Ancora su Byrne, Yorke, Spotify e l’industria discografica

Non sono l’unico a non aver gradito l’intervento di David Byrne pubblicato l’altro giorno sul Guardian a proposito di musica, Spotify e di internet che soffoca la nostra creatività. Dave Allen su North, ad esempio, usa argomenti simili ai miei per quanto riguarda la colpa del fatto che gli artisti percepiscono poco dagli stream:

This is because they signed binding contracts with the labels. The labels usually consider an arrangement with a streaming music service as a license. Whenever a label licenses their music catalog to any entity – TV, Film, iTunes, Spotify et al – it takes a 50% charge off the top. The label keeps 50% in other words and musicians get to split the rest. There are different arrangements; some labels pay the artist whatever the agreed recording royalty is, which can typically be 15-25% depending on the deal, and iTunes tends to be treated in the latter manner. Whatever the various deal arrangements this is the system working under the terms of the contracts that musicians signed. And have musicians ever stopped to think that when music fans don’t stream their music in these services, they then get less royalties than Taylor Swift who is streamed a lot?

Per poi ricordare che rimuovere la propria musica dai servizi di streaming equivale, né più né meno, ad uscire da uno dei più massivi circuiti di distribuzione musicale che ci sono al mondo, oltre a ricevere zero compensi:

Now consider that more people on the planet have more access to music than ever before. Then consider that your average music consumer used to buy about six CDs a year. Then consider that Spotify has users who pay $120 a year in subscriptions, of which 70% is paid out to music labels. That is money that might be considered “found” money, money that didn’t exist before streaming services kicked in. Like I said, if a musician decides against being in a music streaming service then their royalties are zero.

Per poi prendersela, alla fine, con le raccomandazioni fatte da Byrne stesso nel suo articolo, nel quale consigliava ai musicisti di farsi rappresentare da un ente quale il Content Creators Coalition per il futuro della categoria:

Does anyone else see the irony in how this organization is reaching out to creators? Via a zero-barrier entry to the much-maligned Web. And who are the people who make up this organization, who say they want a coalition of creators, creators who appear to be determined as only “musicians, writers and audio-visual artists”? If Mr Byrne is concerned about giving away personal information on the Web, why does he point me to a site that demands my email address for entry, a website that does not share the names and professions of those people behind the site? There is only this statement – “A dedicated group of artists, creators, and stakeholders are forming a new and unprecedented coalition” – but who are they, what’s their real agenda? Who is going to shake me down if I don’t agree with their methods? Transparency would be a great start.
Do we musicians require an organization such as the Content Creators Coalition? I think not. We need less one-sided articles and more education about what is actually happening in society and culture today.

Dave Allen ci va giù quindi pensate. Pesantissimo.

Io ne approfitto per ribadire la mia: il mercato sta cambiando, e fermarsi a difendere ciò che non ha evidentemente futuro non ha molto senso. E’ ovvio che poi nell’analisi rientra di tutto, e si tende a fare un po’ della proverbiale erba tutto un fascio. Si sta parlando di Thom Yorke, di David Byrne, di altri giganti della musica. E si stanno tralasciando le nicchie musicali, per le quali queste analisi possono essere differenti o forse possono essere solo rinviate di qualche anno. E’ indubbio che in generi musicali ristretti la cerchia degli acquirenti di dischi, che finanziano dunque l’industria discografica, sia più dura a morire. Un po’ per una questione affettiva — generalmente meno presente nell’economia dei grandi numeri — e un po’ perché si parla di materiale al di fuori del grande circuito distributivo, la cui reperibilità è da sempre una piccola ricerca condotta da chi ha veramente interesse. E’ anche vero, però, che sono forse le realtà più piccole ad aver capito meglio prima i cambiamenti in atto e ad essersi attrezzate di conseguenza.

A me quando entro in un negozio di dischi vengono ancora i lucciconi agli occhi. Ma a me, però.

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