Flussi di coscienza.

Julia Holter, che è davvero bella (e brava e il suo disco è fantastico).
Julia Holter, che è davvero bella (e brava e il suo disco è fantastico).

1. Comunque il disco di Julia Holter Loud City Song, pubblicato dalla Domino, è molto bello. Io l’ho messo anche nella classifica di fine anno, lui è apparso un po’ ovunque e Wire l’ha eletto il disco del 2013 — Wire, signori: quelli che sono accusati scherzosamente da Vice edizione inglese, ogni anno, di far vincere un tizio che canticchia in modo trascendentale sopra una base di loop distorti di musica concreta, quest’anno hanno piazzato al numero 1 un disco pop, con tutte le complicazioni-raffinatezze-fighetterie (ma nemmeno troppe) del caso, certo, ma pur sempre un disco pop. E fa niente se i gradi di separazione tra la Holter e un avanguardista come Michael Pisaro sono pur sempre 1 (si dirà «sono pur sempre 1»?). Stavo pensando che il disco della Holter è proprio bello perché in questi giorni continuo imperterrito ad ascoltarlo, anziché provare a recuperare tutti gli altri dischi che mi sono perso durante l’anno. Sarà che è un disco molto notturno (tra l’altro, oggi inizia l’inverno, che col notturno non ha nulla a che vedere, o forse sì), che è molto tenue, che è bello ascoltarlo in silenzio, nella penombra, quando fuori fa freddo — ma è bello anche ascoltarlo attentamente, sviscerarne la composizione che è variegata, ben strutturata, per niente semplice sebbene all’apparenza possa sembrarlo (stiamo pur sempre parlando del numero 1 di Wire, del resto). Julia Holter è molto bella, e penso che anche questo abbia contribuito in qualche modo a farmi piacere molto Loud City Song, anche se mi rendo conto di correre il rischio di vedermi recapitata un’accusa assurda, o qualcosa del genere. Del resto, un mesetto fa, avevo scritto — proprio a Wire, ma non mi pagano per citarli continuamente — che la discussione sviluppatasi nella rubrica delle lettere circa il numero di copertine dedicate ad artisti donna vs numero di copertine dedicate ad artisti uomini (che, a detta di alcune lettrici, pendeva pericolosamente verso questi ultimi) era piuttosto sterile e noiosa e rischiava poi di trascendere verso un conteggio che riguardasse ogni possibile categoria, discriminando automaticamente tutte le altre. L’ho fatto notare — ma l’aveva già fatto notare, con altre parole, un tweet del vicedirettore del giornale che però non riesco a recuperare — e loro hanno gentilmente messo in pagina la mia annotazione; poi, svariati giorni dopo, mi scrive Tony Herrington (il direttore e capo supremo) dicendomi che una signorina si era un po’ risentita (era la stessa signorina alla quale avevo risposto) e inoltrandomi un suo messaggio (suo della signorina). Non vi dico come ne sono uscito da quel successivo scambio di mail (con la signorina, tedesca, non col direttore), pur rimanendo della mia idea: e cioè che è assurdo stabilire per decreto quante copertine debbano essere dedicate ad una donna e quante ad un uomo. Altrimenti bisognerebbe mettersi lì e fare anche il conto di quante donne sono state intervistate, quante recensite. Quante erano americane, quante italiane, quante francesi. E il discorso potrebbe scivolare pericolosamente verso lidi sui quali non vorremmo mai veder scivolare i discorsi. Secondo me la signorina si è risentita anche perché, da tedesca, le era difficile dar ragione ad un italiano, soprattutto in un momento come questo, dove il nostro Presidente del Consiglio è così nella faccenda di risollevare la nostra immagine all’estero affaccendato. Tra l’altro, a Wire sono molto scaltri — e i suoi lettori, in fase di conteggio, un po’ fessi a gridare alla discriminazione genderale: Julia Holter ha vinto il disco dell’anno 2013, al secondo posto c’è Laurel Halo, che nel 2012 era arrivata prima: insomma, ci mettiamo anche a contare i dischi in classifica? E’ uno strapotere femminile, praticamente (e meno male!). Chiudo dicendo che il magazine britannico è stato una delle poche fonti musicali underground e sperimentali a citare il progetto Female Pressure, sito pregevole che monitora la presenza femminile nella musica sperimentale — e organo al quale andrebbero inviate le missive tardo-femministe; suggerirei anche, come indirizzo di destinazione, il politicamente corretto tipico dell’Italia, ma di questi tempi le poste stanno proprio lavorando col culo — come puntualmente denunciato.

(La canzone più bella di Loud City Song secondo me è questa)

2. Ieri mi ha chiamato uno dei miei distributori di dischi di fiducia. «E’ arrivato il compact disc che ci ha ordinato la scorsa settimana, può passare a prenderlo quando vuole»: ci diamo ancora del «lei», sebbene dovrei pretenderlo io più di quanto lo conceda agli altri, data la quantità di soldi che spendo presso di loro e solitamente presso tutti quelli che mi danno del «lei». Il disco in questione è l’ultimo lavoro dei Polwechsel, Traces of Wood. I Polwechsel per me sono un gruppo imprescindibile, e mi spiace essere riuscito a mettere le mani su questo ultimo solo ora che siamo alla fine dell’anno e le classifiche abbondantemente chiuse. Potrei fare come certi giornali, che le uscite di dicembre, se meritevoli, le piazzano nella classifica dell’anno dopo. Ma a me piace molto la filologia, che è anche una questione di datazione; e poi non compilo le classifiche col criterio dell’anno di registrazione solo perché nelle musiche che più mi appassionano le registrazioni sono talvolta antecedenti di almeno un anno rispetto alla pubblicazione: rischierei di arrivare troppo tardi — e non si fa: siamo mica nell’era della puntualità, precisione (e iper-connessione, aggiungo anche ché sta sempre bene)? Questo Traces of Wood, ad esempio, è stato registrato tra il 2010 e il 2011: ere geologiche fa, rispetto alla musica, ma briciole rispetto ai tempi di lavorazione dei Polwechsel. Che sono un gruppo non-gruppo: si trovano sempre un po’ quando pare e piace a loro — o quando sono liberi da altri impegni —, registrano e poi, con molta calma, fanno uscire il disco. Io gli sono molto affezionato: hanno rappresentato l’ultimo grande scossone all’interno del mondo della musica improvvisata, coniando quello che sul finire dei Novanta-inizi dei Duemila si chiamava «riduzionismo», e non era né il caos organizzato dei gruppi improv storici (tipo gli AMM e figli), ma nemmeno il silenzio e il lowercaseismo che sarebbe diventata la scena Wandelweiser, cui pure sono legati quanto meno via Radu Malfatti, che partecipò al loro primo lavoro. Tra l’altro, procurarsi i dischi dei Polwechsel è un’impresa mica da ridere anche nell’epoca di internet: pubblicano per la svizzera Hat Hut, che notoriamente non è una delle etichette meglio distribuite al mondo; inoltre i Polwechsel sembrano aggiungere anche alla distribuzione la tipica flemma già detta che mettono in fase di registrazione, per cui i loro dischi al momento dell’uscita non li trovi mai, né nei negozi (e fin qui…) né su Amazon né niente. Sembra di essere ritornati ai tempi dei vecchi mail order, giusto facilitati dalla connessione e dalla posta elettronica: vai sul loro sito, quindi su quello dell’etichetta, quindi cerchi tra i distributori quello italiano, lo contatti e ti fai dire il posto più vicino a casa tua dove trovare i loro dischi. Fortunatamente in questo caso mi hanno indicato il distributore di fiducia di cui dicevo all’inizio. L’ho chiamato ma anche lui me l’ha dovuto ordinare. Fino a ieri, quando è arrivato: sono passato a prenderlo, ho pagato, scambiato due parole e me ne sono andato. Il disco, però, non l’ho ancora ascoltato. Temo molto l’ascolto di Traces of Wood perché i Polwechsel sono uno dei miei gruppi (gruppi? Immaginatevi un’emoticon, con o senza apostrofo che nel dubbio o messo) preferiti (preferiti?I Polwechsel?), e non riuscirei a sopportare una delusione da parte loro. In un certo senso, la loro musica mi ha introdotto alla stragrande maggioranza degli ascolti che faccio oggi. Vi rendete conto, dunque, come l’attesa sia altissima.

3. Delle code per gli acquisti di Natale. Quest’anno sono in ballo con la casa, quindi mi capita più spesso di fare code nei negozi di cucine, camere da letto e bagni, che in quelli dove abitualmente spendo uno stipendio in regali da fare — con la segreta speranza, quasi mai ripagata, che là fuori ci sia qualcuno che sta spendendo il suo di stipendio per il mio regalo. Per cui oggi pomeriggio, quando mi è capitato di fare un quarto d’ora di coda per acquistare dei libri, mi è sembrato insopportabile trovarmi lì con due pezzi di carta in mano. E allora ho pensato, ad alta voce, che si sarebbero potuti comprare tutti un Kindle e leggersi gli ebook. Poi ho pensato anche che Amazon non permette di regalare gli ebook (o non ancora, o non ancora in Italia: in ogni caso sono due anni che non lo permette, e basta), e allora bisogna risolvere il problema delle code nelle librerie sotto Natale in un altro modo. Che potrebbe, a questo punto, essere più o meno questo: smetterla di vendere i prodotti collaterali ai libri, come i gadget tecnologici, le candele profumate, i giocattoli, le scatole di latta Pantone (che sono fighissime ma te le vai a comprare da Moroni Gomma) e ogni altra diavoleria di cui erano piene le mani della gente in coda. In libreria.

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