Il culto della personalità, il gregge e le pecore nere.

Non è che Beppe Grillo stia diventando paranoico, come in queste ore stanno denunciano alcuni attivisti cittadini onorevoli simpatizzanti come-diavolo-si-chiamano grillini. Soltanto, come capita sempre a chi impone il culto della personalità (e in questo caso, essendoci di mezzo anche una persona mite e modesta come Casaleggio, diventa difficile capire quale sia la personalità da adorare), arriva il momento in cui dal gregge dei fedeli e degli ossequiosi si stacca qualche pecora nera. E il leader si trova spiazzato, ché non gli viene più bene nemmeno il controllo del gregge, e inizia a sbraitare — l’unica prova di forza rimastagli.

Oh supergirl, you’ll be my supermodel.

david byrne

Con argomentazioni decisamente migliori rispetto a quelle utilizzate da Thom Yorke —che in verità non ne ha utilizzate affatto— oggi il Guardian pubblica il lamento di David Byrne nei confronti di Spotify in particolare e di Internet in generale.

Il problema, leggendo questi pezzi — e il problema si fa infinitamente più grande quando a scriverli sono persone di grande intelligenza come David Byrne — è che vanno a battere tutti sullo stesso chiodo. E cioè su quella che un paio di giorni fa ho definito come una specie di difesa corporativa di un sistema che non è più sostenibile.

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Solo perché mi si vedeva piangere.

PeterGabriel_Forum_Milan

A me non è piaciuto che la prima parte del concerto di Peter Gabriel ieri sera al Forum di Assago — la parte acustica o dell’antipasto come l’ha chiamata lui — fosse a luci accese.

Ma solo perché mi si vedeva piangere.

Noterelle sparse:

Per fare Come Talk To Me (e Shock The Monkey) in versione unplugged, con le luci del Forum accese, ci vuole del coraggio.

Su Family Snapshot, quando c’è stato il passaggio tra la fase acustica e quella elettrica, e le luci si sono così spente lasciando spazio al poderoso gioco allestito sul palco, ho finalmente rotto le dighe.

Solsbury Hill è la happiest song ever.

A intervalli regolari decreto che So non è il mio disco preferito di Peter Gabriel, salvo ricredermi quando lo riascolto dall’inizio alla fine come ieri sera.

Manu Katché è Dio, o su di lì.

Perché fare brani da Ovo? (Sebbene vengano bene, in salsa quasi industrial)

(correlata alla domanda precedente) Soprattutto perché non fare (a Milano, da altre parti l’hanno fatta) Games Without Frontiers, che poi va a finire che i ragazzini pensano se la siano inventata gli Arcade Fire?

Caro Thom Yorke

La faccio brevissima, come l’ho fatta brevissima sul mio profilo Facebook:

Io ho come l’impressione che invece sia Thom Yorke ad essere alla frutta. Lungi dal difendere tout court il ‘modello spotify’ (una parte per il tutto, ovviamente), mi sembra però che «l’ultima disperata scoreggia di un corpo moribondo» sia la difesa corporativa di un modello che non è più sostenibile, senza per altro aggiungere a questa una sola proposta che sia valida e non generica.

Shields il gomblottista.

kevin_shields

Pensavo di avere molto rispetto per Kevin Shields. Ovviamente c’entra la sua vita artistica e ovviamente c’entrano i My Bloody Valentine: del resto, sono in un periodo della mia vita in cui non me ne può fregar di meno degli eccessi da rockstar buoni per la biografia che pubblicheranno in età avanzata.

Pensavo, perché poi leggo l’intervista che il Guardian pubblicherà domani (ma che è già online per via del fatto che il Guardian è uno di quegli esempi di giornale moderno, dove la distinzione tra l’online e il cartaceo non esiste più e una notizia bomba — quale un’intervista al solitamente riluttante a concederne Kevin Shields è, almeno nel Regno Unito — la si pubblica subito, a prescindere dal mezzo), leggo l’intervista, dicevo prima di aprire un’enorme parentesi ingiustificata, e mi accorgo che all’artista ha preso la scimmia del complotto.

E che complotto:

Britpop was massively pushed by the government. Someday it would be interesting to read all the MI5 files on Britpop. The wool was pulled right over everyone’s eyes there.

La puzza di complotto (anzi, di gomblotto, ché non sarà mica da prendere sul serio) mi deriva dal fatto che il tutto è liquidato nelle due righe di cui sopra. Non c’è ulteriore spiegazione — né gli viene chiesta dal giornalista, del resto. E allora ti ritrovi a pensare che Shields stia solo provando a riscrivere a modo suo la storia, come se non fossimo nel 2013 ma ancora nella seconda metà degli anni ’90. Come se qualcuno stesse ancora aspettando da lui il seguito di Loveless, ma sappiamo invece benissimo come è andata a finire quando quel seguito è arrivato oltre tempo massimo (la mia l’ho scritta qui, per quello che conta).

Il complotto spunta quando non si riesce più a tenere dentro il rammarico. Quello di Shields, probabilmente, deriva dal fatto che a furia di farsi attendere i suoi boss della Creation puntarono su un gruppo — pessimo, eh! ma è un altro discorso — semisconosciuto proveniente da Manchester: si chiamavano Oasis mentre il disco era Definitely Maybe. E successe quello che tutti sappiamo.

Ora, sono anche abbastanza d’accordo con Shields sul fatto che il colpevole dell’esplosione di molto di quel britpop andrebbe quanto meno processato in un fantomatico tribunale della musica. Ma da qui a coinvolgere l’intelligence britannica, senza per altro rendersi un pochetto ridicoli, ce ne vuole.

A futura memoria.

Fatemi fare un po’ il nostalgico. Non cambierei il mio iPhone con niente al mondo, sia chiaro. Ma per chiunque abbia mai avuto un BlackBerry in vita sua, quanto ha scritto Andres Martinez su Zocalo Public Square (ripreso poi da Slate) è da scolpire su pietra e tenere lì, a futura memoria:

The other seismic cultural shift was that intimate two-way communication ceased to be the primary purpose of handheld devices. To this day, no other device can match the Blackberry, with its keyboard, for the ease with which you can pound out a long, thoughtful e-mail. I have written entire articles on a Blackberry, but I am reduced to writing like a second-grader when using the iPhone’s virtual touchscreen keyboard. The iPhone is less about correspondence and authorship than about photos, video, and short tweets. The battle for inches between touchscreen and keyboard has fundamentally altered how we communicate. Twitter’s rise is the natural result of the touchscreen’s triumph. It is hard, after all, to type anything longer than a tweet on an iPhone, not to mention type anything accurately, as acknowledged by those ubiquitous “pardon my typos” disclaimers on e-mail and the zealous autocorrect.

Even friends who mock me for clinging to a Blackberry long after it ceased being cool will admit that the BB is better for e-mail. Then they point out that the iPhone is better for everything else. But to me, that sounds a bit like saying Car X is better than Car Y for everything except getting you from Point A to Point B.

Riassunto della giornata.

Oggi ho fatto un sacco di cose. Ne ho fatte talmente tante da non rendermi conto di come la giornata sia volata. Tanto che, in questo momento, con tutte le cose che ho fatto mi sembra di non aver fatto niente: un paio di battiti di ciglia da questa mattina ed è già ora di andare a letto.

Comunque oggi ho lavorato. Tanto. Presente quando sei talmente immerso che dall’ultima volta che hai guardato l’orologio le lancette segnano due ore più avanti? Ecco. Ho lavorato tanto e sono contento. Bene: perché a me piace lavorare.

Durante le pause sul cellulare mi annotavo alcuni pensieri su una notizia che avevo letto di mattina scorrendo i miei feed su Feedly. E tutti quei pensieri sono diventati questo post che ho messo in auto-pubblicazione e che dev’essere andato on-line nel primo pomeriggio, minuto più minuto meno.

Poi ho risposto ad un sacco di mail. Ovvero il dramma della società moderna (il dover rispondere ad un sacco di mail, non le mail in sé). Ne avevo accumulate alcune dalla metà della settimana scorsa. E per accumulate intendo proprio nemmeno lette, non quell’accumulo un po’ finto per cui tu rispondi subito, lasci nella cartella delle bozze a macerare, e invii quattro-cinque giorni dopo.
Ad una di queste mail accumulate ho provato a rispondere anche in macchina, mentre tornavo a casa dal lavoro. Volevo vedere come si comportava Siri, ma non è stata una bella esperienza.

Poi ho fatto un bagno. L’ho anche scritto via sms che avrei fatto un bagno e la risposta che ho ricevuto è stata “come le fighette”. Non facevo un bagno caldo da anni. Ricordavo meglio, se non altro perché ho passato le due ore immediatamente successive a morire di caldo —e pensare che il bagno l’ho voluto fare perché avevo freddo.

Ho cenato.

Poi ho ascoltato un disco di Eleh del 2010, “Location Momentum”, uscito per la Touch. Eleh è un personaggio che vuole rimanere volutamente anonimo, che ha inciso un sacco di dischi (prevalentemente per la Important Records) indagando il comportamento dei sintetizzatori analogici. Ha composto opere in aperta lode a toni puri, a onde seno, a onde quadre.
Ascoltare Eleh richiede uno stato mentale particolare. Ci si trova immersi in una specie di brodo primordiale, interrotto di tanto in tanto da battimenti, e si apprezza pienamente la bellezza del suono. Il suono puro, senza musica.
Voi non avete idea di quanto sia bello il suono.

Poi ho dato un’occhiata ai resoconti della 55esima Biennale di Venezia sul numero di Settembre di Frieze (piccolo inciso: non rinnoverò il mio abbonamento a Frieze, anche se mi spiace).

E poi, prima che il mio cervello andasse in stand-by, ho scritto questo post. Perché da qualche parte ho letto che un blog deve, di tanto in tanto, soddisfare la sua funzione di essere anche un po’ diario.