Gennaio 11, 2014

Due cose sulla liberalizzazione delle droghe leggere.

In questi giorni si sta discutendo molto della liberalizzazione delle droghe leggere in Italia. Io non è che non capisca il motivo della discussione; ciò che non capisco è quanto sia serio il motivo e quanto sia seria la discussione, dal momento che ciclicamente i giornali si riempiono di dibattiti tra pro e contro. Non so nemmeno quanto c’entrino l’Uruguay o il Colorado (per dire di due stati che hanno liberalizzato le droghe leggere), o se c’entri solo la buona volontà di Luigi Manconi, cui bisogna dare atto di portare avanti questa e altre battaglie da sempre, a prescindere dalla convenienza politica del momento.

Questa volta il dibattito riesce, non dico ad appassionarmi, ma quanto meno a pormi degli interrogativi. In primis, nella differenza tra la legalizzazione e la liberalizzazione. Che non è una differenza da poco. Nonostante quanto ha scritto Roberto Saviano (nell’unica uscita interessante della sua vita), in Italia de facto è come se le droghe leggere (ma anche quelle pesanti, aggiungerei) fossero già legalizzate, tanta è la facilità con la quale chiunque riesce a procurarsene nel giro di due o tre gradi di separazione. Ciò non vuol dire, ovviamente, che lo siano a tutti gli effetti o che siano liberalizzate, perché non è questione di stato la produzione, la distribuzione e la vendita di tali sostante.

Se dovessi schierarmi, lo farei non solo per la legalizzazione, che vuol dire non rendere illegale il consumo di droga leggere, ma proprio per la liberalizzazione. Vorrei, infatti, che chi volesse farsi una canna lo facesse non comprando roba al parco tagliata chissà in quale modo; piuttosto gliela venda lo stato: buona, sicura, tassata. Magari sarò troppo idealista io, ma secondo me con una fava si prenderebbero due piccioni: il crollo della criminalità che gestisce lo spaccio e il crollo dei consumi, ché sappiamo tutti quanto una cosa diventa desiderabile tanto più è proibita.

Si sarà capito che il mio pensiero — per quello che vale — pende verso l’essere discretamente d’accordo con la proposta avanzata da Manconi. Tra l’altro, a voler notare anche questioni apparentemente di poca importanza, per la prima volta non abbiamo assistito alla polarizzazione delle opinioni e quelli di destra non si sono schierati contro e quelli di sinistra a favore. Si è creato piuttosto quello che i giornali chiamerebbero movimento trasversale. Vediamo per una volta di tenere in considerazione anche questo.

Tuttavia, tra chi sostiene anche con buone motivazioni e finalmente qualche numero la sua contrarietà alla proposta di liberalizzare le droghe leggere (lo fa Carlo Giovanardi sul Foglio di oggi, se solo vi prendeste la briga di andare oltre il pregiudizio negativo ampiamente diffuso sulla sua persona) c’è sempre una motivazione di fondo che mi pare un po’ viziata. Scrive Giovanardi che è

ormai accertato che raramente un eroinomane o cocainomane non abbia iniziato la sua carriera con la cannabis.

Tralasciando l’uso un po’ spericolato del termine carriera, riferito al declino psicofisico di un tossicodipendente, il ragionamento non sta in piedi. È una generalizzazione tra le più sbagliate e banali che si possano fare. Perché è fin troppo evidente la sua negazione ribaltando il concetto: Giovanardi, che ha fornito numeri schiaccianti nel suo articolo, avrebbe potuto però chiedersi quanti, tra quel 4 percento della popolazione italiana che ha avuto a che fare con le droghe leggere, hanno poi proseguito la loro “carriera” diventando eroinomani o cocainomani (e tralasciando noi, anche se forse Giovanardi avrebbe potuto non farlo, le differenze tra le due dipendenze).

Quello di Giovanardi (e bene inteso: non solo suo) è uno straw man argument. Dire che uno spinello è il viatico per diventare tossicodipendenti è una falsità. Perché sarebbe come affermare che lo sia anche un bicchiere di vino: scommettiamo, infatti, che tra gli eroinomani la stra-grande maggioranza prima di bucarsi aveva bevuto del Sangiovese? Ma si può continuare: probabilmente avranno anche fumato sigarette, o le fumano tuttora. Ma è evidente che non tutti i tabagisti siano diventati eroinomani.

Proviamo dunque per una volta ad essere seri. L’argomento d’altronde lo è. Ci sono dei pro e dei contro, entrambi degnissimi di essere valutati con la massima attenzione. Poi ci sono le argomentazioni ad effetto — queste lasciamole da parte.

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