Se le Poste non mi consegnano la posta, io lo scrivo su Internet.

Raramente questo blog è utilizzato per delle comunicazioni di servizio. Figuriamoci per esprimere lamentele. Ma, come si dice, la misura è colma.

L’oggetto della collera sono le Poste Italiane. Un’azienda fintamente privata, ma che in verità rappresenta il motivo per cui lo stato ha fallito miseramente la sua missione. E rappresenta anche — se ce ne fosse ancora bisogno — il motivo disperato per cui ad un monopolio e un monopolista è sempre e comunque preferibile una liberalizzazione e una concorrenza. Non è detto che funzionino: ma tentare non nuoce, dal momento che peggio di così non si può stare.

Sono arrabbiato con le Poste Italiane perché dove abito io, Carugate in provincia di Milano, da mesi riceviamo la posta una volta ogni tanto (ogni troppo) e tutta insieme. Capita, dunque, di ricevere bollette scadute. O tre, quattro numeri della rivista cui siamo abbonati tutti insieme. O pacchi che davamo ormai per persi e per i quali avevamo già aperto contenziosi con chi ce li ha venduti o avviato pratiche per il rimborso dei soldi.

Una situazione così non è ammissibile. Tanto più che il problema pare non essere allargato, ma ben ristretto a questo comune. Basta infatti uscire dai confini e vedere i postini che tutti i giorni, ad orari mattutini, consegnano la corrispondenza in ufficio o a casa degli amici, della zia, della findanzata. Dell’amante. Gente che fa il suo lavoro, insomma, e che preghiamo di passare sopra quanto qui esposto —o, in alternativa, d’incazzarsi con noi: del resto sono vittime anche loro di un sistema che non funziona come dovrebbe.

Uno pensa: cosa posso fare per risolvere questo —ehm— disguido? Prima cosa: andare in Posta. Lo abbiamo fatto. Prima ci è stato detto che il disservizio non riguardava solo Carugate ma anche altri comuni, perché c’erano dei problemi al centro di smistamento; poi, che la corrispondenza non ricevuta poteva essere quella gestita dai famosi (?) operatori privati (nati da una farlocca liberalizzazione del servizio postale), il che non è chiaramente vero perché quella lettera ogni 15 consegnata dagli operatori privati era anche l’unica ad arrivare in orario; dopo, che c’è carenza di postini e che è consigliabile aprire una casella postale, così in qualunque momento possiamo andare noi a ritirare la nostra corrispondenza (“ci fate lo sconto sui francobolli?”, abbiamo risposto); infine, che avremmo potuto presentare reclamo, contattando le poste tramite apposito modulo o via internet.

Via internet ho pensato che sarebbe stato meglio. E così ho cercato su Twitter. Le Poste Italiane contano svariati profili Twitter, probabilmente gestiti da un service esterno in subappalto, nessuno dei quali offre un generico servizio di assistenza ma solo un’assistenza “mirata” a seconda del tipo di utente o del tipo di prodotto: utente privato, bancoposta, spedizione pacchi, ecc. Altro particolare che indica come le Poste abbiano preso sul serio l’assistenza su Twitter: nessuno di questi profili è segnalato come ufficiale e certificato. Facciamo a fidarci e segnaliamo il problema:

Incredibile ma vero — tanto che ci eravamo già illusi di poter risolvere la questione in breve tempo e con successo — rispondono nel giro di due-tre minuti:

Possiamo finirla qui e lasciare perdere il proseguo della discussione: chiedevano che gli inviassi i miei dati personali via messaggio diretto. Il che è assurdo: primo, perché — come già detto — l’account non è verificato; secondo, perché tutti i dati per aprire una segnalazione e fare delle verifiche li conoscevano già: disservizio nel comune di Carugate dove la posta viene consegnata una volta al mese, ad essere generosi.

Poi ti chiedi perché le cose non funzionano come dovrebbero: perché ci si rimpalla il problema e si chiede di affrontare una trafila burocratica che scoraggerebbe anche il miglior intenzionato a porre la lamentela (il modulo richiede una laurea in ingegneria gestionale e la pazienza di un frate per essere compilato).

In Italia le Poste, temiamo, hanno da tempo perso di vista il loro core business. Che è quello di consegnare la corrispondenza nelle sue varie forme. No, qui da noi sono molto più evoluti: una quindicina di anni fa abbiamo iniziato a vedere libri e quant’altro in vendita agli sportelli (quando i libri, e soprattutto il “quant’altro”, non si vendevano più nemmeno nei luoghi deputati). Poi, a cascata, tutti i servizi collaterali che esistono oggi: la banca, la telefonia, ecc.

Nel frattempo la situazione della corrispondenza precipitava a picco, con furti e rallentamenti nei centri di smistamento e un dibattito su una vera privatizzazione (non quella finta degli anni Novanta) che aggiungeva solo l’epiteto di “cornuto” a quello già ben presente di “mazziato” — ovviamente il riferimento è ai consumatori.

Sono quattro settimane che non ricevo posta, pur essendo sicuro che da qualche parte ci sono lettere e pacchi indirizzati a me che aspettano di essere consegnati. Allora mi sono detto: proviamo a scriverlo su internet, contravvenendo a tutte le regole che mi sono imposto, e vediamo cosa succede.

Pensierini sparsi al termine di una domenica.

1. Ogni tanto ci si stupisce di come i quotidiani italiani escano dal seminato. Un caso esemplare di queste deviazioni sul tema questa mattina sul Corriere. La pagina degli spettacoli si apriva, infatti, con un articolone su Matana Roberts. Immagino lo sconcerto in via Solferino, ieri, in zona spettacoli. Dev’essere saltato un pezzo su Gigi D’Alessio e la morte di Corrado Castellari con ogni probabilità non copriva abbastanza spazio (ma metterlo lì, 3 righe in alto a destra, che smacco). Bravo dunque al capo Ariel Pensa, che ha messo insieme un articolo da addetti ai lavori, sicuramente ignorato dalla buona borghesia milanese, sebbene un po’ troppo sbilanciato su quanto già letto in quella “rivista britannica” pure citata nell’articolo e alla quale, casualmente, siamo abbonati da svariati anni. Non ci è sembrato vero, e ancor meno ci sembrerà domani quando riprenderà il solito tran tran.

2. Se conoscete bene la musica di Ginger Wildheart (con i Wildhearts, da solo, con i suoi side projects) e conoscete bene la musica degli Sparks e dei Cardiacs, non faticherete ad individuare un clamoroso fil rouge. (Sento già, in fondo alla sala: “I Cardiacs? Chi?”).

3. Se non ieri è stato ieri l’altro quando ho letto su Twitter il direttore di una testata online ammettere di fare confusione tra occhiello, catenaccio e sommario. Non farò il nome, ma il soggetto è facilmente individuabile: dispensa infatti, spesso e volentieri, lezioni su come i giornalisti dovrebbero comporre i giornali (una roba tipo quella fatta anche da Renzi, ultimamente).

No, il dibattito no!

Sulle pagine di The Wire si stava svolgendo un dibattito un po’ stucchevole e inutilmente sul filo del politically correct che riguardava il numero di copertine dedicate ad artiste donne.

Siccome quando si gioca col politicamente corretto – così come quando si fa del moralismo – c’è sempre qualcuno più corretto (o più moralista) di te, per “salvaguardare” una categoria – quella femminile, che scioccamente veniva considerata discriminata in base al parametro del numero di copertine con musiciste donne – si è finiti per attaccarne un’altra. Quella degli artisti giovani (anagraficamente parlando), rei di finire in copertina immeritatamente e a discapito di artisti da più tempo sulla scena.

Si parlava di musica e mi sembrava perciò che la cosa stesse un po’ trascendendo.

Ho provato a dire la mia. Loro, gentilissimi, l’hanno pubblicata.

thewire_1

Fino a dicembre, poi smettiamo.

Until_december

Ammettere i propri limiti. Io, ad esempio, oggi ho scoperto di non conoscere un gruppo che si chiamava Until December. Erano americani, han fatto un solo disco (omonimo) nel 1986. Mai sentiti nominare, fino a quando oggi mi è capitata tra le mani una loro raccolta — allargata: in pratica il debutto e ogni altro riciclo possibile e immaginabile giusto per raffazzonare un doppio cd.

Perché sto scrivendo di una mia ignoranza? Primo, perché fa sempre bene. Secondo, perché era tempo che non ascoltavo un gruppo davvero così insulso come questi Until December. Un gruppo surrogato; nemmeno, un “vorrei ma non posso” applicato alla new-wave.

A vederli in fotografia sembrano una carnevalata dei Sisters of Mercy, solo più sul versante borchiato (o alla Queen nel video di Crazy little thing called love). A guardare le copertine dei loro dischi, anche. Figuriamoci ad ascoltarli. Hanno anche loro una drum machine — ma pure un batterista, che ha peraltro prodotto una traccia-assolo di batteria Simmons: misteri della fede — e la voce vorrebbe essere come quella di Andrew Eldritch. Solo che il cantante, tale Adam Sherburne poi in forza con i Consolidated, accortosi di non essere in grado di fare il baritonale, ha poi provato ad aggiungere elementi i più disparati: un po’ Duran Duran, un po’ Simple Minds, un po’ New Order. Un (bel) po’ pure The Mission, sempre per rimanere dalle parti dei Sisters.

Nella raccolta ci sono anche due cover, che delimitano il pantheon di eroi di questi Until December: Call Me dei Blondie e il sempreverde del gothic rock Bela Lugosi’s Dead dei Bauhaus.

Li potremmo definire “Moroder in salsa dark”.

Li ho ascoltati, per una ventina di minuti. Poi l’imbarazzo ha vinto su ogni altra cosa, e mi sono tolto le cuffie.

Tra le pieghe di un entusiasmo contagioso.

Spesso l’entusiasmo contagioso porta ad avallare le peggiori considerazioni, producendo dei veri e propri ribaltamenti prontamente ripresi, commentati, condivisi.

Ad esempio, qualche minuto fa ho assistito a quanto segue: uno dei tizi più rispettati nel mondo dei social media ha letto/sentito (non trovo un link) che alcuni studiosi avrebbero trovato delle similitudini tra la forma dello Zibaldone e quella di un blog, e lo è andato a scrivere su Facebook, definendo Leopardi “blogger ante-litteram”. Qualcun altro ha letto lo status e lo ha condiviso, aggiungendoci il seguente commento:

è inutile, siamo i numeri uno.

Aspettiamo solo che alla prossima condivisione salti fuori quello che “andrebbero studiati i blog a scuola”.

I segni selezionati di Manfred Eicher.

ecm-box-set

Edition in Contemporary Music. La parola ‘jazz’ nemmeno esiste nell’acronimo ECM. Non si capisce bene cosa sia andato storto in tutti questi anni, eppure per molte persone la ECM rimane sinonimo di etichetta Jazz. Come se fosse la BYG, o la Impulse!, o la Verve — persino la Blue Note. Non di un tipo normale di jazz — si badi bene: dell’unico tipo che valga la pena ascoltare. Quello buono, da intenditori. Perché d’accordo Miles e ‘Trane (e prima di loro Charlie o addirittura Duke), ma nulla eguaglia il senso di appagamento che si prova quando a suonare sul piatto è un disco di Keith Jarrett. E’ l’occasione buona, roba da dividersi un bicchiere di rosso con la moglie sul tavolo di legno in cucina. Continue reading →