Pensavo fosse un featuring (e invece era solo un sample).

Pensavo fosse un featuring e invece era solo un sample. Parafrasando quel celebre film di Massimo Troisi, possiamo descrivere così la storia della collaborazione tra Amedeo Minghi e Justin Timberlake.

Ma si tratta di vera collaborazione? A sentire quanto dichiara — tutto in maiuscolo, come un po’ maliziosamente riporta Rockol — il Maestro sulla sua pagina Facebook, sì. A leggere i credits del brano “When you walked away”, inserito nel nuovo disco di Justin Timberlake “The 20/20 Experience 2 of 2”, sembrerebbe invece la più classica delle pratiche nell’Rnb contemporaneo: quella del campionamento (sampling, in inglese).

Come costruisce bene Rockol, Amedeo Minghi appare tra i credits del brano in questione. Questo perché al suo interno è contenuto il campionamento di un suo vecchio brano, “Lustful”, realizzato negli anni ‘70 per le librerie musicali di proprietà della Flipper.

http://www.youtube.com/watch?v=HQpNx3rmRqY

La canzone è un tipico esempio di production music realizzato negli anni ’70. Per production music s’intendono quei brani, per lo più strumentali, che non vengono realizzati col fine preciso di finire in un disco, ma sono invece raccolti dentro librerie musicali per un utilizzo professionale come la sonorizzazione televisiva, cinematografica e persino radiofonica. Il genere, da sempre, conta una nicchia piuttosto estesa di appassionati di provenienza extra-professionale e ultimamente sembra essere venuto alla ribalta per il riferimento costante che alcuni artisti appartenenti a generi sperimentali, come il cosiddetto hypnagogic pop americano o più ancora l’equivalente britannico dell’hauntology music, fanno a queste library.
Contrariamente a quanto si tenda a pensare, la production music non è una sorella minore della musica commerciale, né è realizzata da case discografiche di ultimo livello. Sono moltissime le case discografice e le edizioni musicali a possedere una divisione specializzata in production music (la library Extreme, una delle più famose nel settore, fa capo alla divisione editoriale di Sony, la Sony/ATV Music Publishing) e spesso queste musiche sono tra quelle che fruttano economicamente di più agli aventi diritto su di esse.
Il pezzo di Minghi s’inserisce perfettamente in questo filone, fornendo un esempio tipicamente anni ’70 di rock acido con tanto di flauto traverso e chitarra elettrica — sonorità distanti anni luce dalle tipiche sonorità per le quali il cantautore romano è famoso al grande pubblico.

Quella del sampling è pratica diffusissima in molta della musica “nera” — sebbene Timberlake sia un interprete bianco —, e ha avuto le sue origini nel turntablism. Si può quasi dire che non esista disco di questo tipo che non contenga i campioni più svariati, senza che necessariamente gli artisti campionati parlino di vera e propria collaborazione.

A livello di diritti d’autore, vengono riconosciuti agli artisti campionati i diritti editoriali e ai produttori fonografici (proprietari del master) quelli sull’utilizzo del fonogramma, tanto che tutti i sample vengono correttamente rendicontati nei credits. Ma più che di collaborazione si tratta di una forma di licensing: gli artisti nemmeno s’incontrano (e non necessariamente devono conoscersi), e il tutto avviene a livello di burocrazia e di uffici legali.

La sinistra instupidita.

Nessuno è stupido. Per cui non dirò che secondo me esiste una sinistra stupida —sebbene alla fine del ragionamento sembrerà chiaro che pensi ne esista anche una che non sia stupida.
Credo però che esista una sinistra instupidita. Lo dico senza presunzione. Anzi, senza la doppia presunzione: la prima, facilmente intuibile dall’affermazione pesantuccia; la seconda, dal fatto che non mi ritengo una persona di sinistra, o comunque non secondo le categorie che da vent’anni in Italia vengono utilizzate per definire la sinistra (che poi è la sola sinistra italiana).

Perché, allora, penso che esista una sinistra instupidita? La riflessione mi è venuta quando, questa mattina, ho letto le dichiarazioni del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano sull’amnistia, rilasciate dopo la visita a Poggioreale. Napolitano ha detto, sostanzialmente, che di amnistia c’è bisogno seppur la sua realizzazione non dipende da lui, ma è prerogativa del parlamento. Questa la notizia senza fronzoli. Nemmeno una novità, se si pensa che il capo dello stato non è la prima volta che spende parole per un atto di clemenza generale. D’altronde la situazione nelle carceri italiane è quella che è. Lo denunciano da sempre i nostri Radicali, ma ora pare che qualcuno se ne sia accorto anche in Europa.
Subito dopo aver letto le dichiarazioni di Napolitano, scorro la mia timeline di Twitter. Dove leggo i primi esempi di sinistra instupidita. Il personaggio tipico —il fenotipo di sinistro instupidito, potremmo chiamarlo — dopo aver letto le parole di Napolitano twittava una cosa più o meno di questo tenore:

Non è sospetto il tempismo di Napolitano nel dichiararsi favorevole all’amnistia?

Il sottinteso era fin troppo evidente: il tempismo sospetto, infatti, starebbe nella situazione giudiziara di Silvio Berlusconi.

Ok, ma perché dire allora che esiste una sinistra instupidita? Perché secondo me una persona di sinistra —compresa una persona che si riconosce nelle categorie italiane di sinistra— dovrebbe avere a cuore l’amnistia molto più di quanto abbia a cuore l’esecuzione della condanna di Silvio Berlusconi. O di qualunque altra persona, a dire il vero.

L’amnistia, in definitiva, penso sia uno degli atti più di sinistra che ci possano essere —più di buon senso che ci possano essere, e infatti ogni tanto trova qualche sponda favorevole anche a destra (sebbene nelle persone che si trovano a destra solo perché le categorie italiane di destra e di sinistra, come già detto, sono categorie che valgono solo in Italia —sembra che l’italianità di cui si parla tanto in questi giorni per i casi Telecom e Alitalia, se ha un valore, lo ha solo in negativo).
Una persona di sinistra, secondo me, non dovrebbe pensare che un’amnistia potrebbe (condizionale, ché non sono un giurista e quindi non so come stiano esattamente le cose) salvare Silvio Berlusconi dalla sua condanna. Una persona di sinistra, di una sinistra non instupidita, dovrebbe pensare che un atto di amnistia pone rimedio ad una situazione carceraria che ha di molto oltrepassato il limite della legalità e di ogni rispetto dei diritti umani.

Invece no. La sinistra instupidita pensa che l’accelerazione di Napolitano (che poi una vera accelerazione a me non è sembrata) sull’amnistia rompa le uova nel paniere a chi è pronto a festeggiare l’uscita per via giudiziaria (perché quella politica, come abbiamo visto, ha fallito su tutti i fronti) del leader del partito politico con il quale si sta cercando —tra sempre maggiori difficoltà— di far finta che l’Italia, sebbene in crisi, abbia voglia di rimboccarsi le maniche. La sinistra instupidita ritiene più importante condannare ed eseguire la condanna del suo leader politico storico, contro il quale ha sempre perso, anziché un atto di fondamentale —e oggettiva, agli occhi dei non instupiditi— importanza.

Già. Ma da cosa è stata instupidita questa sinistra? Questa sinistra è stata instupidita, o meglio si è instupidita, quando ha abbracciato senza se e senza ma certi giornali. E certe procure. E certi partiti fondati dai fuoriusciti dalle procure in uggia di carriera politica. Viene constantemente instupidita da certi editoriali di giornaloni chic che parlano quasi di derattizazione dal berlusconismo. O da certe gazzette delle procure che non pubblicano notizie, ma copiaincollano brogliacci per non dire di altre carte che sulla stampa non dovrebbero trovare spazio.
Si è instupidita quando non si è accorta che la linea gliela stava dettando chi si è collocato a sinistra solo per convenienza politica (e per le solite, strambe, categorie italiane); ma che, in verità, stava a destra. Come certi ex magistrati. Come i grillini. Come Marco Travaglio. In quel momento, quando ha smesso di essere sinistra pur continuando a dichiararsi di sinistra, la sinistra era già altro. Una destra della peggior specie. Una destra inconsapevole di esserlo, che ad esempio non vuole l’amnistia se dovesse salvare Silvio Berlusconi. Che alla certezza del diritto preferisce un diritto incerto, senza pensare che oggi le va bene così ma domani potrebbe capitare a lei. Che raccoglie firme, inneggia ai plagiatori come ai nuovi eroi della letteratura di denuncia, s’indigna con la erre avvotolata, moraleggia e poi si dà una patina di difesa dei diritti civili quando c’è da inchiodare un marchio privato alle sue scelte di comunicazione e marketing. Una destra, questa sinistra instupidita, che riesce a sospettare (ah, la cultura del sospetto!) di un galantuomo come Giorgio Napolitano, accusandolo via Twitter di connivenza con il nemico di sempre, e ritenendolo organico senza capire che la sinistra del nostro capo dello stato è l’altra: può piacere o meno, ma non è instupidita.

Questa sinistra instupidita, invece, ha in sé tutti i difetti peggiori. Tra i quali svetta quello di non riconoscersi, di non capirsi più tanto è persa nell’inseguire questo o quel guitto buono per una stagione o poco più. È la vittima inconsapevole di un’operazione di marketing politico condotta da una serie di furbacchioni che tutto hanno, tranne l’essere di sinistra. Sono arrivati e hanno fatto credere che seguendoli, comprando i loro libri, pagando per i loro spettacoli, indignandosi con loro in battaglie fuori dal tempo, sarebbero stati puri e dalla parte dei giusti contro il puzzone. Con l’unico risultato che la sinistra ha finito di ragionare su cosa sia giusto e cosa no, non capendo di essere diventata altro.

Aggiornamento — proprio mentre stavo rileggendo questa notarella è arrivata la notizia che i ministri del Pdl si dimettono in massa. A dimostrazione che per una sinistra instupidita esiste una destra all’altezza.

I finlandesi sono bravissimi in tutto (campagne pubblicitarie comprese)

Un manifesto della campagna a favore dei mezzi pubblici condotta da HSL e 358 (foto: 358.fi)
Un manifesto della campagna a favore dei mezzi pubblici condotta da HSL e 358 (foto: 358.fi)

Quest’estate sono stato a Helsinki. Tra le tante cose, non mi sono reso conto che per i finlandesi il traffico nell’area urbana della capitale sta diventando un problema. Forse non me ne sono accorto perché non ho quella sensibilità tipica di chi possiede la retorica dei mezzi pubblici. O forse solo perché il traffico di Helsinki (e parlo anche del traffico in centro) per un italiano è infinitamente meno rispetto a quello di una qualunque delle nostre grandi città. Se c’è un problema, quindi, è completamente ininfluente ai nostri occhi. Non credo c’entri solo la buona e civile educazione dei finlandesi, ma anche il fatto che la loro densità di popolazione (e, di conseguenza, di mezzi di trasporto privati) sia di molto inferiore alla nostra.

A me è sembrato che i mezzi pubblici di Helsinki funzionassero già molto bene. Parlo del loro utilizzo da parte dei cittadini, conseguenza di due fatti fondamentali: la capillarietà, certo, ma anche l’efficienza. Nei sei giorni di mia permanenza, non ricordo di un autobus o di un tram che abbiano sgarrato di un secondo l’orario di arrivo indicato sulle colonnine elettroniche poste ad ogni (ogni: in centro come in periferia) fermata.
Non sono mezzi pubblici esattamente a buon mercato. Ma evidentemente per i finlandesi deve valere la stessa equazione che vale anche per le tasse: a un caro costo corrisponde un ottimo servizio. Il reddito procapite e la qualità della vita fanno il resto.

L’ho già detto che tutto questo è strano agli occhi di un italiano? Perché a Helsinki, invece, non sembrano essere troppo contenti. Tanto da aver studiato un’ottima campagna di sensibilizzazione (e marketing) per promuovere l’uso dei trasporti pubblici. Si sa: quando ti muovi in macchina c’è la coda. O la benzina che finisce e bisogna fermarsi a farla, spesso ad un distributore self-service (che allontana immediatamente due tipi di persone: i pigri e quelli che credono di non essere in grado di infilare una pompa di benzina in un buco). Soprattutto, a Helsinki d’inverno c’è la neve. Tanta neve. E con la neve non ci si muove benissimo in macchina. E poi: come faccio l’abbonamento ai mezzi pubblici? (sono sempre i pigri che parlano).

Queste problematiche sono il risultato della targetizzazione degli automobilisti che il servizio di trasporti di Helsinki (Helsinki Regional Transport – HSL) ha commissionato all’agenzia finlandese 358 la scorsa primavera. Da qui l’idea di una campagna promozionale su radio, televisioni e online, dallo svolgimento tanto semplice quanto accattivante: iscriviti al servizio, l’abbonamento all’autobus te lo consegnamo noi a casa (“facile come ordinare una pizza”) e in più ti regaliamo due settimane di viaggi. Gratis.

Al momento hanno aderito all’iniziativa qualcosa come 34 mila persone.

Peter Gabriel fa le pentole (ma non i coperchi).

Credo che tutti conoscano il terzo lavoro da solista di Peter Gabriel. Genericamente intitolato Peter Gabriel come i due precedenti (e come il successivo), per distinguerlo viene di solito aggiunto un numero ordinario (che in questo caso lo trasforma in un pessimo “Peter Gabriel 3”), oppure viene usata la descrizione dell’immagine di copertina (sempre ad opera dello studio Hipgnosis), in questo caso “Melt” essendo raffirugato il volto di Gabriel che sembra sciogliersi.

L’album spicca per molte cose. Produzione compresa, perché è passato alla storia per essere stato uno dei primissimi dischi ad avere il gated reverb sui suoni della batteria, in particolare sul rullante, diventando così un termine di paragone — e di influenza — per tutti i rullanti di lì a venire nel corso degli anni Ottanta. Curiosità, tra l’altro, vuole che ancora nessuno abbia capito bene chi, a conti fatti, inventò quel tipo di suono. Se il produttore Steve Lillywhite, se Peter Gabriel che optò per la totale eliminazione dei piatti dallo spettro sonoro del disco (aggiungevano una marmellata fastidiosa di sottofondo, disse) o se il tecnico del suono Hugh Padgham. Aggiungerei — anche se di solito si tende a lasciarlo fuori dalla lista degli indiziati — anche Phil Collins, il quale suonò in effetti qualche traccia di batteria su Melt, e in particolare nella canzone di apertura Intruder, tra quelle a più alto tasso di ricerca timbrica contenute nel disco e ritenuta, non a torto, la canzone simbolo nell’uso del gated reverb.

Tra i brani contenuti in Melt, uno dei miei preferiti è sempre stato And Through The Wire. Brano solidamente rock, distante da molti dei suoni contenuti in questo lavoro (e nel successivo quarto disco solista) che resero celebre Gabriel.
Il brano è basato interamente su un riff di chitarra suonato da Paul Weller, nei paraggi durante le registrazioni. Come in tutto il resto dell’album, anche in And Through The Wire non c’è traccia di piatti. Tuttavia, tenendo il pezzo un andamento tipicamente rock per tutta la sua durata, qualcuno (anche qui molti indiziati ma nessun colpevole) ha pensato bene di aggiungere qualche percussione: i sonagli e, in particolare durante il ritornello, un campanaccio.

Almeno quando si tratta di musica si tende ad andare contro la vulgata comune e pensare che sia la perfezione a conferire bellezza. And Through The Wire, invece, è un brano imperfetto. Di un’imperfezione non voluta, né compositiva. Piuttosto di produzione — il che è stranissimo, almeno per un disco passato alla storia come uno degli album meglio prodotti di ogni tempo (e a ragione: certe sovrapposizioni, certi primi piani sonori hanno pochi eguali nella popular music).
L’imperfezione sta proprio nell’uso delle percussioni. Dopo la prima strofa (il brano possiede una struttura molto primi Beatles: ritornello-strofa-ritornello-bridge-ritornello), nel momento in cui entra il ritornello stanno ancora suonando i sonagli, eredità della strofa. Il tutto per i primi 3-4 secondi, dopodiché entra bruscamente a scandire i quarti di battuta il cowbell (da 1:09 in poi):

Una finezza notarlo? Non direi. Piuttosto uno shock sonoro impossibile da non notare, almeno per un orecchio mediamente attento, ma cui col tempo ci si fa l’abitudine.

Oggi pomeriggio stavo riascoltando il disco — che sì, è uno dei miei preferiti — e come sempre ho notato la cosa, trovandola deliziosa. Che nessuno si sia accorto durante le registrazioni di questo sfasamento mi sembra impossibile. Così come trovo improbabile una volontà di creare questo scompenso. E’ certo un peccato veniale, nell’economia della canzone; e forse proprio il fatto di essere un pezzo rock, il più rock di tutto il disco, ha contribuito a chiudere un occhio (o un orecchio) e a lasciarlo nel mix definitivo. Non saprei.

E’ sicuramente una deliziosa imperfezione.

Questione di percentuali.

I giudici (d’appello, nel processo sul presunto plagio in Gomorra, ndr) hanno poi ritenuto che due passaggi del mio libro avrebbero come fonte due articoli dei quotidiani di Libra. Neanche due pagine su un totale di 331. Ricorrerò in Cassazione. Anche se si tratta dello 0,6% del mio libro

Queste le dichiarazioni di Roberto Saviano, raccolte dal Corriere del Mezzogiorno, riguardo il presunto plagio contenuto in Gomorra. I giudici hanno riconosciuto che due pagine su 331, cioè lo 0,6% dell’intero libro, sono state plagiate senza citare nemmeno le fonti. Una percentuale davvero ridicola: a sfogliare un qualunque testo accademico o tesi di laurea, ad esempio, il rischio è quello di incorrere in percentuali copiaincollate plagiate decisamente maggiore. Sacrosanta l’intenzione di Roberto Saviano di ricorrere in Cassazione. Per una volta, diciamo così, siamo dalla sua parte.

Ora però ci sarebbe anche un’altra dichiarazione da raccogliere, fatta da chi è appena uscito a pezzi da una sentenza della Cassazione — quando diciamo “uscito a pezzi” non intendiamo che ci sarà un editore che pagherà una multa ai plagiati; no, intendiamo proprio che c’è la conferma di una condanna, con arresti domicialiari o servizi sociali, decadenza da senatore e interdizione a vita dai pubblici uffici:

sono riusciti a condannarmi a quattro anni di carcere, soprattutto all’interdizione dai pubblici uffici per una presunta ma inesistente evasione dello zero virgola rispetto ai dieci miliardi di euro, quasi ventimila miliardi di vecchie lire, versati allo Stato dal ’94 ad oggi dal gruppo che ho fondato

Uno zero virgola, questo, che però non martirizza chi lo pronuncia.

Segnalazioni

byrne

E’ uscito in questi giorni in libreria, per i tipi di Bompiani, “Come funziona la musica” di David Byrne (traduzione di Andrea Silvestri).

Non una biografia dell’ex leader dei Talking Heads, né un romanzo, né un atto d’amore puro e pieno di retorica nei confronti della musica. Piuttosto, una raccolta di articoli, saggi, testi alcune volte già apparsi altrove (al TED, o sull’edizione americana di Wired) che raccontano cosa vuol dire vivere nella musica. I formati musicali, le incognite per il futuro, aneddoti, funzionamento dell’industria musicale.

L’edizione è molto lussuosa, in linea con quella già uscita lo scorso anno nel Regno Unito: copertina imbottita e carta pregiata, assomiglia più ad un coffee table book che ad un testo da consultare frequentemente. Solo non si capisce perché non sia uscita anche l’edizione in ebook: si parla di una futura uscita di un’edizione multimediale per iPad, ma nel frattempo curiosando vediamo che è in vendita, ad un terzo del prezzo di copertina, l’edizione ebook in lingua inglese. Ma questi sono i misteri dell’editoria italiana.

Consigliatissimo.

Nemmeno un editor che si sia chiesto cosa fossero.

Sto leggendo in questi giorni un vecchio romanzo. Non è importante dire con precisione quale. Basti il fatto che è uno dei tre romanzi più famosi di un ex enfant prodige della letteratura americana, uscito a metà degli anni Novanta e tradotto in Italia da una delle più prestigiose case editrici nostrane — non quella con i colori pastello, l’altra.
Non sono un maniaco delle traduzioni. Mi piacciono ben fatte, ma non mi sentirete mai dire che è meglio leggere un romanzo in lingua originale. Certo che è meglio, ma ci sono traduzioni talmente belle e fedeli che non si perde nulla né della storia né, soprattutto, dello stile dello scrittore.
Per farla breve, ché l’ho già fatta troppo lunga. Ad un certo punto il protagonista del libro prende un compact disc e lo infila nel lettore. Decidendo però che l’ascolto dell’intero disco è troppo, programma solo alcune canzoni (una pratica che sono quindici anni buoni che nessuno fa più, ma perfettamente in linea con gli usi del tempo in cui il libro uscì). Magicamente, i brani (“tracks” in originale) nella traduzione italiana diventano “piste”.

Traslochi.

relocation

Sono in procinto di fare un trasloco nella mia vita reale. E mi è sembrata l’occasione giusta per farne uno anche in quella virtuale. Capisco che non sia esattamente la stessa cosa, e che nell’ordine delle priorità un trasloco nella vita virtuale si colloca infinitamente sotto rispetto a quello nella vita reale (soprattutto per la parte logistica).

Sta di fatto che da oggi questo nuovo indirizzo Giamai.com sarà l’url ufficiale del blog che tengo da parecchi anni (da ancora di più se se ne considera la primissima versione) e che fino a qualche ora fa era ospitato dalla piattaforma WordPress.com.

Per voi che osservate, non c’è una grande differenza con quello di prima. Il tema — salvo qualche piccolissimo ritocco, già fatto e in cantiere — è lo stesso. I contenuti anche (tutto l’archivio, commenti inclusi, è stato trasferito qui). Per me che sto dietro, vi assicuro che la differenza è molta. Al netto della retorica, è come affittare una macchina e averne invece una tutta tua — con entrambe viaggi, ma con la prima devi stare attento a come parcheggi, certe manovre ti sono impedite, devi sempre rendere conto a qualcun altro di quello che fai e di come lo fai e non tutto quello che vorresti fare ti viene concesso.

Ora è tutta un’altra libertà, se così si può dire.