Archivio mensile:Agosto 2013

London used to be cool. Artists and pop stars and fashion geniuses by the score. But that was yesterday. Art and pop have a new place to party. It’s called New York.

Il super critico d’arte del Guardian Jonathan Jones dice che i tempi di Londra come capitale del mondo cool dell’arte sono finiti. E’ l’ora di New York, che lascia le metropoli reali a leccarsi le ferite guardando gli allori dei tempi che furono.

Non è una grande presa di posizione, probabilmente. Se non che arriva dalle colonne del quotidiano più importante del Regno Unito.

Richard Skinner spiega cos’è il dub.

Quando si parla di musica dub, la prima cosa che viene in mente è il reggae. Anzi, si tende a pensare al dub come ad un sottogenere del reggae, togliendogli ogni autonomia. Lo si liquida in fretta come qualcosa nato da, non come corrente artistico/musicale (estetica?) a sé stante.
Non lo fa solo Wikipedia, che già nelle prime righe lo definisce come un «genere musicale nato dal reggae negli anni Sessanta» e «comunemente considerato un sottogenere». Lo fanno anche fonti ben più autorevoli, come l’Encyclopedia of Popular Music di Colin Larkin («Essentially reggae in the raw») o il Grove («A technique of reggae»).

Se è innegabile che il dub nasca come costola del reggae, più precisamente come lato b dei 45 giri che trasmessi dai sound system giamaicani, non è difficile intravedere un filo rosso che dal reggae arriva a moltissima musica dei giorni nostri. In molti hanno provato ad indagare questo fenomeno, presentando il dub come estetica, o come tecnica di missaggio, o come mood musicale. C’è un’amplia bibliografia a riguardo e c’è anche qualche filmato interessante, come questo Dub Echoes, prodotto dalla Soul Jazz records e accompagnato da una doppia compilation (qui il trailer).

Tuttavia in questo genere di indagini sul dub la parte dedicata a spiegare le connessioni con il reggae è la principale, e chi volesse capirne di più si ritrova spiazzato. Ma il dub, piuttosto, è un concetto. Come, per intenderci, è un concetto quello dello ‘swing’: inizialmente associato al jazz, il termine è via via diventato un’espressione specifica per indicare la precisa volontà del compositore/interprete nell’intendere (o meno) la composizione/interpretazione («non ha swing…»).

Una spiegazione finalmente sintetica ed esauriente su cosa sia il dub la fornisce un e-book agile (ma si potrà ancora dire «agile» di un e-book?) appena dato alle stampe (idem) dai tipi di Noch Publishing: “Dub, Red Hot vs Ice Cold” di Richard Skinner. Già dal titolo si capisce che il saggio è diviso in due parti: una prima, che indaga le origini del dub (ovviamente giamaicane) fornendo non solo delle coordinate storiche ma anche degli aneddoti atti a facilitarne la comprensione — e questa è la parte red hot. Una seconda, quella ice cold, che traccia tutti i territori in cui il concetto di dub è penetrato, alcuni dei quali lontanissimi per sonorità da quelli originali (techno dub, jungle, 2step, dubstep e praticamente ogni invenzione elettro-club-dance proveniente dall’Inghilterra negli ultimi vent’anni — dai Massive Attack in poi).

In questo libro, soprattutto, sono contenute alcuni delle definizioni più incredibili che si siano mai lette a proposito di dub. Tutte senza alcun tipo di sottotraccia accademica, il che rende la lettura leggera anche per chi non è molto avvezzo alla terminologia musicale né alle dissertazioni cui i popular music studies, soprattutto di origine britannica, ci hanno abituati. Che il merito di tutto ciò stia (anche) nel fatto che la Noch Publishing è sì una casa editrice inglese e specializzata in quello che — come da suo sito internet — è il concetto esteso dell’ascolto, ma allo stesso tempo è diretta da due persone italianissime che sanno il fatto loro? Paolo Inverni è un artista piemontese che opera nel campo audiovisivo con un curriculum che parla da solo. Daniela Cascella è una vera e propria istituzione nel campo della musica e della sound art, già collaboratrice di prestigiosi magazine quali Contemporary, Wire e Frieze, autrice di libri, di un blog molto seguito, di una nuova imperdibile serie radiofonica e di due titoli, reperibili anche in italiano: Scultori di Suono (Tuttle, 2008) e The Edge of the World (Arcana, 2008), testo critico su tutti i testi dei Cure che si mangia in un sol boccone chili e chili di carta delle biografie, analisi e pseudo-tali prodotte in passato ad uso e consumo dell’adolescente medio italiano.

L’autore, Richard Skinner, è uno scrittore e poeta, nonché direttore del Fiction Programme alla Faber Academy. Ha in uscita nel 2014 per i tipi di Faber & Faber un libro sulla vita (romanzata) di Erik Satie: The Velvet Gentleman. Non so se sia o meno sua abitudine scrivere in modo così lineare e comprensibile di musica, ma in “Dub, Red Hot Vs Ice Cold” questa qualità riesce ad essere un apprezzato valore aggiunto. Che gli ha permesso di mettere la parola fine all’annosa questione su cosa rispondere alla domanda da un milione di dollari, quella che un po’ tutti noi appassionati di musica ci siamo sentiti rivolgere più e più volte: «Cos’è il dub?!»:

Dub is the science of studio pressure, when engineer becomes artist.

Adorare Gianroberto.

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Avrebbe dovuto fare molto scalpore l’intervista di Bruce Sterling a Gianroberto Casaleggio pubblicata in esclusiva da Wired italia nel numero di agosto.

Ho scritto avrebbe dovuto per un paio di motivi, anzi tre.

Il primo: è stata anticipata il 18 luglio e puntualmente ripresa da tutti gli organi di informazione italiani, online e non; dopo, (quasi) il nulla. Il secondo: è uscita finalmente nelle edicole e negli iPad, ma mi sembra che ancora (quasi) il nulla. Il terzo, più importante: avrebbe dovuto fornire delle informazioni maggiori circa lo sviluppo del software Parlamento Elettronico, con il quale la Casaleggio Associati vorrebbe fare un business e i grillini vorrebbero rifare l’Italia. Software che era stato presentato in anteprima proprio da Wired nel precedente numero di luglio.
Questa cosa dell’approfondimento di Parlamento Elettronico, tra l’altro, non me la sto inventando io. Lo aveva scritto su Twitter lo stesso neo direttore di Wired Italia Massimo Russo, in risposta ad una mia osservazione:

Inutile dire che di Parlamento Elettronico, nell’intervista di Bruce Sterling, c’è poco o nulla:

“meglio se open source, ma non è detto che lo sia.”

Archiviata in frettissima la pratica Parlamento Elettronico, il resto del pezzo di copertina di questo numero di agosto (che dovrebbe essere lettissimo sotto l’ombrellone) è a suo modo un esercizio di stile: adorante. Di un’adorazione a là Emilio Fede, per intenderci. Solo che con Fede la cosa è più raffinata — e, se mi è concesso, anche un pelino più seria per quanto possa sembrare assurdo: Emilio Fede sai da che parte sta, per cui prima di ascoltarne una sola frase o leggerne una sola riga, hai fatto la tara a quello che sentirai o leggerai. Wired no. Non sai da che parte sta, se non in una generica parte dell’innovazione e bla bla bla.

L’impressione che mi sono fatto è che nel tentativo di dare un po’ di viagra alle rotative di Wired, si sia passati dal fare il colpo grosso, lo scoopone, all’ottenere una via di mezzo tra un’intervista completamente fuori fuoco e una specie di agiografia (eufemismo). C’era da togliere la patina pop che Carlo Antonelli aveva dato al magazine e ributtarla subito sul pesante; d’altronde il senso dell’umorismo nello smanettone non è che manchi ma è piuttosto tutto particolare, e il concetto che la leggerezza e l’intelligenza vanno di pari passo è duro da trasmettere.
Non vorrei divagare eccessivamente, ma mi sembra che la voglia di visibilità pazzesca del marchio Wired abbia portato anche a pestare qualche granchio di troppo, vedi la polemica innescata con Riccardo Luna (fondatore ed ex direttore di Wired Italia, per dare un po’ la dimensione del pessimo gusto polemico) su chi dei due abbia la preferenziale nella discussione sul wi-fi in Italia. Tra l’altro, rispetto al mancato scoop con Casaleggio, forse la polemica ha portato qualche risultato migliore.

Buon divertimento:

Gianroberto Casaleggio è facile da capire.

E’ praticamente trasparente. Con Casaleggio quello che vedi, compri.

Si presenta come un gentiluomo sobrio e di età matura, con l’aspetto del secchione, un professionista delle relazioni pubbliche in giacca e cravatta. E’ calmo, ben organizzato, riflessivo e cauto.

E’ fortunato ad avere capelli così folti. Quel taglio gli dona. E’ diventato il suo marchio caratteristico.

Ho cominciato a chiedere a Casaleggio del suo hardware. Usa l’iPhone, l’iPad, un Kindle per i parecchi libri che legge, e nel suo ufficio ha diversi Pc. E poi Casaleggio ha rivoltato la domanda in una malinconica descrizione della sua vita idilliaca in campagna: ha una casa in collina, e ha paragonato la sua vita familiare nei boschi a quella di Henry David Thoreau, come il filosofo trascendentalista americano la descrisse nel suo classico letterario ‘Walden ovvero Vita nei boschi’.

Casaleggio possiede i suoi computer ma preferirebbe parlare del piacere e della libertà di non possederne.

Lo annoiano o addirittura lo disgustano le cose che i consumatori medi apprezzano o ammirano. E’ vegetariano. Gli pare una stupida perdita di tempo mettersi lì a collezionare orologi d’oro o robe del genere.

Il denaro suscita in Casaleggio un vivo disprezzo.

Come spesso accade, le persone disinteressate al potere e alla ricchezza invece tengono a essere famose. Casaleggio no. E’ piuttosto evidente che per lui la notorietà è un altro fardello, un’altra perdita di tempo che interferisce con una vita saggia. Detesta così cordialmente l’attenzione dei media che mi veniva voglia di chiedergli scusa per l’intervista. E’ stato gentile da parte sua tollerare con pazienza la necessaria confusione di bloc-notes, registratori, traduttori, fotografi e così via.

Gianroberto Casaleggio ha tutti i motivi, e motivi interessanti, per essere infastidito dalla televisione. Ma nel suo modo frugale e cauto si è accontentato di dire che la televisione italiana è: a) oberata di debiti; b) storicamente condannata; c) basata su un obsoleto modello di media ‘one to many’; d) impegnata nel vano inseguimento dell’audience di prima serata, ormai perduta; e) così passiva che anche suo figlio di 7 anni preferisce di gran lunga un iPad.

Dato che Casaleggio è così serenamente indifferente alle necessità che governano il resto dell’umanità — fama, potere e denaro — viene spontaneo chiedersi che cosa gli piaccia.

Casaleggio è uno stratega della rete.

E’ molto interessato e capace.

A quanto pare ha letto qualunque libro sia mai stato scritto nella Silicon Valley a proposito della strategia internet.

Casaleggio è brillante tanto quanto lo sono questi americani.

Nessun esperto di rete americano è mai arrivato a tanto. E dunque è certamente giusto presentare Casaleggio come un maestro italico tra i guru mondiali di internet.

Nessun collega americano conosce neanche lontanamente la storia come la conosce lui. Casaleggio la conosce nello stile di Umberto Eco, con dettagli barocchi, come gli armamenti dell’esercito di Sparta e le persecuzioni e le cacce alle streghe del Catari nel Piemonte tardo medioevale.

Sono quasi certo che sia l’unico guru della rete a possedere e ad aver letto questo libro [la Carta del Carnaro di Alceste de Ambris e Gabriele D’Annunzio, ndr].

Nessuno al mondo è riuscito a fare con tanta efficacia e su scala così vasta quello che lui ha fatto in Italia.

Capisco che Casaleggio come uomo possa sembrare un po’ difficile da decifrare agli occhi della gente. Le persone molto attive nella vita pubblica di solito sono parecchio interessate al potere, o al denaro o alla fama [sembra che Sterling sia ossessionato, forse più di Casaleggio, da queste tre cose, ndr]. Lui non lo è, e uomini del genere sono rari.

Tanto più che domani è solo venerdì.

E’ agosto, il primo di agosto. Ha ripreso a fare un caldo pazzesco e tu sei ancora lì che lavori. Un’altra settimana davanti, una di quelle che sembrano infinite per te che le devi vivere e velocissime per chi, invece, sta già altrove — con il fisico o con la testa.

Tanto più che domani è solo venerdì.

Una settimana che può passare soltanto in un modo. Quello più paradossale, per te che non puoi minimamente soffrire qualunque tipo di accenno alla musica latinoamericana. Non hai mai capito perché, in Italia, ci si riunisce in piazze umide e piene di zanzare per ballare su basi musicali posticce un tipo di musica che non ci appartiene. Cumbia, Orisa, Mapeye, Salsa, Merengue. Boh. E’ un po’ come mangiare sushi, lo si fa per la socialità e perché fa di un figo pazzesco ma insomma — solo che il latino americano è il sushi con l’asticella spostata ancora un po’ più verso l’alto.

Fino a che non hai scoperto questo disco con un ritardo colpevolissimo. E allora anche la musica latinoamericana ti sembra bellissima e staresti lì a ballarla e ad ascoltarla per ore. Hai finalmente capito che, anche dentro lì, ci sono differenze mica male: c’è il cestone con le offerte speciali (da dove proviene il 99% dei dischi passati alle feste latinoamericane) e poi c’è il resto.

Che resto. Anche se domani sei al lavoro e manca ancora una settimana — che poi, sinceramente, ci si riposa davvero e del tutto?

L’offline che vince sull’online.

Il caso Monocle e le riflessioni di Rafat Ali sui contenuti sponsorizzati a cura dello staff editoriale.

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Chi mi conosce sa della mia passione per la carta stampata. Tra le riviste che negli ultimi anni si sono poste con maggior attenzione sul panorama editoriale internazionale, c’è sicuramente Monocle.
Ideata da Tyler Brule (già fondatore della bibbia del design e del lifestyle Wallpaper*), Monocle è stata descritta come un incrocio tra Vanity Fair e Foreign Affair. I temi che tratta variano dall’economia al design, passando per cultura e quello che viene raccolto sotto l’ombrello del “global briefing”.

Introduzione doverosa, ma credo che la maggior parte di voi conosca il soggetto.

Brule è passato, nel corso del tempo, dall’essere un giornalista a diventare un vero e proprio uomo di brand. Non a caso Monocle si è imposta al pubblico non solo per la sua qualità, per il target medio-alto o per la fattura con la quale si presenta (quasi) ogni mese in edicola. Una delle chiavi del successo della rivista si trova infatti nell’aver creato un brand immediatamente riconoscibile. E quindi troviamo sia una catena di caffetterie, con punti vendita che piano piano spuntano in ogni parte del globo (che conta, ovvio); oppure il vestiario, o accessori come penne, agende, poster. L’intento è quello di fidelizzare il più possibile i lettori. Farli sentire parte di una community immediatamente riconoscibile; il che, per un magazine dal target di Monocle, il gioco è facilitato dal fatto che il suo pubblico ama riconoscersi: veste elegante, ha gusti raffinati, frequenta mostre, è interessato di media, viaggia molto e appartiene alla categoria meglio conosciuta con il nome di “globetrotter”.

Spostando in avanti questa strategia, il passo successivo non poteva che essere quello di cercare di far entrare in questa rete immediatamente riconoscibile anche gli investitori pubblicitari. Aspetto questo fondamentale per Monocle, dal momento che si pone come alfiere della carta stampata e sembra voler stare ben al di fuori del circuito dei media digitali: non ha un’edizione per iPad, ad esempio, ma sta anche molto lontano dal chiacchiericcio dei social network. Ed è proprio su questi spunti di riflessione che si colloca un lungo post di Rafat Ali, pubblicato qualche giorno fa sulla sua bacheca di LinkedIn. Al suo interno, viene analizzato l’ultimo numero di Monocle (Luglio/Agosto 2013) con particolare attenzione alle pagine pubblicitarie. Molte di queste, infatti, sono costruite direttamente dallo staff di Monocle in collaborazione diretta con il cliente. Il risultato è quello di ottenere uno sfoglio ininterrotto, dove il lettore non ha l’immediata percezione di dove finiscano i contenuti editoriali e dove comincino quelli pubblicitari, secondo il principio dell’advertorial.

campagna pubblicitaria in collaborazione con Finnair

campagna pubblicitaria in collaborazione con Finnair

campagna pubblicitaria in collaborazione con l'ente del turismo spagnolo.

campagna pubblicitaria in collaborazione con l’ente del turismo spagnolo.

(immagini prese dalle slide di Rafat Ali)

Per Ali la cosa è particolarmente interessante nell’ottica del native advertising. E suggerisce — fin dal titolo del suo post “For a Masterclass in Native Advertising, Look Offline” — che l’online dovrebbe prendere esempio da quanto fa l’offline, e in particolar modo dal caso Monocle.

Il dibattito, ovviamente, rimane aperto. Che il mondo pubblicitario condizioni quello editoriale, è cosa nota a tutti. Qui la questione, però, si fa più sottile: non è un modo per ingannare il lettore, ma piuttosto per trovare uno spazio nel mercato della raccolta pubblicitaria, ovviamente in picchiata libera.
Per questo Brule potrebbe indicare una via nuova: un giornale — online, offline, a questo punto importa poco — che dal punto di vista pubblicitario lavori a stretto contatto con il cliente, creando campagne promozionali su misura. Nel suo caso il lavoro è facilitato: di queste campagne si occupa la Winkcreative, ovvero l’agenzia da lui fondata e della quale fa parte il suo stesso giornale. La cosa non deve scandalizzare affatto: secondo Brule “un ottimo giornalista è anche un ottimo venditore”. D’altronde questa massima lui l’ha sempre applicata sui suoi prodotti editoriali, che infatti hanno rappresentato dei successi mediatici anche in tempi di crisi della stampa (Wallpaper* fu venduto alla Time Inc per una cifra monstre nel 1997: si parla di 1.63 milioni di dollari).

Se dunque un giornalista nel frattempo ha dovuto riadattarsi e diventare sempre di più un operatore multimediale, che il futuro stia anche nel diventare un commerciale? Forse basta citare questo dato: una delle ultime — e più fortunate — campagne che Monocle ha realizzato in questo modo, quella con Samsung, secondo Digiday ha fruttato un milione di dollari. Se ci fermiamo al solo dato numerico, sarebbe già impressionante. Ma sono proprio ricavi di questo tipo che permettono a Monocle di aprire uffici in giro per il mondo e di avere un parco di corrispondenti dislocato su tutte le più grandi città internazionali anziché tenerli inchiodati ad osservare il mondo dallo schermo di un computer. Quanto basta — o, a seconda dei punti di vista: il prezzo da pagare — per poter offrire ai lettori un prodotto di qualità.