Gennaio 29, 2014

C’è una cosa che vorrei dire agli amici di Spotify.

Ho un rapporto molto stretto con Spotify. E quando dico Spotify non intendo un nome per indicare un servizio. Intendo proprio quel servizio. Quello svedese, che sta rivoluzionando il mondo della musica — ma un vecchietto come me ormai non crede più molto ai facili entusiasmi delle rivoluzioni.

Ho un rapporto molto stretto nel senso che lo uso dal primo giorno che è stato lanciato in Italia. Era il 12 febbraio 2013: quella volta ho avviato la prova gratuita di due giorni della versione Premium, dopodiché mi sono abbonato. Sono quindi 12 mesi che pago 9,99 euro al mese per avere accesso a tutta la musica del loro catalogo, ovunque voglio, con possibilità di sincronizzare online e senza interruzioni pubblicitarie. Sono un vecchietto, ve l’ho detto: e da vecchietto ho ancora la concezione di un disco inteso proprio come album, con un suo ordine che non voglio sia interrotto ogni due brani da un tizio che mi dice di comprare qualcosa. Per me l’ascolto — diciamo così — è sacro.

I motivi per cui ho aderito a Spotify sono molti. Su tutti, a me la musica piace pagarla. Non sto dicendo di non aver mai fatto nell’altro modo, e chi è senza peccato scagli la prima pietra. Però, ecco, io i dischi li compro. Ancora. Solo che abbonandomi a Spotify pensavo che ne avrei comprati meno. Un compromesso accettabile per 10 euro al mese.

Il suo successo ha portato ad urli di dolore lanciati a più riprese dagli artisti, che accusano lo streaming online di non far guadagnare loro tutto ciò che gli spetterebbe. A questo non credo. Ho già ripetuto più volte — anche su queste pagine — che è un grido di dolore miope: non perché non sia vero in sé, ma perché la causa non è Spotify. Semmai sono gli accordi presi dalle case discografiche con questi servizi a essere poco vantaggiosi per gli artisti. La discussione, per chi fosse interessato, è ampia.

Delle 10 euro mensili che spendo a vario titolo, quelle per Spotify sono tra le meglio spese. Lo uso praticamente sempre, lo sfrutto dal primo all’ultimo centesimo. Anche in questo momento, mentre scrivo, sto streammando un disco da Spotify. Direte: e come fai a trovare il tempo di ascoltare tutta quella musica? Risponderò: avete presente il tempo che trovate, voi, a seguire tutte quelle serie tv? Io lo adopero per ascoltare dischi. Io arrivo alla sera con le orecchie stanche. Tanto stanche da iniziare a pensare che, forse, sarebbe il caso di seguire anche qualche serie tv: gli occhi, del resto, mi funzionano benissimo. In questo, dunque, non sono un cliente medio di Spotify. Sono, piuttosto, il cliente che il mercato discografico dovrebbe adorare oltre misura: non contribuisco all’impennata fatua delle vendite dei vinili, ma contribuisco a quello zoccolo duro di gente che apre il portafogli per passione e non per feticismo (ché quando finisce il feticismo cosa rimane?).

Tuttavia c’è una cosa che mi ha stancato di Spotify e che a più riprese (e in buona compagnia) ho fatto presente lassù in Svezia, dove però continuano ad ignorarla. Nelle app per telefono e tablet non c’è alcuna possibilità di cancellare la cache o di definire la quantità di spazio che si vuole dedicare. Faccio un esempio: tutta la musica che ascolto in streaming o che sincronizzo offline viene salvata da qualche parte nel mio dispositivo. Per sempre, anche se tolgo la sincronizzazione o non ascolto più il brano per secoli. Non c’è modo di controllare quella porzione di spazio che viene occupata a forza, né tantomeno eliminarla senza ricorrere alle cattive maniere (che poi è quello che consigliano anche loro: disinstallare e reinstallare l’app).

La motivazione ufficiale di ciò è: in questo modo risparmi banda, perché se ascolti sempre le stesse canzoni, noi le teniamo già pronte per te. Obiezione, vostro onore. E proprio questo il motivo per cui mi sono abbonato: per decidere cosa sincronizzare offline — verosimilmente gli ascolti abituali. E perché voglio il controllo di come, quanto e con cosa intasare il mio telefono. Non mi sembra di chiedere la luna; e comunque nel libero mercato se i concorrenti la offrono, la luna, per non perdere fette di clienti bisognerebbe iniziare a metterla nel menù. Pare sia un piatto piuttosto richiesto, leggendo i vari forum online.

Avessimo dei telefoni a memoria infinita, il problema non si porrebbe. Il fatto è che in questo modo lo spazio occupato dall’applicazione cresce a dismisura. Diventa una valanga incontrollabile, che rende il telefono inutilizzabile nel giro di un mese tanta è la memoria occupata inutilmente. E tutte le volta a disinstallare e reinstallare, nemmeno fossimo all’alba delle nuove tecnologie.

Ho contattato l’assistenza più volte. Siamo passati dal «ci stiamo lavorando» al «ci stiamo lavorando». Nessun progresso. Anche oggi pomeriggio: «Grazie del feedback. Lo abbiamo girato ai nostri tecnici». E’ la quinta volta che lo girano. Dei geni, praticamente. Ci sono persone (paganti) che chiedono loro una semplicissima miglioria, e questi continuano a prendere atto della necessità di introdurre la miglioria. Rimandandola.

Si sente spesso dire in giro che i tizi dietro ‘ste startup tecnologiche siano le persone più smart del mondo. Non metto in dubbio la tendenza generale, anche se a volte mi viene da mettere in dubbio il caso particolare.

Il principale concorrente di Spotify, cioè il francese Deezer, questa funzione ce l’ha. Ti fa cancellare con un semplicissimo pulsante la cache, e ti fa decidere quanto spazio vuoi dedicarle tra tutto quello residuo del tuo iPhone o iPad. Infatti una volta ho minacciato, via Twitter, di passare a Deezer se non avessero risolto il problema. Mica l’han risolto, per carità: mi hanno regalato un mese di abbonamento. A me, capito? Quello che le banche chiamerebbero pagatore affidabile.

Mi spiacerebbe cambiare tutto di punto in bianco. In quanto vecchio, inizio a diventare anche metodico e piuttosto abitudinario. E poi con Spotify mi trovo bene. Molto bene. E questo è un giudizio del tutto disinteressato, dal momento che a differenza del 99% di quelli che citano questo tipo di servizi nei loro tweet, o che li embeddano nei loro siti, io il servizio lo pago. Non me lo regalano mica. Parliamoci chiaro: non sto smarchettando un bel niente, né tantomeno facendo gli occhi dolci a qualcuno.

Però adesso la misura è colma e se entro un mese non sono in grado di introdurre una funzione che l’amico mio sviluppatore di app mi ha detto richiedere mezzora per essere implementata, passo ai francesi. Seppur come idea, da italiano, non è proprio la fine del mondo.

2 pensieri su “C’è una cosa che vorrei dire agli amici di Spotify.

  1. Roberto

    Ho trovato il tuo articolo facendo una ricerca in google…
    Sono fondamentalmente d’accordo con te e mi sono permesso di scriverti per sapere se ad oggi, visto che il tuo articolo è del 29/1/14, ci stanno “ancora lavorando” alla possibilità di cancellare le canzoni offline senza dover fare la disinstallazione/reinstallazione dell’app…
    Grazie !
    Roberto

    Replica

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