Archivio mensile:Settembre 2013

Come i Led Zeppelin senza Bonham padre.

Un eccesso di nostalgia mi porta a pensare che no, non andrò a vedere i Pixies il prossimo novembre a Milano. Non mi succede quasi mai di fare un pensiero del genere, ma evidentemente questa volta si tratta della classica eccezione che conferma la regola: secondo me, questi qui senza Kim Deal, non sono nemmeno i Pixies.

Ombrelli e giornali di carta.

Non è vero che l’ombrello non serve più. Ci sono gli over the top, e da anni siamo svagati davanti all’acqua che cade dal cielo, mica portiamo le galosce. L’ombrello è un oggetto così vecchio, sostituibile, seriale nei mille modi a costo quasi zero di produzione e distribuzione e vendita (come la stampa free), che sembra quasi non piova più o non ci sia più bisogno di proteggersi. Invece no. Mi sento fico se passeggio con i cani e con l’ombrello. Un essere umano che compra il giornale per strada e porta l’ombrello quando piove mi sembra superiore a uno che non lo fa. Almeno a una certa età.

Giuliano Ferrara, Il Foglio, 16.09.2013 p.1

Ok, ora fateci vedere se siete capaci anche in tv.

do you remember the good ol' days?

do you remember the good ol’ days?

Dire che MTV non si occupa più di musica ma di ben altro è ormai considerata una sciocchezza. Il che però non vuol dire che non sia vero. Affatto. Vuol solo dire che è talmente tanto tempo che MTV non si occupa di musica che continuare a rimarcarlo ogni due per tre risulta banale.

Pensavo questo mentre mi rendevo conto che questo fine settimana, a Torino, si svolgono i Digital Days organizzati da MTV Italia. Io non so come siano gli altri canali di MTV in giro per il mondo, dal momento che non guardo più nemmeno quello italiano, ma non mi è difficile immaginare che la situazione sia la stessa: trasposizione della rubrica del cuore di Cioè, solo condita con più volgarità da trivio, sul canale tradizionale, e un po’ di musica qua e là sugli altri canali del digitale terrestre o del satellite. Magari, ecco, in UK va meglio: qui da noi il canale di classici visibile sul satellite ha ereditato la videoteca di Videomusic (e poteva comunque andarci peggio), là magari hanno ereditato qualcosa di meglio — anche se Fade to Grey dei Visage, a mio modesto parere summa della pop culture degli ultimi trent’anni, ogni tanto passa anche da queste parti.

Ma sto perdendo il filo, come sempre.

Dunque, i digital days. Quelli della mia età si ricorderanno gli MTV Days, kermesse musicale che veniva organizzata da MTV Italia una decina di anni fa o forse più, che è resistita — a stento: le ultime edizioni lasciavano un po’ a desiderare — fino a qualche anno fa. Agli inizi la organizzavano all’Arena Parco Nord di Bologna (quel posto che da qualche tempo è stato intitolato a Joe Strummer) e aveva l’aria di un discreto festival musicale gratuito, con programmazione perfettamente allineata sui gusti italiani dell’epoca (i Timoria in piena caduta libera, per esempio) ma con una sua logica (e dignità) di fondo. Poi, per carità, i tempi cambiano. D’altronde MTV è ormai un marchio, un brand, e credo che il pubblico medio di MTV, identificabile non solo nello spettatore degli adattamenti italiani di telefilm di pessimo gusto (i telefilm, non gli adattamenti) ma anche in quello di prodotti nostrani, almeno nei protagonisti, come Spit, lo spettatore medio di MTV — dicevamo — nemmeno conosce più il significato dell’acronimo. La parola ‘music’ credo la si sia voluta nascondere gradualmente fino alla totale scomparsa. Non lo contesto: d’altronde nel marketing lui è il genio e io il coglione — per dirla alla Montanelli.

Però a me la cosa dei digital days continua a non convincere. Che poi, spacciato per un incontro geek (il prossimo target di MTV Italia?), altro non è se non un mini-festivalino con soprattutto musica elettronica, studiato con una formula un po’ da meeting di Cernobbio e con panel (concediamogli almeno l’onore di chiamarli così) del tipo “Quando i videogiochi incontrano la musica”, oppure con temi più seriosi, che indagano il futuro della discografia davanti ad un pubblico che, presumibilmente seppur incolpevolmente, la discografia l’ha uccisa, complice chi poteva ancora fare qualcosa e ora organizza i panel in cui parlano i presidenti dei discografici.

Mi sembra, infine, che svuotato definitivamente il network di quello che è sempre stato il suo core business (ma diranno: è un core business che non tira più, e non si chiederanno il perché), ora provino a cavalcare l’onda del digitale. Fanno bene. Sono temi importantissimi, da affrontare il più seriamente possibile. E’ il futuro, d’altronde. Solo, ecco, continua a sfuggirmi il perché in prime time c’è una studentessa ubriaca che vuole scoparsi il suo compagno di stanza, e durante il weekend il seriosissimo incontro con il presidente della FIMI. Come se dietro queste due cose ci fossero due entità agli opposti. Cioè, non è che mi sfugga completamente il motivo: si chiamano inserzionisti pubblicitari, siamo pur sempre gente di mondo anche noi. Però, ecco, dopo la tizia ubriaca, per guadagnare in credibilità e non far pensare alla gente che abbandonerete la moda del digitale quando saranno rimasti nel cortile della reggia di Venaria solo due nerd con gli occhiali più grossi del viso, perché dopo la tizia ubriaca non pensiamo a qualcosa di meglio? Magari al panel sul futuro della musica digitale. No, non quello sponsorizzato dal noto servizio di streaming digitale del quale ci riempite la timeline di Twitter con segnalazioni. Facciamo magari una cosa un po’ più seria.

la città dell’uomo.

Oggi ho voluto comprare il numero di settembre di Domus perché con il nuovo direttore Nicola Di Battista si inaugura un nuovo corso per la più storica — e probabilmente importante — rivista d’architettura a livello internazionale. Quando si sfoglia Domus, non per forza come addetti ai lavori ma anche solo come semplici appassionati mossi da curiosità e interesse per il mondo dell’architettura, si ha l’impressione (giustificata) di trovarsi davanti ad un prodotto le cui molte qualità possono essere riassunte nell’aggettivo ‘prestigioso’. Da lettore curioso, ma piuttosto saltuario, dell’edizione cartacea, anche oggi ho confermato la stessa impressione. Ma una cosa mi è piaciuta più di tutte, ed era contenuta nell’editoriale del nuovo direttore (che poi tanto nuovo non è, avendo già diretto Domus negli anni ’90). E cioè, nel domandarsi il ruolo dell’architettura di oggi e nello spiegare il perché ha voluto mettere in copertina un payoff come “la città dell’uomo”:

Debbo anche dire, però, che qui intendiamo “la città dell’uomo” principalmente come contrapposizione a quella che oggi possiamo definire “la città dei clienti”, che sembra essere diventata l’unica città possibile, globalmente riconosciuta da nord a sud, dall’occidente all’oriente, dalle Americhe alle Asie, come imperativa e ineluttabile risposta all’esigenza edificatoria dei nostri tempi. Contro la città dei clienti, chiusa e settaria, vogliamo di nuovo lavorare alla città dell’uomo, aperta e ospitale: questo cambio di direzione darebbe di nuovo agli architetti la possibilità di proporre un ruolo alto del loro mestiere, rispetto ai grandi temi che la nostra contemporaneità ci impone, e soprattutto servirebbe a porre le basi per un nuovo Rinascimento, desideroso di utilizzare tutte le straordinarie innovazioni che oggi siamo in grado di produrre per progettare al meglio i luoghi, in maniera più adeguata possibile alle esigenze materiali e spirituali dell’uomo che questo tempo vive. Niente di più, ma anche niente di meno.

Il labirinto del Novecento.

Ieri pomeriggio sono stato al Museo del Novecento a Milano. Era una di quelle domeniche pomeriggio di inizio settembre, troppo presto per starsene in casa a poltrire ma anche troppo tardi per passare tutta la giornata fuori — il lavoro che è già ripreso e quindi, tecnicamente, la domenica pomeriggio è già lunedì mattina, aria di depressione generale, centri commerciali affollati.
Mi sembrava quindi una buona idea approfittarne e andare a vedere la mostra Andy Warhol’s Stardust, che proprio ieri chiudeva dopo essere stata a Milano tutta l’estate. Una buona idea coadiuvata dal fatto che la mostra era gratuita e che il Museo del Novecento è davvero un bel posto.

(Ok, queste le motivazioni ufficiali. Ce n’è anche una ufficiosa: fare incetta di riviste nella Mondadori che sta di fianco al Museo del Novecento. Ma lo devo mettere tra parentesi, altrimenti chi mi ha accompagnato mi rinfaccia il solito “ah, allora era quello il motivo per cui bramavi così tanto di andare?”)

Solo che dopo essere stato a questa mostra, m’è venuto da fare un paio di considerazioni. La prima riguarda la mostra in sé, che insomma è stata un po’ deludente: un corridoio, quattro serigrafie e qualche riproduzione di Interview alle pareti. Un po’ pochetto, considerato il battage pubblicitario messo in piedi e considerato che c’erano pure la solita zuppa Campbell e il solito campionario di didascalie un po’ così — però c’era anche la serie, notevole, dedicata ai personaggi di spicco del mondo ebraico che non avevo mai visto e che era davvero davvero bella, oltre alla serigrafia di Muhammad Ali anche quella davvero super.

Questa la prima considerazione.

La seconda, che scrivo sempre con questo tono qui tra il serio e il faceto, nonostante meriterebbe di meglio, è questa. Non era la prima volta che visitavo il Museo del Novecento. La prima volta, immagino come per molti, era appunto per vedere la collezione permanente. Non ho dunque capito perché queste mostre temporanee (come quella dedicata a Warhol) debbano subire quello che mi è venuto subito alla mente come “l’effetto Ikea”, dal noto megastore di mobilio. C’è da fare una precisazione: non è che io frequenti abitualmente l’Ikea (vi giuro che c’è gente che lo fa), e nemmeno che io sia solito frequentare altre ikee oltre a quella che (non) frequento abitualmente. Ma il noto centro commerciale svedese è famoso per una peculiarità: te lo devi girare tutto. Nessuno sconto sul percorso, al massimo una scorciatoia per andare direttamente in quel posto pieno di scaffali altissimi meglio conosciuto come il magazzino. Ma se vuoi vedere — chessò — solo le cucine, o solo le camere, o solo le sedie (e per giunta magari solo quelle da ufficio), non c’è speranza: devi entrare nel labirinto e girarlo tutto. Siccome sono magnanimi, questi svedesi, ogni tanto imboscano un cartello con scritto “via veloce” o qualcosa del genere, ma appunto lo imboscano quindi non è detto che tu lo veda. Spero di aver reso l’idea.
Perché ho scomodato questo labirinto e ora vorrei farne un paragone col Museo del Novecento? Perché per vedere la mostra di Warhol, che occupava un (uno!) corridoio del piano terreno di tutto il palazzo ex Arengario, ho dovuto girare prima tutto il museo. E quando dico tutto intendo tutto, compresa la sala con i tagli del Fontana. C’ho provato con la guardia, ma è stata (giustamente) implacabile: “mi spiace, deve fare il biglietto e entrare di là”.

Ora, io non sono un curatore né capisco di marketing museale o cose simili. Quindi posso anche credere che si voglia obbligare la gente a godere non solo della mostra temporanea ma anche degli incredibili (non sono ironico) Boccioni che stanno nelle sale dedicate al Futurismo. Proprio un po’ come l’Ikea (vedete che torna tutto?), che obbliga i potenziali clienti a passare anche dal reparto scopini per il bagno nonostante loro volessero solo comprare un cuscino, perché può essere che nel frattempo si ricordino che serviva loro (ma per davvero?) proprio quella pentola in offerta e allora via, la tirano su e il fatturato aumenta. Commercialmente è un ragionamento che non fa una piega.

All’Ikea, però. In un museo la vedo un po’ diversa. Se una persona vuole vedere tutto il museo ha la facoltà di farlo. Ma se magari l’ha già visto, e per giunta quella domenica pomeriggio è pure di fretta e ha giusto quella mezzoretta per una mostra sola, l’unico rischio che si corre è quello di fracassare le scatole a chi è realmente interessato a tutto il museo. Facciamo a capirci: io ieri, percorrendo in modo veloce sale che avevo già visto non più di qualche mese fa, e capitando pure di avere poco tempo a disposizione, ero abbastanza imbarazzato. Passavo davanti a persone che magari volevano godersi il loro taglio sulla tela in santa pace, senza una massa di gente (con me erano molti, purtroppo o per fortuna) che voleva solo giungere all’ultima sala.

Insomma, era proprio impossibile permettere alla gente di entrare solo nell’ultima sala?