Ricostruire quella Milano.

A Milano fino a qualche anno fa esisteva Ice Age, piccolissimo negozio di dischi che stava in Porta Ticinese. Non l’ho mai sentito come uno dei miei negozi di dischi, principalmente per due motivi. Primo, l’età: pur avendo chiuso nel 2006, ha vissuto l’epoca di massimo splendore nel momento in cui appena appena iniziavo a delineare dei gusti musicali ben precisi. E poi il genere musicale: era un negozio specializzato in musica elettronica, goth, industrial; roba che col tempo c’ho sguazzato dentro, ma che all’epoca mi sembrava una nicchia talmente ristretta e dalla quale tenersi debitamente a distanza. Per me, che arrivavo a Milano dalla provincia, entrare nel reparto dischi del Virgin Megastore di piazza del Duomo era già una festa tanto era l’imbarazzo della scelta.

Da Ice Age, comunque, un paio di volte ci sono stato, perché è diventato subito un luogo mitico tra noi ragazzini che il sabato pomeriggio andavamo alla fiera di sinigaglia, sulla darsena, a piedi da Piazza Duomo. Ogni tanto, quando eravamo tutti insieme, qualcuno di noi saltava fuori dicendo: «Oh, ma ve lo ricordate l’Ice Age?!» e noi stavamo lì, un po’ a ridere e un po’ a mangiarci le mani per non frequentarlo — oggi, per non averlo mai frequentato — perché ci sembrava un posto fighissimo seppur non riuscissimo fino in fondo a capire perché. Ma era uno di quei negozi che solo a passarci davanti e dare una sbirciatina dalla porta (sempre aperta: io la ricordo così) sentivi un’attrazione incredibile che ti spingeva verso l’interno.

In quella zona non c’era solo Ice Age. C’era anche Supporti Fonografici, un po’ più avanti, credo proprio dove ora sta Serendeepity. Un altro negozio che percepivamo come storico, ma che non siamo mai riusciti a frequentare. Ricordo però di essere entrato anche lì e lo stupore che ho provato ad aver visto per la prima volta i dischi dei Current 93 e dei Death In June esposti sugli scaffali. Se al Virgin c’avevo trovato i gruppi metal dei quali ai tempi leggevo le recensioni sulle riviste specializzate chiedendomi — a dodici, tredici anni — dove mai avrei potuto comprarli, e cioè dove mai vendessero un disco dei Savatage (per me che il reparto cd del Carrefour sembrava già il paese dei balocchi, e in un certo senso lo era), figuratevi lo choc quando ho preso in mano una copia di But, what ends when the symbols shatter. Senza comprarla ovviamente — e ripensandoci bene, senza averla mai più comprata.

Allora prima, incuriosito, ho digitato “ice age dischi milano” su Google. Tra i primissimi risultati è apparsa questa pagina del sito di Rebecca Agnes. Rebecca è un’artista italiana che divide il suo tempo tra Milano e Berlino e che ha fatto cose belle e bellissime. Secondo me appartiene a questa seconda categoria il progetto Luoghi che non esistono più (2010) dove, attraverso la costruzione di modellini in legno, ha voluto ricreare alcuni luoghi storici della Milano del tempo in cui ci ha vissuto (da studentessa di Brera, presumo leggendo la sua bio):

Mi sono messa a tagliare, incollare e dipingere questi luoghi ricostruendoli secondo le mie capacità. Parallelamente ho cercato di collocare la loro esistenza nel tempo. Ho cercato l’anno in cui sono stati aperti e l’anno in cui sono stati chiusi. In questo è stato fondamentale il chiedere e cercare nei social-network, dove le persone ricordano (e spesso rimpiangono) un party, un negozio di dischi, un bar oppure semplicemente si lamentano dell’assenza di un panificio sotto casa.

Il risultato è sensazionale e rappresenta proprio in quel fazzoletto di Milano che intendo io. E sì, ci sono sia l’Ice Age che Supporti Fonografici.

l'Ice Age (che è quello nero in basso, l'altro è l'appartamento di Rebecca) photo: Rebecca Agnes

Supporti Fonografici - photo: Rebecca Agnes

(Le foto sono di Rebecca Agnes)

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