Novembre 1, 2013

I segni selezionati di Manfred Eicher.

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Edition in Contemporary Music. La parola ‘jazz’ nemmeno esiste nell’acronimo ECM. Non si capisce bene cosa sia andato storto in tutti questi anni, eppure per molte persone la ECM rimane sinonimo di etichetta Jazz. Come se fosse la BYG, o la Impulse!, o la Verve — persino la Blue Note. Non di un tipo normale di jazz — si badi bene: dell’unico tipo che valga la pena ascoltare. Quello buono, da intenditori. Perché d’accordo Miles e ‘Trane (e prima di loro Charlie o addirittura Duke), ma nulla eguaglia il senso di appagamento che si prova quando a suonare sul piatto è un disco di Keith Jarrett. E’ l’occasione buona, roba da dividersi un bicchiere di rosso con la moglie sul tavolo di legno in cucina.

Che poi: di quale Keith Jarrett stiamo parlando? Perché esistono un Jarrett pre-ECM e un Jarrett post-ECM. Solitamente del primo non si ricorda nessuno, se non forse per quella volta che si mise a suonare il piano elettrico nella band di Miles Davis allora in piena fase Isola di Wight e voglio-fare-il-disco-con-Hendrix (e, si è scoperto solo recentemente facendoci crollare d’un colpo il mito, anche con Paul McCartney). Del secondo Jarrett, poi, ne esistono a sua volta altri due tipi, divisi da quello spartiacque temporale che fu il concerto di Colonia. Ovvero uno dei dischi jazz più venduti di tutti i tempi e —ne sono quasi sicuro, ma non ho voglia di controllare— record di vendite finora ineguagliato anche per l’etichetta di Monaco di Baviera.

Tutto però torna. The Koln Concert, infatti, non era un disco jazz in senso stretto. Come non lo era nemmeno Facing You prima di lui e come non lo sono stati La Scala o la registrazione del concerto alla Carnegie Hall dopo di lui. Erano dischi di un pianista di sicura estrazione jazz che davanti al pianoforte faceva una musica tutta sua, improvvisando con un centro tonale sempre ben preciso melodie per lo più zuccherose. (Sia messo tra parentesi che Jarrett aveva inciso, sempre per ECM, persino il Clavicembalo Ben Temperato di Bach).

Mi sembrerebbe fin troppo facile affermare, quindi, che la ECM non sia affatto un’etichetta jazz. Trovo conferma di questo nel cofanetto di 6 cd appena dato alle stampe da Manfred Eicher —che l’ha fondata, ne è il boss e temo applichi su di essa un culto della personalità fin troppo esagerato. La scusa del cofanetto, intitolato Selected Signs III-VIII (la numerazione parte dal 3 essendo i primi due volumi già usciti anni fa), è quella di dare alle stampe la musica selezionata per l’esibizione celebrativa ECM – A Cultural Archaeology che si è tenuta a Monaco a inizio anno.

Partiamo dalla confezione, così iniziamo a snocciolare anche qualche difetto della ECM. Nel corso degli anni siamo stati abituati a copertine tanto sobrie quanto significative e importanti dal punto di vista visuale (e qui emerge il primo paragone con la casa editrice Adelphi). Lo racconta bene il graphic designer Adrian Shaughnessy in un pezzo uscito recentemente su The Wire:

le copertine dei dischi in vinile erano sublimi combinazioni di espressionismo astratto e caratteri tipografici minimali e senza grazie. Successivamente, col passaggio al CD, le copertine hanno iniziato sempre più a raffigurare paesaggi austeri e immagini di contemplazione e immobilità.

Tutti, credo, abbiamo presente questo tipo di copertine e sappiamo quanto abbiano contribuito a formare l’estetica dell’etichetta e, contemporaneamente, la coscienza dell’ascoltatore. Non lo dico con disprezzo, ma con forte senso critico verso chi ne ha visto quasi mai un complemento alla musica ma piuttosto un valore aggiunto, una rassicurazione: “ah, le copertine come quelle della ECM non le fa nessuno”. Prima ho scomodato l’Adelphi e non mi sono di certo inventato nulla in questo paragone tra Manfred Eicher e Roberto Calasso. Per cui non mi stupirei affatto se un giorno dovessi leggere un’intervista a Eicher (nel tal caso mi stupirei di leggere una sua rarissima intervista) in cui come Calasso parla di “ecfrasi” e di come si metta lì, di volta in volta, a scegliere una copertina per il suo nuovo disco. Scrive Calasso nel suo L’impronta dell’editore:

L’immagine che deve essere l’analogon del libro non va scelta in sé, ma anche e soprattutto in rapporto a un’entità indefinita e minacciosa che agirà da giudice: il pubblico.

In questo caso il pubblico sono io. E ci sono rimasto molto male nel constatare come questo Selected Signs III-VIII dal punto di vista della cura grafica (e del packaging) lasci molto a desiderare: impercettibile logo ECM grigio chiamo su sfondo bianco con gli angoli delle lettere contrassegnati da quadratini neri, nome del box in alto a destra e nome dell’etichetta in basso. Stop. Nessun libretto (quello, ho scoperto googolando, lo vendono a parte come catalogo dell’esibizione di Monaco), nessun commento ma solo la nuda indicazione anagrafica dei brani contenuti. Anche i singoli cd sono riposti dentro dei cartoncini in modo molto anonimo, molto indipendente, molto poco professionale — dunque molto poco ECM: forse è la mia versione, ma solo il cd del primo volume, cioè del terzo, è riposto dentro una bustina, agli altri hanno dimenticato di metterle. E’ come se a questo giro abbiano voluto puntare solo su quella che, se non è la loro forza, è sicuramente il loro core business: la musica.

Per cui, archiviata in fretta la pratica della confenzione, passiamo alla musica. All’inizio di questo pezzo (che sta aumentando a dismisura in quanto a numero di battute) ho posto l’accento sul fatto che in molti ritengano la ECM un’etichetta soprattutto jazz. Io prenderei queste molte persone e le avvicinerei al resto del catalogo. O, se vogliamo far prima, a questo cofanetto. Cambierebbero idea in un istante. La ECM ha nel jazz solo una piccola parte del suo repertorio. Una parte non trascurabile, certo, ma che probabilmente la sottorappresenta. Spesso, infatti, sono proprio le musiche ‘altre’ rispetto al jazz ad aver prodotto gli esempi migliori di dischi ECM — o, ribaltando la fritta: spesso sono state le scelte di Manfred Eicher, ma anche del suo braccio dietro molte produzioni della collana New Series Steve Lake, al di fuori della musica jazz, o della musica jazz in senso laterale, ad aver contribuito maggiormente alla parte migliore della discografia ECM.

Ma rimaniamo sul jazz. Per intenderci, dalle parti di questi sei dischetti di jazz tradizionale non ne troverete affatto, se non in piccolissime quantità e per lo più suonato da personaggi che non hanno fatto del jazz tradizionale la loro cifra stilistica (inciso: per “jazz tradizionale” intendiamo uno qualunque dei generi riconosciuti tradizionalmente come jazz: dal New Orleans al post-bop, suppergiù). Facciamo a capirci: il brano più normalmente jazz lo incontriamo solo nell’ottavo cd (che è quello più jazz di tutti), è suonato dal trio di Steve Kuhn ma è una rivisitazione di Spiritual di John Coltrane. Per fornire tutte le coordinate, è situata proprio tra Voice from the past di Gary Peacock (con Jan Garbarek e Jack DeJohnette) e un brano in solo di Wadada Leo Smith (Kulture of Jazz, dal quasi omonimo disco).

Ma allora che tipo di etichetta è la ECM e che tipo di prospettiva viene offerta attraverso questi 6 cd?
La ECM è un’etichetta che offre dell’ottima musica che piace al suo fondatore, prima di tutto. Che poi piaccia anche ad una folta schiera di ascoltatori, musicisti e appassionati è un altro discorso. Ciò che da oltre quarant’anni Manfred Eicher propone è un mix di raffinatezza e sofisticatezza. Presentato da una qualità nella registrazione e nel confezionamento che sono molto al di sopra della media. Non troverete nemmeno un audiofilo che, per mostrarvi le prodezze di cui è capace il suo impianto, non vi faccia ascoltare un disco ECM pescando tra quelli effettivamente ascoltabili della sua collezione (perché la qualità è un po’ una fissa degli audiofili, che spesso però acquistano impianti da svariate migliaia di euro per ascoltare sampler prodotti da etichette audiofile che contengono per lo più effetti sonori non molto distanti, almeno negli intenti, dagli studi di Pierre Schaeffer).

Col tempo alla raffinatezza e sofisticatezza si è aggiunto un terzo problema, a mio avviso non da poco. Il manierismo. Che non è tanto frutto della stanchezza dei musicisti coinvolti, quanto piuttosto della volontà di Eicher stesso di voler battere su un ferro che continua ad essere incredibilmente caldo ancora dopo anni. Se volessimo continuare nel paragone di cui sopra con l’Adelphi, potremmo dire che laddove Roberto Calasso è andato a ripescare testi che aderissero all’estetica che aveva in mente, Manfred Eicher ha piuttosto piegato i musicisti alle sue esigenze. E abbiamo così assistito alla pubblicazione, sotto ECM, di un bel po’ di musica posticcia. Di esperimenti musicali che di coraggioso, di raffinato, di sofisticato non avevano più nulla. Di ripetizioni —sempre ben confezionate, sempre ben prodotte— per la gioia degli ECM-maniaci che col tempo hanno iniziato a comprare tutte le uscite a scatola chiusa, un po’ come quegli intellettuali che erano abbonati ai “coralli” Einaudi perché in società si portava bene, e al diavolo il contenuto.

Da un punto di vista strettamente industriale, tutto questo ha voluto dire saper costruire un marchio, renderlo credibile e poi iniziare a sfruttarlo. Dal punto di vista artistico, creare un suono e cercare di riempirlo in qualche modo. E’ lecito, ma qualcuno prima o poi se ne accorge. Il ‘suono’, tra l’altro, è un termine che spessissimo viene scagliato contro la ECM, unitamente all’accusa di avere nel tempo favorito la creazione non di un linguaggio musicale ma piuttosto di un alfabeto sonoro. Accusa che Eicher tende a rispedire — sempre un po’ ambiguamente — al mittente:

Non dimentichiamo che il suono non è musica. La musica usa il suono per organizzare le emozioni nel tempo. Non penso mai ad un suono che debba essere imposto sulla musica. Penso piuttosto ad una musica che ha bisogno di un suono.

Arrivati al dunque, cosa ne penso però di questo Selected Signs III-VIII? Tutto il bene possibile. Prima di tutto perché non è un semplice sampler di una casa discografica come se ne vedono tanti. Non c’è l’intento di dare una presentazione secca della sua produzione all’ignoto ascoltatore. Piuttosto, tutto è compilato secondo delle logiche ben precise e cercando di seguire un fil rouge non sempre così immediato. Una raccolta difficilmente riesce ad avere un suo spazio (e, perché no?, una sua dignità) all’interno di un artista, figuriamoci se si tratta di una raccolta che ha lo scopo di raccontare la produzione di una casa discografica. Ma la selezione in questione c’entra perfettamente l’obiettivo e presenta uno spaccato non banale di più di quarant’anni di produzione; soprattutto, come ormai spero sia chiaro, presenta uno spaccato non in linea con quello che è il credo comune. Uno spaccato obliquo e per nulla banale di alcuni dei più bei dischi, e sicuramente di alcuni tra quelli meno famosi, tra quelli del suo catalogo.

Non è questione di fare un ragionamento circa i costi e i benefici che l’acquisto di una raccolta del genere inevitabilmente comporta. Non ci sono aggiunte inedite, in questi sei volumi: le uniche due registrazioni mai pubblicate finora sono due field recordings —a memoria i primi mai apparsi con il timbro ECM: Rivers, il cui contenuto è facilmente intuibile, messo come spartiacque tra la parte più operistica del terzo volume e quella maggioramente orientata alla sperimentazione vocale (si passa da Haydn eseguito dal Rosamunde Quartet a Meredith Monk). E Wolf, che allo stesso modo divide la colonna sonora di The Return di Andrey Zvyagintsev dalla musica etno-spaziale di Nils Petter Molvaer.
Detto questo è fin troppo ovvio ribadire che di materiale nuovo non c’è nemmeno l’ombra.

Ho iniziato dicendo che la ECM non è un’etichetta Jazz. E l’acquisto di questo Selected Signs è particolarmente consigliato ha chi è convinto del contrario. Sia perché a quel punto sarebbe fin troppo evidente la necessità di scoprire nuovi suoni, sia per mostrare un lato dell’etichetta tedesca che sicuramente gli è rimasto (finora) nascosto.
C’è molta diversità nella ECM. Ci sono molte musiche, alcune dal passato e alcune dal presente. Qualche artista del suo catalogo (e chiamato qui all’appello in modo molto, troppo, marginale: vedi Jon Hassell) ha provato a tracciare le traiettorie anche per una musica del futuro (la cosiddetta “Fourth World Music”, termine che la dice lunga sulla colonizzazione nel frattempo in atto sulla musica che si presupporrebbe del “terzo”), ma forse senza troppa convinzione dei produttori.

La cosa incredibile — i cui motivi non mi sono troppo chiari neppure dopo più di 11 mila battute — è che in tutta questa diversità c’è una coerenza di fondo che rende la ECM un caso probabilmente unico nel panorama discografico mondiale. Nel bene e nel male.

Rimane l’impressione che quel diavolo di Eicher abbia scoperto l’unico modo per creare un marchio discografico e una fidelizzazione dell’ascoltatore/cliente in grado di resistere anche in tempi di crisi generale e discografica particolare.