, perché no?, bella).

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C’è qualcosa di positivo in Marissa Mayer, ad di Yahoo celebrata su tutti i giornali di oggi. Non mi riferisco solo alle foto su Vogue, che la immortalano come femme fatale e sicuramente in modo insolito rispetto alla media dei nerd — più o meno vestiti a festa — che stanno a capo delle altre aziende della new (?) economy . Foto che le sono, per inciso, costate il solito rimbrotto dalle solite femministe (“È troppo sexy e gioca con gli stereotipi femminili”).

C’è anche qualcosa di positivo riguardo quella che sembra essere una favola a lieto fine. Non mi intendo di economia e andamenti delle aziende, quel poco che so è quello che leggo ogni giorno sui giornali; allo stesso modo non voglio improvvisarmi veggente, con risultati che sembrerebbero catastrofici ai più — e a ragione. Però faccio due conti. E noto che Yahoo ha superato per numero di visitatori unici Google, almeno negli Stati Uniti. E lo fa da una posizione decisamente uncool: non ha il servizio di mail o di documenti online più performante e diffuso di tutti, non ha sede in quartieri generali fighissimi dove chiunque vorrebbe lavorare in virtù di una strana e insolita filosofia di vita lavorativa secondo cui aree relax, videogiochi e tavolini da ping pong favoriscano le performance. Addirittura Yahoo sembra aver messo la parola fine al sogno di ogni lavoratore moderno e di ogni datore di lavoro: ha abolito il telelavoro e richiamato in azienda le persone, restituendo il ruolo che spetta alla sana sinergia e allo scambio di idee tra colleghi che avvenga anche in modo fisico e non solo freddamente via Skype.
Il resto viene da sé: Tumblr è uno dei social network più caratterizzati del mondo della rete e Flickr rimane il miglior servizio online per organizzare e archiviare le foto.

Non so se tutto questo, sul lungo termine, sarà sufficiente. Al momento sembra funzionare. Imprenditorialmente, ho come l’impressione che alcune di queste mosse di Marissa Mayer rischiano di essere lungimiranti e forse vale la pena appuntarle da qualche parte.

Clonare Lennon?

Vogliono clonare John Lennon. Speriamo che sia una notizia da 22 agosto e nulla più, perché altrimenti la questione potrebbe essere anche grave. Sta di fatto che tutti i giornali online ne stanno parlando: un dentista, fan dei Beatles, ha acquistato per 20 mila sterile un dente di John Lennon e ora si appresta a ricostruirne il DNA partendo proprio da quel frammento osseo. Un evidente problema di necrofilia, oltre che di stupro della scienza e della storia musicale. Ventimila sterline per un dente, magari anche cariato, di sicuro non perfetto, di questi tempi è una notizia che dovrebbe far indignare anche e soprattutto gli indignati permanenti per i prezzi della buvette alla Camera. Anche se il ragionamento di Daniel Zuk — questo il nome del dentista — non fa una piega: abbiamo clonato di tutto, perché non provare anche con l’ex cantante dei Fab Four (o, a seconda dei punti di vista, il marito di Yoko Ono)?

“Chi tra noi è abbastanza grande, si ricorda perfettamente cosa stava facendo quando hanno sparato a Lennon — ha proseguito il dottore — perché quindi non dare una possibilità a chi, per questioni anagrafiche, non c’era di vivere un momento altrettanto storico come la sua rinascita?”
Sembra uno di quei colpi di retorica post 11 settembre (tutti ci ricordiamo cosa stavamo facendo quando abbiamo ricevuto la notizia…), ma qui alla tragedia di un evento realmente epocale, si aggiunge la farsa della ripetizione.

Ci siamo liberati a fatica della beatlemania, che come tutte le ‘mania’ portava con sé più elementi negativi che positivi. L’idea, quindi, di ritrovarci tra qualche mese immersi in qualcosa di pure peggio ci spaventa — molto più del voler giocare a dei padrieterni con frammenti ossei di poveri cantanti.

Lasciate in pace Lennon, e con lui milioni di fan che ne approfitterebbero per rimettere in piedi un carrozzone che, oggi, nell’anno domini 2013 risulterebbe ancora più ridicolo, e banale, di quanto non lo fosse già una quarantina di anni fa. Fatelo per noi, ma in fondo anche per voi stessi: non riuscireste a reggere l’impatto di una minestra riscaldata (ammesso che si riesca a cucinare, cosa su cui ho qualche dubbio) e, soprattutto, vi verrebbe svelata la dura verità, per quello che è: la sopravvalutazione eccessiva di un personaggio tutto sommato non peggio, ma neppure troppo meglio, di tanti altri. Meglio quindi continuiate a vivere nel dolce ricordo.

Ma sono davvero gli interpreti a rimetterci con lo streaming?

Un lungo e ben fatto articolo di Douglas Wolk pubblicato su Slate dà modo di fare un po’ di chiarezza circa le problematiche che, sempre più, stanno emergendo nei rapporti tra l’industria musicale e i servizi di streaming audio quali Spotify o Pandora. Sempre più spesso, infatti, in queste ultime settimane abbiamo assistito a prese di posizione piuttosto forti da parte di artisti famosi nei confronti di questi servizi — l’ultima, in ordine di tempo e di clamore, è stata quella di Thom Yorke con l’annuncio di aver tolto tutto il catalogo dei suoi Atoms For Peace da Spotify.

Wolk fa chiarezza perché mette in evidenza alcuni aspetti che solitamente non vengono presi in considerazione, fornendo attraverso link una serie di fonti e di studi di notevole importanza. Il punto di vista legislativo da cui l’analisi viene condotta è quello anglosassone, per cui siamo in un campo completamente differente rispetto al nostro. Loro hanno il copyright, noi facciamo ancora riferimento al diritto d’autore in un contesto legislativo che deriva dal diritto romano. Le cose, da noi, funzionano in modo sensibilmente diverso rispetto agli Stati Uniti. Wolk, ad esempio, nel suo articolo dice che “le radio non devono pagare i detentori dei diritti [copyrights holders] della musica che passano”, mentre da noi funziona in modo completamente diverso e, sempre per rimanere nel campo delle radio, queste devono pagare sia la parte dei diritti d’autore (Siae) che le collecting di chi detiene i diritti fonomeccanici (Scf, per dire della più famosa).
Tuttavia moltissimi punti toccati all’interno dell’articolo valgono anche da noi, poiché fanno riferimento all’andamento dell’industria musicale che è pressoché identico — e pressoché in calo, con qualche tiepido entusiasmo quando s’impennano le vendite di vinile — ovunque.

Innanzitutto Douglas Wolk fa una distinzione netta nelle lamentele degli artisti: da una parte i compositori (non importa se poi anche esecutori delle musiche che hanno composto) e dall’altra i performers. E dovrebbero essere i primi i più preoccupati, perché i servizi di streaming stanno rosicando quote di mercato a quelli di diffusione tradizionale (radio, televisioni) che pagavano royalties ai compositori decisamente maggiori. Per fare un esempio, viene sottolineato come Pandora paghi ai compositori solo il 4% dei suoi ricavi annui, con la prospettiva di diminuire ulteriormente la dimensione di questa fetta nel futuro.

Cosa completamente diversa per gli interpreti, i più preoccupati. Tre i punti fondamentali sui quali l’analisi dei costi e dei benefici, per loro, dovrebbe basarsi:

1. Non bisogna confondere l’industria musicale con l’industria della musica registrata. Sono due cose diverse, e i dischi (l’industria della musica registrata) dice Wolk “sono il mezzo con cui gli ascoltatori spendono più tempo nell’esperienza musicale ma non sono quello su cui spendono più soldi”. I grandi ricavi gli artisti li fanno dai concerti, dal merchandising, da tutti gli altri eventi “collaterali” rispetto alla vendita dei dischi. E’ così ora, in quella che viene definita l’era post-Napster ma secondo Wolk le cose prima di Napster non erano molto differenti.

2. Lo streaming è una cosa differente dalle radio. La radio è una diffusione uno a molti, lo streaming è uno a uno. Non c’è paragone. Per questo, e per la stessa diffusione dei servizi streaming che raggiunge un numero di utenti inferiori a quella del circuito AM/FM, è normale che vengano pagate meno royalties. Le cose adesso stanno così, in un futuro si vedrà.

3. Non sono gli artisti a recepire direttamente i soldi da Spotify o da Pandora, ma sono le case discografiche. Che ricevono all’incirca mezzo centesimo di dollaro per canzone suonata. Wolk ha fatto un rapido calcolo: se l’ultimo album di Jay-Z “Magna Charta… Holy Grail” ha avuto un totale di tracce suonate su Spotify di 14 milioni, la casa discografica ha incassato 70 mila dollari. La casa discografica, non Jay-Z. Quanto incassa l’artista dipende da quali sono gli accordi tra lui e la casa discografica. Ma per il resto è impensabile, in questo momento, stabilire un modello di pagamento diretto tra Spotify e l’artista. Aggiungo io: ci sono artisti, su Spotify, che non hanno alcuna casa discografica alle spalle. La parte del padrone, in questo caso, si presume la faccia il distributore digitale. Nessuno, infatti, è in grado di caricare in modo autonomo la sua musica sui servizi di streaming.

Perché allora secondo Wolk dovrebbero essere gli autori i più preoccupati? E’ molto semplice, nonché intuitivo. Se la fruizione di musica dovesse passare sempre di più da un modello come quello attuale, basato su radio e tv, che li paga bene, ad uno streaming-oriented che li paga meno, essi incasseranno meno. E non vivendo di quelle che possiamo definire con un simpatico eufemismo “glorie accessorie” (fama, concerti, visibilità), che gli interpreti solitamente ricavano dalla difussione di un loro brano, rischiano di vedere i loro introiti diminuire notevolmente. Dunque, la battaglia di Thom Yorke condotta un po’ presuntuosamente in “nome dei diritti degli altri artisti”, forse era una battaglia un tantino sbagliata [“it doesn’t entirely hold water”, nell’articolo di Wolk]. Prova è, ad esempio, il fatto che la discografia completa dei Radiohead continua ad essere tranquillamente disponibile su Spotify, dal momento che né Yorke né alcun altro membro dei Radiohead hanno controllo su di essa (ad eccezione dell’album In Rainbows, su cui i Radiohead continuano ad avere il controllo totale delle registrazioni essendo stato realizzato e distribuito in modo completamente autonomo e indipendente da qualunque accordo commerciale secondo la formula del pay what you want).

Dog day afternoon.

I Pere Ubu. Senza nessuna introduzione su chi siano, adoro un loro album in particolare — ed è un disco che solitamente i die-hard fans non amano: Cloudland del 1989. Lo adoro per molti motivi, non ultimo il fatto che sia uno dei dischi più pop ed accessibili registrati dal gruppo di David Thomas (uno dei frontman più istrioni nella storia del rock, nonché interprete e paroliere sopraffino) negli oltre trent’anni di attività. Questo disco, e in particolare la canzone che lo apre, hanno rappresentato per me una vera e propria epifania:

http://youtu.be/0gRSuRGHvdU

Quando ho sentito Breath per la prima volta, ho voluto saperne di più degli Ubu. E allora sono andato indietro, sono risalito fino ai primissimi e spigolosi lavori e poi sono ridisceso fino agli ultimi. Hanno fatto un disco anche quest’anno, The Lady From Shanghai, per dire del fatto che sono ancora attivi, e non suona affatto male.

Ma Cloudland. So di stare per fare un’affermazione oscena, ma secondo me ha una marcia in più sul resto della produzione. E’ un disco coraggioso, e questo coraggio lo si trova sotto la patina pulitina e pop che ne contraddistingue songwriting e produzione. Per dire: ci suonano due batterie, e non solo per fare nel 1989 (e quindi in ritardo di almeno vent’anni su quelli che erano i trend) una baracconata in tipico stile sixties. Quelle due batterie le senti. E — si fa sempre per dire — una di quelle è suonata da Chris Cutler (all’altra sta sempre il fido Scott Krauss).

Non che si voglia prendere solo questo esempio per decantare la grandezza del disco. Però. Chris Cutler è l’uomo dietro gli Henry Cow, gli Art Bears, la Recommended Records. Ha dato, in pratica, i natali a quel movimento figlio del rock progressivo e pesantemente imparentato con la politica che ha preso il nome di Rock in Opposition e che, col tempo, è riuscito a diventare un genere a sé stante che non si capisce più bene cosa voglia dire: il RIO — rock d’avanguardia? Avanguardia rock? Free-jazz vs cantautorato? Boh.
Ecco, Chris Cutler, che è anche musicologo e mille altre cose, non si è fatto il benché minimo problema a mettersi al servizio di una produzione che già in nuce si preannunciava essere deliberatamente pop. E’ in queste cose che sta la grandezza della musica, e in questo secondo me sta la grandezza di un disco come Cloudland. Che non suona Pere Ubu su un piano musicale (altro discorso su quello delle liriche), ma che risulta essere uno dei migliori dischi outsider degli anni ’80. Ne custodisco gelosamente una copia in vinile e una in cd, entrambi edizioni Fontana del 1989 (l’album è stato per moltissimo tempo fuori catalogo e solo qualche anno fa ha avuto l’onore di una ristampa che, mi risulta, attualmente già introvabile).

Una volta ho letto un tizio, da qualche parte, che diceva che le canzoni di Cloudland sono meglio di qualsiasi cosa fatta da Gabriel dopo i Genesis. Una cazzata, via, dettata sicuramente dall’entusiasmo.

Epperò…

di Helsinki, di dischi vecchi in veste nuova e di dischi nuovi in arrivo.

Sono stato via quasi una settimana. Sono stato a Helsinki. Ho fatto di tutto tranne ascoltare musica. Cioè, quasi di tutto e quasi senza ascoltare musica. Un paio di dischi me li sono portati dietro — sia benedetto Spotify, ma non ha davvero importanza dire quali. Molto più importante, semmai, è elencare quelli che ascolterò nei prossimi giorni. In primis, quelli che ho acquistato nella capitale Finlandese.

Prima della partenza mi ero imposto un limite, che era non comprare nemmeno un disco. Limite che non ho rispettato. Alla fine, senza nemmeno che cercassi quei 2-3 negozi fondamentali che nel dubbio avevo comunque segnato in agenda, sono stati loro a trovare me. In un paio sono entrato, cedendo così alle tentazioni e contravvenendo al limite.

Il primo, Black And White, sta ai piedi di Kallio, esattamente dietro il mercato di Hakaniementori. Vende moltissimi dischi usati e il vinile la fa da padrone — da tempi non sospetti, in verità, ovvero da prima che i ragazzini raggiungessero i negozi per acquistare costosissime (e inutilissime) edizioni a 180gr. Sembravo nel paese dei balocchi. Il poco tempo a disposizione e l’imbarazzo della scelta hanno fatto sì che in fretta e furia acchiappassi un solo titolo, tra gli usati nella sezione punk. A questo punto dovrei aprire una parentesi, anche se c’è il rischio di farla lunga. Comunque: erano anni che non compravo qualcosa nella sezione punk di un negozio di dischi. E sono indeciso se questa volta è il caso di interrompere la serie o meno, perché ho come l’impressione che sia il disco che ho acquistato ad essere finito per sbaglio in quella sezione, probabilmente per la mancanza di altre più appropriate — d’altronde un negozio di dischi i titoli li deve vendere, non stabilire ulteriori criteri di classificazione, mestiere ingrato che lasciamo ai critici.

Insomma, ho preso una copia usata di uno dei dischi più sottovalutati di uno dei gruppi più intelligenti nati nel dopo punk: Extricate dei The Fall. I Fall, quelli che Stewart Home nel suo Marci Sporchi e Imbecilli ha descritto come “merda intellettualoide” (non ricordo la pagina, ma il libro è talmente snello che la si trova facilmente), perché non rispondono nemmeno un po’ ai criteri di vero punk stabiliti da Home stesso — criteri per lo più incomprensibili ai più e forse non molto chiari nemmeno al lui. Ma anche gli stessi Fall che, a mio modestissimo parere, costituiscono insieme al Pop Group e a Rip Rig + Panic il triangolo perfetto del post-punk. Extricate è uscito nel 1990, ha avuto una marea di produttori (tra i quali Adrian Sherwood), è il primo lavoro senza Brix Smith (sostituita da Martin Braham) e contiene un sacco di pezzi killer in linea con quello che era l’andamento Madchester del periodo — per forza che a Home i Fall non piacessero, anche se non gli piacevano ben prima che incorporassero elementi dance (con molte pinze, ovvio) nel loro sound. Un disco che all’epoca venne anche salutato dalla critica in modo molto favorevole, qualcuno disse che era la loro cosa migliore in 10 anni. Se si è legati ai Fall tradizionali (ma poi esistono dei Fall tradizionali?), si rischia lo spiazzamento. Però un brano godibile come Hilary (incredibilmente introvabile sul Youtube) vale da solo il prezzo del disco e anche più di ogni ulteriore analisi. Anche la copertina è bellissima, ma i Fall quelle le hanno sempre fatte.

Dopodiché, cercando il mitologico club Tavastia, non ho potuto fare a meno di entrare nel negozio che sta situato esattamente di fianco (siamo in piena Kampii): Keltainen Jäänsärkijä. Altra tappa obbligatoria per gli amanti del disco a Helsinki, tratta principalmente rock anche se è da segnalare per l’ottima particolarità di avere la musica finlandese divisa dal resto (rock finlandese, jazz finlandese etc..). La tentazione era quella di prendere un supercofanetto di 3 cd che traccia un po’ la storia del jazz finlandese e che avevo già avuto modo di ascoltare: Eteenpäin! Suomi-Jazz 1960–1975 (Artie Music). Un disco non bello dall’inizio alla fine e molto discontinuo, come del resto lo sono tutti i lavori che pretendono di fotografare una scena, e in questo caso una scena che ha come unico comune denominatore quello geografico. Acquistarlo avrebbe però avuto un paio di valori aggiunti. Per prima cosa, rientrava perfettamente nella definizione di souvenir, trattandosi di disco finlandese acquistato in Finlandia. La seconda, mi sembra uno di quei dischi esoterici non facilissimi da trovare; fate la prova e digitate il titolo in Google: si ottengono solo link per il suo download (il che, per un disco, non è un gran biglietto da visita). Anche la Artie Music, che lo pubblica, è un’etichetta a me sconosciutissima che, scopro leggendo il suo sito internet, fa un lavoro di recupero di musica per lo più tradizionale finlandese. Il fatto di trovarlo in vetrina, così ben pubblicizzato dai negozi locali, mi ha dato il brivido del “now or never”: o l’avrei comprato qui, o addio.

E’ stato, purtroppo, addio. Perché non appena sono entrato nel Keltainen Jäänsärkijä la mia attenzione è stata completamente catalizzata da un altro box set, questo davvero imperdibile: Scott (The Collection 1967-1970) di Scott Walker. E cioè la ristampa, lussuosissima, dei primi 5 lavori da solista dell’ex Walker Brothers. Il tutto corredato da un bel libretto con note critiche di Rob Young, che ultimamente sembra essere diventato il biografo ombra del cantante e compositore statunitense (a tal proposito si veda questo libro di note critiche). Di Scott Walker conosco molto bene i suoi ultimi lavori: una menzione speciale per Tilt del 1995 e per l’ultimo, incredibile, Bisch Bosch dello scorso anno. Della sua produzione iniziale da chansonnier conosco bene Scott 4, da molti considerato il migliore del gruppo, e qualcosa anche di Scott 3: It’s raining today, soprattutto, utilizzata tra le altre cose in uno degli ultimi film di Carlo Verdone come parte della colonna sonora.

Mi ha sempre molto incuriosito la sua parabola artistica. Dagli inizi con i suoi finti fratelli Walker Brothers — un caso tipico di gruppo americano di gran successo nel Regno Unito e poca fama in America –, con i quali è riuscito a piazzare un paio di brani nella hit parade (ad esempio questo), alla fase presa in considerazione proprio da questo cofanetto, nella quale divenne uno dei principi del cosiddetto MOR e crooneggiava sopra barocchismi di archi, fino alla completa reinvenzione degli ultimi 20 anni dove, raggiunta anche una considerevole età, si è messo a declamare con una voce ancora potentissima sopra una musica destrutturata.
E così, mi ritrovo ora, a dover trovare il tempo di tuffarmi in una delle tante fasi — visti gli anni di uscita dei singoli lavori, forse la più prolifica — di un artista che nel corso della sua carriera si è re-inventato più e più volte, e non sempre sotto vesti semplicissime da affrontare. Ma è uno sforzo che compirò con estremo piacere.

Non è tutto. C’è spazio per un’ulteriore ristampa. Si tratta del cofanetto ristampato dalla Charly dei duetti di Don Cherry con due dei più grandi percussionisti di sempre nell’area jazz-improvvisazione: Ed Blackwell e Han Bennink. I dischi sono i due mu (First part e Second part) e il disco dal vivo Orient (con Han Bennick, uscito originariamente nel 1973 con registrazioni di due anni prima). In questo ultimo periodo si fa un gran parlare di Don Cherry, complici anche un paio di speciali sulla stampa che conta (leggi The Wire) e l’opera di ristampa di alcuni suoi dischi più oscuri ma non per questo meno significativi (quelli di cui stiamo parlando, ma anche Organic Music Society ristampato lo scorso anno dalla svedese Caprice).

Questi gli acquisti, rivolti al passato. Per quanto riguarda la roba nuova sto aspettando con impazienza di ascoltare Loud City Song, primo disco per la Domino di Julia Holter (che l’anno scorso si fece notare Ekstasis) nonché primo disco ad essere registrato fuori dalle mura domestiche della Holter e con l’aiuto di un vero produttore. Poi ci sono il disco per Warp di Oneohtrix Point Never (R Plus Seven, salutato con grande entusiasmo da David Keenan), Bridges quello di Duane Pitre (che lo scorso anno è uscito, sempre per Important, con quel piccolo gioiellino minimalista chiamato Feel Free) e il disco dell’anno, almeno sulla carta, in ambito improv-EAI: John Butcher, Thomas Lehn e John Tilbury insieme per Exta (500 copie su etichetta Fataka: quanto basta per annoverarlo anche tra i dischi esoterici dell’anno).

Rimane sullo scaffale degli ascolti in corso anche il nuovo duetto, per Erstwhile, tra Michael Pisaro e Antoine Beuger This Place/Is Love, un lavoro che ho ascoltato un paio di volte prima di partire e verso il quale devo ancora farmi un’idea più precisa. Inutile liquidarlo in breve: si tratta di un disco realizzato da due pesi massimi, ultimamente molto in voga. Dove Pisaro si è costruito una fama in ambito accademico, per poi uscire da questo e sperimentare con i musicisti dalle provenienze più disparate (la stessa Julia Holter compare in uno dei suoi ultimi progetti), Beuger è l’uomo dietro il movimento Wandelweiser, e cioè la corrente artistica ultimamente più sotto i riflettori nel mondo delle avanguardie musicali, sebbene la sua genesi risalga ormai a parecchi anni fa.

Va bene, ma nemmeno due parole sulle vacanze? No. Però, per chi volesse, sul mio Tumblr ci sono un po’ di foto di quella che è, senza ombra di dubbio, la città più bella del mondo.

Il monumento al compositore finlandese Jean Sibelius, all'interno del parco a lui intitolato
Il monumento al compositore finlandese Jean Sibelius, all’interno del parco a lui intitolato

Falsi idoli.

Non avete idea di quanto stia ascoltando Tricky in questi giorni. Non so cosa sia di preciso. Non Tricky. La voglia di ascoltarlo. Una improvvisa nostalgia di quegli anni, di Bristol, del trip hop, della drum and bass? Forse. Una rottura di scatole per la musica dance di oggi, della quale sono riuscito a seguire (quasi tutto) il filo fino al dubstep, poi è stata la volta del wonky e qualche giorno fa discutevo con una persona e mi ha citato il “purple sound” e allora niente, ho perso ogni speranza? Sono quasi certo che sia così.

Sta di fatto che da un paio di giorni non ascolto davvero altro. Inarrivabile il suo primo lavoro, Maxinquaye (targato 1995). Stupendo anche quel disco iper-collaborativo che era Nearly God e solo un gradino più sotto Pre-Millenium Tension, entrambi 1996. Poi boh, tanto boh nel mezzo. Così tanto boh che rischiavo di perdermi il nuovo False Idols. Sapevo dell’uscita, mi era passato tra le mani al lavoro e avevo letto qualche recensione — qualcuna anche entusiasta. Pensavo di passare avanti, di lasciare perdere. Non è più affar mio. Credevo.

Invece, per concludere questo polpettone di fatti miei in salsa amarcord — invece, dicevo, l’ho ascoltato. Ed è bellissimo. Contiene alcune delle sue canzoni più belle, a mio modestissimo parere. E, caso più unico che raro soprattutto per i dischi nuovi, nei confronti dei quali i discografici non sanno più che meccansimo di marketing applicare: la seconda parte del disco è molto più bella della prima. Magari è una casualità, e ad altri può benissimo fare schifo ciò che a me piace, etc. etc. Però secondo me c’entra il fatto che False Idols è una produzione dell’etichetta omonima di cui Tricky è il proprietario.

Un disco che non aggiunge nulla alla salsa, sia chiaro. Anzi, a me pare che si allontani parecchio dalle sue ultime (scarse) produzioni. Si vede che anche lui sentiva la nostalgia degli anni che furono ed è andato a pescare esattamente in quel suono. Quel suono lì per il quale sono già state spese talmente tante parole che non ne vale la pena aggiungerne una in più. Di solito non mi piace quando un artista non riesce più a guardare avanti e allora si volta indietro, per andare sul sicuro. Non mi piace come modus operandi dell’artista e, talvolta, nemmeno come mio modus operandi di ascoltatore. Appena sento puzza di retromania, cerco di scappare — mi dico: c’è così tanta musica nuova da essere ascoltata, e così poco tempo per farlo, che forse non ne vale la pena. Una regola questa, che come tutte le regole però contempla un’eccezione.

Se continua così rischia di diventare uno dei miei dischi dell’anno. Lo dico con un filo di speranza: quella ormai persa di poter avere un disco genericamente etichettabile come “mainstream” che fosse degno di essere ascoltato e piazzato ai piani alti delle preferenze di fine anno. Però, si sa, sono debole di cuore. Un brano così, con la voce — bellissima — di Francesca Belmonte, riesce ancora a mandarmi ko. Un giro di basso sporco e cupo che ti si piazza in testa — e basta: si rischia di essere zuccherosi.

http://youtu.be/TNlUFSGCxjU