Ottobre 13, 2013

La sfida di Luca Ricolfi.

Oggi pomeriggio ho letto tutto d’un fiato La sfida, il pamphlet di Luca Ricolfi che vorrebbe spiegare “come destra e sinistra possono governare l’Italia” (come da sottotitolo), e che mi è stato gentilmente regalato da un amico col quale condivido delle esperienze politiche.

Luca Ricolfi è per me quasi sempre imperdibile sulle pagine de La Stampa, nonché spesso condivisibile in ciò che scrive. L’approccio con cui mi sono affacciato a questo agilissimo volumetto era quindi positivo: pensavo, cioè, di trovare conferma di molte delle cose che già penso. E’ andata così, più o meno.

L’assunto dal quale parte Ricolfi è molto semplice. Esistono, per la destra e la sinistra italiane (ed esistono almeno come concezioni economico-sociali), dei beni ultimi. Per la sinistra sono l’aumento della spesa pubblica, per andare a fornire uno Stato sociale più grande. Per la destra, all’opposto, la diminuzione delle tasse da attuarsi con l’eliminazione degli sprechi che il continuo voler aumentare lo stato sociale tipico della sinistra ha col tempo creato. Dati questi “beni ultimi”, Ricolfi propone di ribaltarne la prospettiva:

la mossa decisiva è rinunciare a ogni scambio tra beni ultimi: da una parte la libertà dei contribuenti (meno tasse), dall’altra i diritti dei cittadini (più Stato sociale). La destra dovrebbe rinunciare a finanziare la riduzione delle tasse con i tagli alla spesa pubblica. La sinistra, da parte sua, dovrebbe rinunciare a rafforzare lo Stato sociale con inasprimenti della pressione fiscale.

Fino ad arrivare alla proposta estrema, forse un po’ provocatoria, ma probabilmente funzionante:

una sinistra che sapesse che, per completare lo Stato sociale, l’unica strada possibile è accrescere il “tesoretto” dei proventi della lotta agli sprechi, avrebbe finalmente qualche interesse a condurla, questa benedetta battaglia. E una destra che sapesse che, per tagliare le aliquote, l’unica strada possibile è accrescere il tesoretto dei proventi della lotta all’evasione, avrebbe a sua volta qualche interesse a condurla, questa sacrosanta lotta all’evasione.

Né più né meno che una sorta di “contrappasso dantesco” per destra e sinistra è quindi la soluzione individuata da Ricolfi per rimettere in moto il paese. Facendo, tra l’altro, affidamento sui nostri problemi: se gli sprechi fossero “solo” di 20 milioni di euro —pone come esempio Ricolfi —la sinistra non avrebbe grande margine per migliorare lo Stato sociale. Fortunatamente, però, questi sprechi sono di più. Idem il discorso applicato all’evasione.

Il pamphlet è basato tutto sul filo del paradosso. Del resto, lo stesso scenario di collaborazione politica tra destra e sinistra ci appare paradossale, in questi mesi di governo di grande coalizione molto scricchiolante. Non solo perché si tratta di un’esperienza tutto sommato inedita per noi Italiani, abituati nella Prima Repubblica ad avere dei governi monocolore che duravano pochissimo e nella Seconda al bipolarismo degli estremi. Ma anche perché le forze in campo —destra e sinistra— non hanno per il momento voluto rinunciare a nessuno di questi “beni ultimi” la cui applicazione, quando avviene, finisce sempre per scontentare qualcuno.

Il discorso di Ricolfi può sembrare democristiano (accontentare tutti per non scontentare nessuno), ma invece risulta essere piuttosto utopico (e per stessa ammissione dell’autore).
Tralasciando la politica nazionale, il ragionamento è applicabile anche nel contesto di una cittadina medio-piccola.

Ora, provate voi ad immaginare un listone civico che comprende al suo interno il meglio del riformismo di destra e di sinistra e che viene chiamato dai cittadini a governare (lasciando fuori quindi gli estremismi e i leghismi, la cui capacità di effettuare riforme è pari allo zero perché basano il loro consenso unicamente su posizioni le cui rendite vanno difese senza se e senza ma).
Sarebbe credibile che la componente di sinistra —finalmente— volesse razionalizzare il modus operandi della macchina comunale, e magari licenziare o ricollocare qualche fannullone, per poter andare ad aumentare il fondo per l’aiuto alle famiglie in difficoltà, o a diminuire la retta degli asili nidi, o a fornire o potenziare dei servizi di welfare nei confronti dell’assistenza alle persone anziane? E, ugualmente, che la componente di destra accettasse —pur nei limiti della legalità e del rispetto della privacy— di contrastare concretamente l’evasione tramite strumenti elettronici, trasparenza sui siti internet, aiuto e messa a disposizione di dati alle autorità competenti?

Uno scenario del genere è impossibile e suicida per le compagini politiche in campo: si assisterebbe alla rivolta degli elettori più estremi e ideologici delle due fazioni (nonché ad uno spiacevole inconveniente: che l’invasione della privacy sia altrettanto importante rispetto all’ottimizzazione di una macchina comunale). Allo stesso tempo, però, i cittadini di quel comune riconoscerebbero nell’azione di questo fantomatico listone civico qualcosa di buono e che nel concreto non scontenta nessuno.

Questo sembra suggerire Ricolfi, in un pamhplet che si pone come una dose di ottimismo dopo che qualcuno gli ha fatto notare —lo spiega lui stesso nell’introduzione— che molti dei suoi discorsi volgevano piuttosto al pessimismo (“mi sono sentito dire che le mie analisi sono giuste ma non offrono speranza”).

Queste mie note a margine vogliono essere prima di tutto una recensione del libretto in questione. E poi una approvazione di massima del suo contenuto — seppur con qualche distinguo: ad esempio nel fatto che in questo modo pressione fiscale e spesa dovrebbero stare per un po’ di tempo al livello attuale in rapporto col Pil; e poi nel fatto che tutta l’analisi di Ricolfi è incentrata solo sulla contrapposizione dei beni ultimi tra destra e sinistra (fondamentalmente più Stato sociale a sinistra, meno tassazione a destra) e dei modi per risolverli (meno sprechi, meno evasione) —il fatto, però, è che c’è dell’altro: ci sono delle contrapposizioni culturali che sono dure da superare, sia nei partiti che negli elettori. E queste contrapposizioni culturali, poi, sono più solide a sinistra che a destra (dove per destra, in questo caso, si deve intendere in senso molto allargato l’area moderata).

Di sicuro queste mie note non vogliono essere, per chi mi legge e per chi conosce quella che è la mia attività politica, il ritratto di uno scenario futuro più o meno prossimo.
Anche perché sono cose che andiamo dicendo da sempre, più o meno dalla nostra discesa in campo, ponendoci come lista civica di centrodestra, ma atipica. Tant’è che abbiamo pescato più della metà dei nostri voti tra gli elettori di centrosinistra. Segno che forse eravamo solo la lista civica del buon senso. Un buon senso molto simile a questo descritto dal Professor Ricolfi.

2 pensieri su “La sfida di Luca Ricolfi.

  1. Luca

    Caro Gian,
    condivido la tua analisi-recensione del libro di Ricolfi. Mi sento di fare un’aggiunta: un’ipotesi di alleanza riformista tra destra e sinistra oggi è quanto mai difficile perché, come fai notare tu, esistono anche differenze culturali marcate. Credo che però esista anche un’altra sostanziale differenza: oggi a sinistra c’è un partito che, pur con mille problemi interni, si pone come soggetto forte e potenzialmente autonomo per governare in futuro. A destra, invece, la situazione è più complessa e frammentaria, e da quella parte (o almeno da alcune componenti di quella parte) mi sembrano venire i segnali più interessanti verso un governo di “grandi intese” anche per il futuro.

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    1. Gianluigi Autore articolo

      Caro Luca,
      quello che scrivi è condivisibile. Però nelle differenze tra i due grandi schieramenti che tu evidenzi secondo me c’è da fare una piccola aggiunta. Non sarei, infatti, così sicuro che a sinistra ci sia un partito forte e “potenzialmente autonomo” per governare in futuro. Anche l’esperienza del Pd di Veltroni si dichiarava a “vocazione maggioritaria” e poi si è visto come è andata a finire: la vocazione maggioritaria assoluta ebbe come eccezione, in campagna elettorale, il partito di Di Pietro. Poi venne la famosa foto di Vasto, poi qualche arretramento e poi siamo ad oggi. Insomma, non sarei così sicuro che Renzi, impallinato prima dai suoi che dai suoi avversari, non cerchi qualche sponda altrove (presumibilmente a sinistra): d’altronde molte sue dichiarazioni, anche quelle più recenti, non lo pongono come leader conciliante in grado di governare da solo. Ma vedremo.
      In quanto ai segnali dello schieramento di destra, ammetto di non capirci quasi più nulla. Sono arrivate delle aperture, non so quanto esatte e quanto in buona fede, ma si sta rischiando di fare i conti senza l’oste.

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