Ottobre 30, 2013

Fare palestra.

Sono d’accordo con molte delle cose scritte da Matthew Ingram in questo articolo, che oggi ha fatto il giro della rete in risposta a quest’altro pezzo di Tim Kreider uscito la scorsa domenica sul New York Times.

Sono d’accordo perché capita anche a me di scrivere gratis. Anzi, siamo sinceri: la maggior parte delle volte scrivo gratis. Lo faccio per molti motivi, sempre miei. O quando non sono intrinsecamente miei, stanno dietro ad un progetto nel quale ci metto le mie forze e la mia faccia (questo, ad esempio, che è in pausa ma riprenderà).

Scrivere gratis è pratica nemmeno lontanamente associabile alla schiavitù. Ingram ha ragione. Ma, probabilmente, quella di Tim Kreider era una provocazione, una esagerazione giornalistica e nulla d’altro; tant’è che ne stiamo ancora discutendo, segno che a livello di strategia lo scomodare il termine forte ha funzionato.

Dunque sono d’accordo con Mathew Ingram e con le opinioni che a mo’ di collage ha assemblato nel suo pezzo su Paid Content: scrivere gratis fa guadagnare esposizione; non sono mai stato così felice come quando il mio nome è apparso sul bollettino parrocchiale che pagava i collaboratori in copie; etcetera etcetera.

C’è solo un piccolo particolare, omesso. Quando la smetti di scrivere gratis per te stesso, o per qualche progetto cui hai dato vita, inizia quel momento in cui giocoforza inizi a scrivere gratis per qualcun altro. Sono scelte, e anche in questo caso la schiavitù non c’entra. A quel punto, però, diventi un ingranaggio nel meccanismo della manodopera cheap. Ci sta, per carità: siamo uomini di mondo e non ci scandalizziamo per così poco. Però, ecco, ricordiamoci anche che c’è qualcuno che per quel lavoro di scrittura che tu fai gratis, ci guadagna.

Lo chiamano “fare palestra”, per pulirsi la coscienza, ma poi l’incontro finale lo giocano loro.

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