Dicembre 23, 2013

No, è per me.

Oggi pomeriggio ero ancora in libreria per gli ultimi regali (sì, c’erano le stesse code dell’altro giorno). E’ tradizione che, ad acquisti ultimati e più si avvicina il Natale, compri qualcosa che funga da regalo anche per me. Tanti i libri che avrei voluto portare a casa, ma alla fine la scelta è caduta su E baci di Aldo Busi, trovato quasi per caso perché lessi dell’uscita tempo fa, lo segnai da qualche parte e poi me ne dimenticai.

Raccontare la mia consuetudine con Aldo Busi sarebbe troppo lungo. Diciamo che, se per ogni lettore più o meno forte si dice che esiste uno scrittore che l’ha formato, lo scrittore che ha mi ha formato è proprio Aldo Busi. Se da qualche parte ho ricopiate delle citazioni dai libri, nella grande maggioranza dei casi si tratta di libri di Busi. Se di un testo apprezzo il modo con cui è stato composto, la sintassi, la grammatica, la ritmica, l’intreccio delle parole e l’uso della retorica, è grazie a Busi. Il cui Seminario sulla gioventù (che sarebbe bello avere anche in questa edizione Adelphi) rimane ad oggi un capolavoro della letteratura moderna italiana inarrivabile, e al quale sono giunto molto a ritroso. Il primo suo libro che comprai fu Bisogna avere i coglioni per prenderlo nel culo, una delle ultime cose pubblicate per Mondadori credo ormai più di 10 anni fa. E poi da quello — che era uno dei tanti libri in cui sono raccolti reportage e viaggi, più o meno immaginari — all’indietro, attraverso libri il cui racconto era più che altro una scusa per fare invettive (E io, che ho le rose fiorite anche d’inverno?, Cazzi e canguri, Sodomie in corpo 11), ma anche attraverso i romanzi propriamente detti (Casanova di se stessi, La delfina bizantina, Vita standard di un venditore provvisorio di collant e il già citato Seminario).

Lo scorso anno El especialista de Barcelona non solo mi è sembrato il miglior romanzo italiano da un po’ di tempo a questa parte, ma è stato anche un lavoro che ha riconsegnato uno scrittore che, agli occhi delle nuove generazioni, correva un po’ troppo il rischio di passare inosservato. O, peggio ancora, di essere travisato. Troppo lontani negli anni i suoi exploit televisivi (il Costanzo Show, ma anche Amici libri), troppo vicini i suoi tentativi di sfondare nel mainstream da strapazzo (i reality show, per i quali non spenderò in ogni caso una parola negativa). Fa nulla se Busi non ha voluto andare allo Strega, se non ce l’hanno mandato, o chissà cos’altro.

Dunque oggi ho preso E baci, che dovrebbe essere il suo ultimo libro — o così mi sembra di aver letto da qualche parte — e poi rimarranno le opere a parlare per lui. Io non ci credo, comunque: anche solo per il fatto che sfogliandolo ho avuta l’impressione che si tratti di materiale ricicciato, già letto altrove, almeno parzialmente. Un libro non andrebbe mai giudicato dalla sua copertina, ma forse uno sguardo a chi lo pubblica potremmo anche darlo. E non voglio credere che l’ultima opera di Aldo Busi sia un libro distribuito anche in edicola, come fosse uno di quei tanti gadget con i quali i quotidiani negli anni Novanta si sfidavano pensando di ottenere così una supremazia che gli constentisse di vivere di rendita (che si sbagliassero, e alla grande, è altro discorso che qui non c’entra nulla). Insomma, io voglio un ultimo Busi pubblicato da un editore. Anzi, da un Editore, lo stesso che — pare — non si trovasse per stampare questo E baci, e solo leggendolo capirò se il mondo editoriale è tanto scellerato o se il libro, proprio, non vale la pena (e in quel caso glisserò sull’argomento ogni volta che qualcuno cercherà di farmelo ammettere).

La curiosità per cui ho scritto tutto questo pippone è presto detta. Arrivo a pagare e la gentile cassiera mi dice: «E’ un regalo? Le copro il prezzo?».

«No, è per me. Mi copra per favore il logo del Fatto quotidiano».

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