Ottobre 11, 2013

Oh supergirl, you’ll be my supermodel.

david byrne

Con argomentazioni decisamente migliori rispetto a quelle utilizzate da Thom Yorke —che in verità non ne ha utilizzate affatto— oggi il Guardian pubblica il lamento di David Byrne nei confronti di Spotify in particolare e di Internet in generale.

Il problema, leggendo questi pezzi — e il problema si fa infinitamente più grande quando a scriverli sono persone di grande intelligenza come David Byrne — è che vanno a battere tutti sullo stesso chiodo. E cioè su quella che un paio di giorni fa ho definito come una specie di difesa corporativa di un sistema che non è più sostenibile.

Lo stesso oggetto dell’attacco degli artisti è sbagliato. Attaccano Spotify, o Dezeer, o qualunque altro servizio simile, come se fosse colpa loro per i ricavi irrisori che ricevono sulla loro musica streammata. Diciamoci la verità: è abbastanza ridicolo che qualcuno riceva 16 dollari e patatine per un brano streammato 1 milione di volte su Pandora (Damon Kurkowsky); o che “Get Lucky” dei Daft Punk abbia fruttato 13 mila dollari ciascuno per la bellezza di 104 milioni e 760 mila streaming (ma, ad esempio, perché non citiamo anche i ricavi dalle radio?).

Però poi, tra le righe, leggiamo pure la verità: e cioè che la causa di questi miseri guadagni non è dei servizi di streaming. E non lo è non per modo di dire o nel senso di “comunque non solo”. Non lo è per la stragrande parte. Scrive Byrne:

Spotify is the second largest source of digital music revenue for labels in Europe, according to the International Federation of the Phonographic Industry (IFPI). Significantly, that’s income for labels, not artists.

Dunque il guadagno da Spotify è per le etichette e non per gli artisti. Gli artisti guadagnano in base a quanto l’etichetta —da contratto —prevede di pagar loro sullo streaming della musica digitale. Secondo lo stesso identico meccanismo applicato nel contesto della vendita fisica dei dischi (quando si vendevano). A percentuali differenti, non lo metto in dubbio. Ma anche qui, forse, emerge l’eticità dell’industria, visto che qualche riga sotto Byrne specifica che le major solitamente danno il 20-30% (ma forse a quelli come lui) mentre le indipendenti sono le più generose, arrivando a negoziare anche il democristianissimo fifty-fifty.

Il discorso rischia però di contorcersi su sé stesso. Perché le case discografiche sono sempre state, in anni di pirateria selvaggia su Internet, a fianco degli artisti. Rappresentano, insomma, la stessa corporazione che ora gli artisti cercano di difendere.
Si sa come è finita: con i download legali di musica che sono stati salutati come manna dal cielo —e presi come campione per il calcolo della vendita dei dischi — dopo che per anni la guerra era stata condotta indistintamente contro la rete tutta. Tra qualche anno saremo qui a commentare la difesa corporativa di un sistema che avrà metabolizzato lo streaming di musica (con una trattativa condotta al ribasso, avendogli mosso prima la guerra) e avrà concentrato la sua attenzione contro qualcos’altro.

Non vorrei però sembrare troppo cattivo. E forse vale la pena aggiungere qualcosa. Probabilmente non sono un buon esempio, perché mi rendo conto che per questioni personali e professionali non sono esattamente un buon campione rappresentativo dei consumi musicali medi: compro ancora i dischi, nell’ordine di circa 60-80 all’anno —ne ascolto almeno il triplo, e parlo di dischi ascoltati da zero, non di riascolti di dischi che avevo già ascoltato in passato. In più, ho un abbonamento di tipo premium ad un servizio di streaming online: in aggiunta a quanto sopra, dunque, verso nelle casse di un rivenditore di musica (quale, a questo punto, Spotify è) 10 euro al mese. Lo faccio perché in questo preciso momento me lo posso permettere, ovvio. Un domani, dovessi effettuare dei tagli, inizierei dalla quantità di dischi comprati. Non perché sia un cattivone che vuole fare la bua a Thom Yorke o a David Byrne (oddio, forse a Yorke…), ma perché a quel punto continuerei a pagare di meno per avere di più —ma comunque continuerei a pagare, che di questi tempi mi sembra già molto.

Non che sia un discorso paraculo, il mio, del tipo “pago e quindi ho la coscienza pulita”. Niente affatto. Semplicemente gli artisti, volenti o nolenti, devono mettersi in testa che è cambiato il modello. A dirla cattiva, bisognerebbe dire che sono finite (anche per loro?) le vacche grasse. Del resto non è un mistero che gli introiti principali per un cantante (brutta espressione, ma almeno limitiamo il campo dell’analisi) non sono più i dischi venduti. Lo dice anche Byrne, sempre quando seppellisce qualche verità tra le righe della sua analisi:

Some of us have other sources of income, such as live concerts, and some of us have reached the point where we can play to decent numbers of people because a record label believed in us at some point in the past.

Al netto della retorica della casa discografica che ha creduto nell’artista, retorica che al giorno d’oggi non funzionerebbe nemmeno con un nuovo David Byrne, il discorso ha una sua ragionevolezza. Con o senza Spotify. Poi magari fra vent’anni succederà qualcosa per cui s’invertirà il trend, e i dischi per qualche (al momento imprevedibile) miracolo ricominceranno a vendere. E tutto il meccanismo si rimetterà virtuosamente in movimento. Per ora no, mettiamoci il cuore in pace.

Tralasciata la parte economica, c’è poi tutto un discorso nelle accuse contro i servizi di streaming che sinceramente trovo ancora più fuori dal tempo. E mi stupisce che una persona (ripeto) intelligente, ragionevole e sufficientemente curiosa come David Byrne trovi anch’essa la forza di riproporli:

I also don’t understand the claim of discovery that Spotify makes; the actual moment of discovery in most cases happens at the moment when someone else tells you about an artist or you read about them – not when you’re on the streaming service listening to what you have read about (though Spotify does indeed have a “discovery” page that, like Pandora’s algorithm, suggests artists you might like). There is also, I’m told, a way to see what your “friends” have on their playlists, though I’d be curious to know whether a significant number of people find new music in this way. I’d be even more curious if the folks who “discover” music on these services then go on to purchase it. Why would you click and go elsewhere and pay when the free version is sitting right in front of you? Am I crazy?

Fermo restando che secondo gli artisti (e le case discografiche) pure gli streaming di anteprima di 30 secondi sarebbero stati da punire, e poi invece si è scoperto che invogliavano all’acquisto. E fermo restando che il ragazzino, probabilmente, senza Spotify scaricherebbe illegalmente l’album anziché comprarlo in un negozio (“Why would you click and go elsewhere and pay when the free version is sitting right in front of you?”), attaccare Spotify perché non fornirebbe un sufficiente grado di “scoperta musicale” alle nuove leve —dove dietro alla scoperta leggiamo pure “educazione” — è abbastanza assurdo. Perché alle nuove leve non frega niente della scoperta. E la funzione integrata in questi servizi non vuole certo supplire alla mancanza del fratello maggiore, del critico di riferimento, o del negoziante super informato. Perché pure a Spotify non gliene frega niente di giocare a quel ruolo. Dietro il “discovery”, il “you may also like” il “here’s what your friends are listening to” c’è solo una funzione social, atta a mettere in modo un meccanismo di incremento delle visite e di visibilità del brand, non di incremento della scoperta musicale nei ragazzini. David Byrne lo sa benissimo, ovvio, ma stuzzica il lettore del Guardian sulla corda della nostalgia, sperando di portarlo dalla sua parte.

Io voglio bene a Byrne. Ha scritto pagine di musica che adoro e ha scritto pagine vere e proprie che pure mi appresto a leggere. Per questo rimango ancora più basito dalla lettura di questo articolo.

Quella dell’Internet che uccide la creatività è una favola vera solo in una piccolissima parte di essa: quella in cui si dice che a stare connessi ci sono troppi elementi di distrazione. Tutto il resto è noia, noia, noia.

3 pensieri su “Oh supergirl, you’ll be my supermodel.

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