Agosto 21, 2013

Dog day afternoon.

I Pere Ubu. Senza nessuna introduzione su chi siano, adoro un loro album in particolare — ed è un disco che solitamente i die-hard fans non amano: Cloudland del 1989. Lo adoro per molti motivi, non ultimo il fatto che sia uno dei dischi più pop ed accessibili registrati dal gruppo di David Thomas (uno dei frontman più istrioni nella storia del rock, nonché interprete e paroliere sopraffino) negli oltre trent’anni di attività. Questo disco, e in particolare la canzone che lo apre, hanno rappresentato per me una vera e propria epifania:

Quando ho sentito Breath per la prima volta, ho voluto saperne di più degli Ubu. E allora sono andato indietro, sono risalito fino ai primissimi e spigolosi lavori e poi sono ridisceso fino agli ultimi. Hanno fatto un disco anche quest’anno, The Lady From Shanghai, per dire del fatto che sono ancora attivi, e non suona affatto male.

Ma Cloudland. So di stare per fare un’affermazione oscena, ma secondo me ha una marcia in più sul resto della produzione. E’ un disco coraggioso, e questo coraggio lo si trova sotto la patina pulitina e pop che ne contraddistingue songwriting e produzione. Per dire: ci suonano due batterie, e non solo per fare nel 1989 (e quindi in ritardo di almeno vent’anni su quelli che erano i trend) una baracconata in tipico stile sixties. Quelle due batterie le senti. E — si fa sempre per dire — una di quelle è suonata da Chris Cutler (all’altra sta sempre il fido Scott Krauss).

Non che si voglia prendere solo questo esempio per decantare la grandezza del disco. Però. Chris Cutler è l’uomo dietro gli Henry Cow, gli Art Bears, la Recommended Records. Ha dato, in pratica, i natali a quel movimento figlio del rock progressivo e pesantemente imparentato con la politica che ha preso il nome di Rock in Opposition e che, col tempo, è riuscito a diventare un genere a sé stante che non si capisce più bene cosa voglia dire: il RIO — rock d’avanguardia? Avanguardia rock? Free-jazz vs cantautorato? Boh.
Ecco, Chris Cutler, che è anche musicologo e mille altre cose, non si è fatto il benché minimo problema a mettersi al servizio di una produzione che già in nuce si preannunciava essere deliberatamente pop. E’ in queste cose che sta la grandezza della musica, e in questo secondo me sta la grandezza di un disco come Cloudland. Che non suona Pere Ubu su un piano musicale (altro discorso su quello delle liriche), ma che risulta essere uno dei migliori dischi outsider degli anni ’80. Ne custodisco gelosamente una copia in vinile e una in cd, entrambi edizioni Fontana del 1989 (l’album è stato per moltissimo tempo fuori catalogo e solo qualche anno fa ha avuto l’onore di una ristampa che, mi risulta, attualmente già introvabile).

Una volta ho letto un tizio, da qualche parte, che diceva che le canzoni di Cloudland sono meglio di qualsiasi cosa fatta da Gabriel dopo i Genesis. Una cazzata, via, dettata sicuramente dall’entusiasmo.

Epperò…

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