Flussi di coscienza.

Julia Holter, che è davvero bella (e brava e il suo disco è fantastico).
Julia Holter, che è davvero bella (e brava e il suo disco è fantastico).

1. Comunque il disco di Julia Holter Loud City Song, pubblicato dalla Domino, è molto bello. Io l’ho messo anche nella classifica di fine anno, lui è apparso un po’ ovunque e Wire l’ha eletto il disco del 2013 — Wire, signori: quelli che sono accusati scherzosamente da Vice edizione inglese, ogni anno, di far vincere un tizio che canticchia in modo trascendentale sopra una base di loop distorti di musica concreta, quest’anno hanno piazzato al numero 1 un disco pop, con tutte le complicazioni-raffinatezze-fighetterie (ma nemmeno troppe) del caso, certo, ma pur sempre un disco pop. E fa niente se i gradi di separazione tra la Holter e un avanguardista come Michael Pisaro sono pur sempre 1 (si dirà «sono pur sempre 1»?). Stavo pensando che il disco della Holter è proprio bello perché in questi giorni continuo imperterrito ad ascoltarlo, anziché provare a recuperare tutti gli altri dischi che mi sono perso durante l’anno. Sarà che è un disco molto notturno (tra l’altro, oggi inizia l’inverno, che col notturno non ha nulla a che vedere, o forse sì), che è molto tenue, che è bello ascoltarlo in silenzio, nella penombra, quando fuori fa freddo — ma è bello anche ascoltarlo attentamente, sviscerarne la composizione che è variegata, ben strutturata, per niente semplice sebbene all’apparenza possa sembrarlo (stiamo pur sempre parlando del numero 1 di Wire, del resto). Julia Holter è molto bella, e penso che anche questo abbia contribuito in qualche modo a farmi piacere molto Loud City Song, anche se mi rendo conto di correre il rischio di vedermi recapitata un’accusa assurda, o qualcosa del genere. Del resto, un mesetto fa, avevo scritto — proprio a Wire, ma non mi pagano per citarli continuamente — che la discussione sviluppatasi nella rubrica delle lettere circa il numero di copertine dedicate ad artisti donna vs numero di copertine dedicate ad artisti uomini (che, a detta di alcune lettrici, pendeva pericolosamente verso questi ultimi) era piuttosto sterile e noiosa e rischiava poi di trascendere verso un conteggio che riguardasse ogni possibile categoria, discriminando automaticamente tutte le altre. L’ho fatto notare — ma l’aveva già fatto notare, con altre parole, un tweet del vicedirettore del giornale che però non riesco a recuperare — e loro hanno gentilmente messo in pagina la mia annotazione; poi, svariati giorni dopo, mi scrive Tony Herrington (il direttore e capo supremo) dicendomi che una signorina si era un po’ risentita (era la stessa signorina alla quale avevo risposto) e inoltrandomi un suo messaggio (suo della signorina). Non vi dico come ne sono uscito da quel successivo scambio di mail (con la signorina, tedesca, non col direttore), pur rimanendo della mia idea: e cioè che è assurdo stabilire per decreto quante copertine debbano essere dedicate ad una donna e quante ad un uomo. Altrimenti bisognerebbe mettersi lì e fare anche il conto di quante donne sono state intervistate, quante recensite. Quante erano americane, quante italiane, quante francesi. E il discorso potrebbe scivolare pericolosamente verso lidi sui quali non vorremmo mai veder scivolare i discorsi. Secondo me la signorina si è risentita anche perché, da tedesca, le era difficile dar ragione ad un italiano, soprattutto in un momento come questo, dove il nostro Presidente del Consiglio è così nella faccenda di risollevare la nostra immagine all’estero affaccendato. Tra l’altro, a Wire sono molto scaltri — e i suoi lettori, in fase di conteggio, un po’ fessi a gridare alla discriminazione genderale: Julia Holter ha vinto il disco dell’anno 2013, al secondo posto c’è Laurel Halo, che nel 2012 era arrivata prima: insomma, ci mettiamo anche a contare i dischi in classifica? E’ uno strapotere femminile, praticamente (e meno male!). Chiudo dicendo che il magazine britannico è stato una delle poche fonti musicali underground e sperimentali a citare il progetto Female Pressure, sito pregevole che monitora la presenza femminile nella musica sperimentale — e organo al quale andrebbero inviate le missive tardo-femministe; suggerirei anche, come indirizzo di destinazione, il politicamente corretto tipico dell’Italia, ma di questi tempi le poste stanno proprio lavorando col culo — come puntualmente denunciato.

(La canzone più bella di Loud City Song secondo me è questa)

2. Ieri mi ha chiamato uno dei miei distributori di dischi di fiducia. «E’ arrivato il compact disc che ci ha ordinato la scorsa settimana, può passare a prenderlo quando vuole»: ci diamo ancora del «lei», sebbene dovrei pretenderlo io più di quanto lo conceda agli altri, data la quantità di soldi che spendo presso di loro e solitamente presso tutti quelli che mi danno del «lei». Il disco in questione è l’ultimo lavoro dei Polwechsel, Traces of Wood. I Polwechsel per me sono un gruppo imprescindibile, e mi spiace essere riuscito a mettere le mani su questo ultimo solo ora che siamo alla fine dell’anno e le classifiche abbondantemente chiuse. Potrei fare come certi giornali, che le uscite di dicembre, se meritevoli, le piazzano nella classifica dell’anno dopo. Ma a me piace molto la filologia, che è anche una questione di datazione; e poi non compilo le classifiche col criterio dell’anno di registrazione solo perché nelle musiche che più mi appassionano le registrazioni sono talvolta antecedenti di almeno un anno rispetto alla pubblicazione: rischierei di arrivare troppo tardi — e non si fa: siamo mica nell’era della puntualità, precisione (e iper-connessione, aggiungo anche ché sta sempre bene)? Questo Traces of Wood, ad esempio, è stato registrato tra il 2010 e il 2011: ere geologiche fa, rispetto alla musica, ma briciole rispetto ai tempi di lavorazione dei Polwechsel. Che sono un gruppo non-gruppo: si trovano sempre un po’ quando pare e piace a loro — o quando sono liberi da altri impegni —, registrano e poi, con molta calma, fanno uscire il disco. Io gli sono molto affezionato: hanno rappresentato l’ultimo grande scossone all’interno del mondo della musica improvvisata, coniando quello che sul finire dei Novanta-inizi dei Duemila si chiamava «riduzionismo», e non era né il caos organizzato dei gruppi improv storici (tipo gli AMM e figli), ma nemmeno il silenzio e il lowercaseismo che sarebbe diventata la scena Wandelweiser, cui pure sono legati quanto meno via Radu Malfatti, che partecipò al loro primo lavoro. Tra l’altro, procurarsi i dischi dei Polwechsel è un’impresa mica da ridere anche nell’epoca di internet: pubblicano per la svizzera Hat Hut, che notoriamente non è una delle etichette meglio distribuite al mondo; inoltre i Polwechsel sembrano aggiungere anche alla distribuzione la tipica flemma già detta che mettono in fase di registrazione, per cui i loro dischi al momento dell’uscita non li trovi mai, né nei negozi (e fin qui…) né su Amazon né niente. Sembra di essere ritornati ai tempi dei vecchi mail order, giusto facilitati dalla connessione e dalla posta elettronica: vai sul loro sito, quindi su quello dell’etichetta, quindi cerchi tra i distributori quello italiano, lo contatti e ti fai dire il posto più vicino a casa tua dove trovare i loro dischi. Fortunatamente in questo caso mi hanno indicato il distributore di fiducia di cui dicevo all’inizio. L’ho chiamato ma anche lui me l’ha dovuto ordinare. Fino a ieri, quando è arrivato: sono passato a prenderlo, ho pagato, scambiato due parole e me ne sono andato. Il disco, però, non l’ho ancora ascoltato. Temo molto l’ascolto di Traces of Wood perché i Polwechsel sono uno dei miei gruppi (gruppi? Immaginatevi un’emoticon, con o senza apostrofo che nel dubbio o messo) preferiti (preferiti?I Polwechsel?), e non riuscirei a sopportare una delusione da parte loro. In un certo senso, la loro musica mi ha introdotto alla stragrande maggioranza degli ascolti che faccio oggi. Vi rendete conto, dunque, come l’attesa sia altissima.

3. Delle code per gli acquisti di Natale. Quest’anno sono in ballo con la casa, quindi mi capita più spesso di fare code nei negozi di cucine, camere da letto e bagni, che in quelli dove abitualmente spendo uno stipendio in regali da fare — con la segreta speranza, quasi mai ripagata, che là fuori ci sia qualcuno che sta spendendo il suo di stipendio per il mio regalo. Per cui oggi pomeriggio, quando mi è capitato di fare un quarto d’ora di coda per acquistare dei libri, mi è sembrato insopportabile trovarmi lì con due pezzi di carta in mano. E allora ho pensato, ad alta voce, che si sarebbero potuti comprare tutti un Kindle e leggersi gli ebook. Poi ho pensato anche che Amazon non permette di regalare gli ebook (o non ancora, o non ancora in Italia: in ogni caso sono due anni che non lo permette, e basta), e allora bisogna risolvere il problema delle code nelle librerie sotto Natale in un altro modo. Che potrebbe, a questo punto, essere più o meno questo: smetterla di vendere i prodotti collaterali ai libri, come i gadget tecnologici, le candele profumate, i giocattoli, le scatole di latta Pantone (che sono fighissime ma te le vai a comprare da Moroni Gomma) e ogni altra diavoleria di cui erano piene le mani della gente in coda. In libreria.

Pensierini sparsi.

Mi capita spesso, la domenica sera, di fare dei pensierini su alcune delle cose capitate durante il fine settimana. Pensierini sparsi, senza logica.
Questo fine settimana sono stato molto impegnato e ho seguito pochissimo di quello che è successo — per fare un esempio: la cosa più vicina all’aver seguito l’asseblea del Pd di oggi è stata l’aver incrociato in metropolitana un politico locale delle mie parti di ritorno dalla Fiera di Milano, che si atteggiava da parlamentare e parlava al telefonino coprendosi la bocca con la mano.

Ciò premesso, un paio di cose:

Una cosa di sinistra. Evidentemente qualcuno ha suggerito a Renzi di dire una cosa di sinistra, ma di farlo con il suo atteggiamento pop. (Ci sarebbe da discutere sull’atteggiamento e la comunicazione pop di Renzi, tra l’altro, visto che non sono per nulla pop. Diciamo però che è sufficientemente pop per quelli che lo seguono, evidentemente poco avvezzi alle tematiche realmente pop). E Renzi ha detto che, negli anni Ottanta, odiava i paninari (sì, poi ha parlato anche di Moncler recentemente quotata in borsa in modo tutto sommato positivo). Probabilmente ha pensato di aver davanti molte di quelle mamme che, una trentina di anni fa, si vergognavano del figlio con le Timberland e lo consideravano un po’ picchiatello, e voleva lisciar loro il pelo. Del resto, conosco gente picchiata dai genitori per essere stata pizzicata in un articolo sul fenomeno dei paninari apparso su qualche rivista dell’epoca. Comunque, note di colore a parte: Renzi ha fatto una battuta sui paninari. E molti di quelli che sono sul suo carro sono dovuti andare a googolare la definizione, ricevendone come risultato una fotografia di Enzo Braschi.

Geografia. Stamattina il Corriere della Sera, pubblicando la notizia dei missili che Putin avrebbe installato a Kalingrad, ha fatto produrre ad uno dei suoi stagisti una mappa che ne mostrasse il raggio d’azione. Lo stagista, nell’agitazione, deve aver fatto parecchia confusione. E così si vede che la Norvegia è collocata al posto della Finlandia, e viceversa. E’ andata meglio alla Svezia che è rimasta dov’era. Inutile dire che si tratta di una svista, e che sarebbe potuto accadere a chiunque. Epperò è una svista che sa molto di sciatteria, di mancato controllo, di “facciamo a fidarci dei miei ricordi”. Io, quando faccio i post su questo blogghettino, talvolta diffido dal fidarmi dei miei ricordi perché inizio ad avere una certa età, e sono comunque terrorizzato dal fatto che uno dei miei tre lettori possa chiedermi, l’indomani, spiegazioni per uno svarione. Io. Su questo blog. Al Corriere non oso immaginare quante persone si sono viste quella pagina passare sotto il naso prima che andasse in stampa: possibile che a nessuno sia andato di traverso il caffé come a me questa mattina mentre sfogliavo i giornali e me la sono trovata davanti?

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2013: un anno in musica

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E’ arrivato il momento di dire quali sono i dischi che ho più apprezzato in questo 2013. Lo so: trattasi di abitudine inutilmente onanistica. E’ però difficile rinunciarci, poiché oltre alla dose di esibizionismo che ogni classifica porta con sé nel momento in cui la si pubblica, c’è anche l’aspetto —infinitamente più piccolo, è vero — dell’autoanalisi. Compilare una classifica vuol dire infatti compiere delle scelte. E riflettere sul perché: capire cosa valga la pena di essere salvato e cosa, invece, di rimanere fuori anche se c’è piaciuto lo stesso.

I dischi che vedete elencati qui sotto sono una minima parte di quelli che ho ascoltato durante il 2013. Capita infatti che, dovendo lavorare con la musica, io ascolti veramente di tutto. Soprattutto ciò che mai e poi mai mi metterei ad ascoltare per il puro piacere di farlo.

L’ambito da cui parto è quello delle musiche cosiddette “sperimentali”, o comunque “altre”. E da lì cerco di capire quali sono i dischi di cui tra vent’anni si potrà dire che rappresentavano il 2013. Mi rendo conto che, per chi sia poco avvezzo a questo genere di musica, dire tra vent’anni che una raccolta di composizioni per piano preparato di Joseph Byrd risalente ai primi anni Sessanta rappresenta il 2013 può sembrare una follia inutilmente astrusa. Proprio per questo rimango stretto in questo ambito: ciò che mi incuriosisce maggiormente, da qualche anno a questa parte, non è la musica. E’ il suono, piuttosto.

(dovrei aprire una troppo lunga parentesi per spiegare cosa intenda per suono e perché sono attratto sempre più da questo che dalla musica. Diciamo, per semplificare e fare in fretta, che la musica non è che un piccolo sottoinsieme del suono. Il suono la comprende, ma comprende tante altre cose che una persona solitamente non tende a considerare musica, ma che hanno pari dignità. C’è il rumore; e il rumore — come mi è già capitato di scrivere più volte — è bellissimo. E c’è il silenzio, che gli Einsturzende Neubauten definivano sexy, che John Cage insegnava non esistere, e che una piccola etichetta italiana proprio quest’anno ha voluto celebrare con un doppio vinile a cavallo tra situazionismo e opera musicale).

Ci sono delle eccezioni significative (Nick Cave, Elvis Costello). Le ho messe per questioni affettive e perché, secondo me, rappresentano lavori di cui tra vent’anni si potrà dire ecc ecc…

Procedendo per esclusione, a questo punto dovrei spiegare perché non ci sono Miley Cyrus o Lady Gaga. E nemmeno gli Arctic Monkeys o gli Arcade Fire. Ho un parere anche su questi dischi: se volete ne discutiamo. Ma rimangono fuori dalla classifica, pur prevedendo l’obiezione di chi, là in fondo con la mano già alzata, non vede l’ora di dirmi: “ma anche Lorde traccia le traiettorie della musica del 2013”. Verissimo. Infatti a me il disco di Lorde è piaciuto molto. Però —come si dice— questa è casa mia e le regole le faccio io.

Ultimo elemento (ancora masturbatorio): in calce ci sono anche quelle che ritengo essere le 5 migliori ristampe/materiale d’archivio di questo 2013. I criteri di selezione rimangono più o meno gli stessi. Sono solo 5 perché da qualche anno m’impongo l’acquisto di materiale nuovo su quello già edito. Non chiedetemi perché: pensavo di averlo capito, e invece niente.

1. Oneothrix Point Never – R Plus Seven (Warp)
2. Fire! Orchestra – Exit (Rune Grammofon)
3. Julia Holter – Loud City Song (Domino)
4. Nick Cave & The Bad Seeds – Push The Sky Away (Bad Seed)
5. Denseland – Like Likes Like (m=minimal)
6. The Necks – Open (ReR)
7. Laurel Halo – Chance Of Rain (Hyperdub)
8. Matana Roberts – Coin Coin chapter two: Mississipi Moonchile (Constellation)
9. John Butcher, Thomas Lehn, John Tilbury – Exta (Fataka)
10. Blixa Bargeld & Theo Teardo – Still Smiling (Specula)
11. Dean Blunt – The Redeemer (Hippos In Tanks)
12. Jakob Ullman – Fremde Zeit Addendum 4 (RZ edition)
13. Peter Brotzmann – Long Story Short (Trost)
14. Joseph Byrd – NYC 1960-1963 (New World)
15. Josephine Foster – I’m A Dreamer (Fire)
16. Wolf Eyes – No Answer: Lower Floors (De Stijl)
17. Graham Lambkin & Jason Lescalleet – Photographs (Erstwhile)
18. Elvis Costello & The Roots – Wise Up Ghost (Blue Note)
19. Dennis Johnson – November [played by R. Andrew Lee] (Irritable Hedgehog)
20. Chris Watson – In St. Cuthbert’s Time: The Sounds Of Lindisfarne and The Gospels (Touch)
21. Young Echo – Nexus (Ramp)

Ristampe:

1. Scott Walker – The Collection 1967-1970 (Universal)
2. Robert Wyatt – ‘68 (Constellation)
3. David Tudor – The Art of David Tudor (New World)
4. AA/VV – Italian Records: The Singles 7’’ Collection (Spittle)
5. AA/VV – Selected Signs III-VIII (Ecm)

Comunicazione di servizio.

Come tutti sanno, ieri la Corte Costituzionale ha dichiarato che il Porcellum è incostituzionale, rispondendo ad una denuncia avanzata dal cittadino Avvocato Aldo Bozzi.

Questa è la notizia. Poi c’è tutto il resto.

Tra questo resto c’è, ad esempio, il fatto che oggi dai banchi più demagogici della politica italiana era tutto un sentir dire che siamo incostituzionali. Siamo chi, non è dato a sapersi: siamo noi italiani? Immagino, piuttosto: siamo governati da un governo incostituzionale. D’altronde il sillogismo più semplice, cioè l’unico che sia riuscito a produrre Beppe Grillo, era esattamente questo: siccome la legge elettorale attualmente in vigore è stata dichiarata incostituzionale, allora ne viene che il governo uscito dalle urne nel 2013 è incostituzionale, così come quello prima e quello prima ancora indietro fino al 2006, anno di entrata in vigore del Porcellum.

(Nessun accenno al fatto che, tra tutti questi governi presunti incostituzionali, ce ne siano due che nemmeno sono usciti dalle urne: la cosa metterebbe a dura prova la logica del sillogismo, dunque i fautori di tal ragionamento l’hanno elegantemente lasciata perdere).

C’è pero che no, non siamo incostituzionali. Né noi né il governo. L’espressione — che pure è stata usata da moltissimi giornali e opinionisti: si veda il titolo della prima pagina del Foglio di oggi “Da 7 anni siamo incostituzionali” — è solo metafora del disfacimento che stiamo vivendo. Per il resto, state tranquilli: visto che la Corte Costituzionale l’ascoltate sempre come la Bibbia, dovreste quanto meno mandare a memoria le sue sentenze come il Padre Nostro. In quella di ieri (di cui non sono ancora state depositate le motivazioni, per altro), si diceva che il Porcellum è una legge elettorale incostituzionale. Non perché l’abbia scritta un noto amante della Costituzione come Roberto Calderoli, ma perché la mancanza di preferenze e la soglia di sbarramento esagerata grazie alla quale si ottengono seggi in gran quantità a fronte di risultati percentuali intorno al 27%, rendono impossibile per l’elettore svolgere il suo diritto di voto libero e democratico.

Tutto questo, però, non inficia minimanente sugli ultimi governi democraticamente eletti perché in molte delle note pubblicate a corredo della sentenza lo spirito principale è che il Porcellum fa schifo, ma la volontà del popolo che si è espresso nelle urne lo scorso febbraio (o prima) va rispettata. Fino al paradosso che, se si votasse oggi stesso, lo si farebbe ancora con il Porcellum (con conseguenze, questo sì, nefaste dal momento in cui verranno pubblicate le motivazioni e «fatti salvi gli effetti di legge per il passato»).

Ciò nulla toglie all’esito fondamentale della sentenza: la legge elettorale va cambiata e il Parlamento deve farlo in fretta, altrimenti interverremo noi. Concetto questo che ha reso sollievo a molti parlamentari, compresi quelli che solitamente non mancano mai di fare le pulci (mi astengo dal dire se più o meno giustamente) alle sentenze, e che oggi gridavano alla «sentenza storica e importantissima».

Per cui: il Porcellum fa più o meno schifo a tutti. Ma anche le dichiarazioni fatte per dare aria alla bocca. Un po’ di Bonomelli (non fosse sufficiente, anche del bromuro) e vi passa tutto.

Bacini.

PS – Nelle analisi da web, prototipo preso particolarmente in considerazione (e di mira) in questo post, non si parla mai di cose serie. Per questo oggi sulle bacheche di Facebook, tra un condividere i rutti dell’uno o dell’altro dissidente e/o demagogo di turno, si è tralasciato di sottolineare l’unico elemento preoccupante della sentenza di ieri: c’è il serio rischio che la repubblica maggioritaria e bipolarista torni ad essere invece balneare e proporzionale. O forse là fuori, ovvero lì dentro (al Parlamento), c’è qualcuno in grado di porre un serio e credibile argine a questo rischio?

Spotify si spiega.

Spotify, più volte attaccato dagli artisti con argomentazioni un po’ dubbie, ha pensato di fare un po’ di chiarezza aprendo Spotify for Artists, un sito internet dove è spiegato il funzionamento del servizio e dove sono reperibili dati sul suo andamento. Questo perché:

With any format change in music – CD and iTunes included – there’s a lot of confusion around how these different models work, and quite often some serious scepticism. We understand that’s out there, so we want to be as clear and transparent as we possibly can explaining how Spotify fits in.

Spotify, nella mente di chi l’ha creato, è considerato alla stregua di un semplice cambio di medium. Nel passato, ad ogni transazione — dal vinile alla cassetta, dal vinile al cd, dal cd ad iTunes — si sono sollevati polveroni, dubbi, inchieste, controinchieste. Interessi di parte, soprattutto.

Anche Spotify for Artists rappresenta un interesse di parte, certo. Per fare un paragone un po’ azzardato, è come uno studio commissionato dalla Coca Cola sui benefici delle bevande gassate. Però a me sembra anche un buon punto di inizio, una risposta a quegli artisti che maggiormente avevano mosso delle critiche a questo nuovo paradigma di consumo musicale.

Attendiamo fiduciosi la contro-replica degli interessati. Qualora ci fosse. Nel frattempo facciamo notare una cosa. Nell’algoritmo pubblicato sul sito e che spiega il funzionamento dei pagamenti attualmente adottato da Spotify, è evidente che il collo di bottiglia che strozza i guadagni degli artisti è rappresentato dal modello industriale ancora in vigore (e non più sostenibile, come già detto), e non dai servizi di streaming musicale.

Segnalazione.

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C’è un tumblr dove sono raccolti ritagli dalla stampa italiana di altri tempi. Si chiama The Italian Game ed è curato da Ivan Carozzi.

I ritagli sono presi, come specifica il titolare in home page, per lo più dagli archivi storici de La Stampa e l’Unità. Non sembra essere una scelta di genere, quanto più una necessità: sono infatti gli unici due quotidiani a fornire un archivio visuale oltre che testuale. E sono riferiti ai quindici anni che vanno tra il 1970 e il 1985, mostrando:

una parte di ciò che si muoveva nel paese in quel tempo: terrorismo, violenza politica, droga, trame occulte, delitti passionali e delinquenza comune. In una prospettiva retromaniaca.

Il bello di The Italian Game è che ci restituisce l’Italia di quegli anni come un posto un po’ provinciale; non dico che non lo fosse — ma nemmeno che lo fosse, probabilmente. Dico solo che il lavoro di selezione e pubblicazione di immagini che svolge Ivan mira (non saprei dire quanto inconsciamente) anche a quell’obiettivo. Così ti ritrovi immerso in storie di droga, omicidi, pestaggi; ma anche: pubblicità di libri, locandine di film hard, spot di trasmissioni televisive o di partiti politici ormai mitologici (come questa del Partito Liberale Italiano, la mia preferita). Anche l’immagine in questo post è presa da The Italian Game: un articolo uscito l’indomani della morte di Jimi Hendrix. Al netto del titolo, probabilmente leggeremmo gli stessi toni anche il giorno dopo la morte di una rockstar di oggi (la grafica sembra essere quella della Stampa, ma davvero non importa).

Il sito è online da settembre 2012, tutt’ora attivo sebbene non aggiornato con continuità (risultano dei buchi in alcuni mesi). Merita molto.

Su gioca un po’ con Crystal Ball

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Tra i tanti segni dei tempi che cambiano, e delle generazioni che si rinnovano, c’è quello della decadenza dei giocattoli storici.

Per quelli della mia età uno dei prodotti più ambiti era il Crystal Ball, palloncino fai-da-te che ottenevi soffiando in una cannuccia sopra la quale era stato messo un po’ di materiale plastico dalla provata non tossicità («garantito atossico») ma dal puzzo inconfondibile. Ne compravamo a chili, noi bambini negli anni Ottanta, e ci divertivamo un mondo — anche a scambiarci tutte le malattie infettive passandoci la cannuccia tra vicini di pianerottolo, per la gioia delle mamme (probabilmente era il prezzo che dovevano pagare perché noi giocassimo con qualcosa che «non rompe niente e poi non macchia»).

Scopro ora due cose. Primo, che il Crystal Ball è un’invenzione datata: creata dal chimico Claudio Pasini già nel 1947, la sua produzione di massa coincise col successo commerciale una ventina d’anni più tardi (e quindi il suo ricordo coinvolge anche un paio di generazioni di ragazzi precedenti alla mia). La seconda, che l’azienda che lo produce sta ad un paio di chilometri da casa mia, a Burago Molgora. E io che ho sempre pensato fosse il frutto di chissà quale azienda chimica straniera.

Ci sarebbe anche una terza cosa, meno legata ai ricordi. Il Sole 24 Ore dice che l’azienda è in forte crisi (ecco il segno dei tempi che cambiano) e che è stato avviato una specie di crowdfunding — sulla piattaforma italiana Eppela — per cercare di cambiare la situazione.

Tra virgolette (Antonio Polito incarta Michele Serra).

Antonio Polito, su La Lettura di oggi, scrive magistralmente del nuovo libro di Michele Serra Gli sdraiati (Feltrinelli):

Il fatto è che leggendo Serra, la lunga lettera di un padre al figlio incomunicante, ho patteggiato per il figlio. E questo è grave, per un genitore. Insomma, l’ossessione del protagonista per la cura delle portulache sulla terrazza della seconda casa al mare, per il rito annuale della vendemmia del Nebbiolo nella seconda casa di un’amica nelle Langhe, e per la scalata di un fantastico quanto simbolico Colle della Nasca (presso il quale par di potere ipotizzare una terza casa), tutte magnifiche attività borghesamente colte, o coltamente borghesi, che il padre vorrebbe imporre al figlio come prova di maturità, e di amore del bello, e di pregnanza dell’esperienza umana, paiono noiose e stravaganti a me, figurarsi al figlio. Il quale, non a torto, se ne resta sdraiato e iperconnesso sul divano della prima casa (…) E allora, mi domando, che cosa è successo perché io sia finito dalla parte del figlio invece che del padre-narratore? Io penso si tratti di questo: quel padre dichiara di essere un «relativista etico», riluttante dunque a trasmettere valori, a cercare verità, a parlare del bene e del male; ma, forse per compensare, si comporta come un assolutista estetico, comicamente ostinato nel tentativo di trasmettere un’idea di buon gusto, uno stile di vita, una concezione del bello.